{"id":5760817,"date":"2014-06-02T14:38:10","date_gmt":"2014-06-02T12:38:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5760817"},"modified":"2017-09-23T17:13:29","modified_gmt":"2017-09-23T15:13:29","slug":"femia-e-cristina-racconto-di-enrico-buono","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rabatana.it\/?p=5760817","title":{"rendered":"Femia e Cristina: racconto di Enrico Buono"},"content":{"rendered":"<p>Enrico Buono con questa storia rievoca un tempo favolosamente lontano, o incredibile, inimmaginabile, reso in certe scene d\u2019ambiente del Decamerone pasoliniano; sebbene un tempo ancora vissuto dalla generazione precedente la mia, tra lo scadere dell\u2019Ottocento e i primi decenni del secolo scorso (la generazione di Enrico Buono, appunto), che io ricordo in modo quasi subliminale, con la nostalgia e l\u2019incubo del ritorno a un tempo naturale non contraffatto dall\u2019ossessione dell\u2019igiene e dal progresso della chimica. L\u2019incubo dicevo. Proibii, infatti, a mia moglie, deludendola molto, l\u2019acquisto di un \u201ccantero\u201d, un bellissimo vaso cilindrico di porcellana, a cui lei teneva molto, che mi turb\u00f2 per il ricordo di un simile vaso di terracotta modellato all\u2019orlo con una fascia adatta alla seduta per soddisfare i bisogni corporali, a casa di zii di mio padre che ci ospitavano in occasione delle nostre visite al paese natio, nonch\u00e9 il cantero (leggerete la scena in questo racconto di Enrico Buono) che vedevo versare nella carretta che passava lasciando una scia di puzzo atroce nelle sere d\u2019estate, quando eravamo seduti sull\u2019uscio di casa, io in braccia a mia madre, a prendere il fresco. Non avrei potuto tollerare la presenza in casa di quel vaso pur terso e immacolato di purissima porcellana. Di terracotta o di finissima porcellana per gli aristocratici, i canteri erano tutti uguali ed erano serviti per la medesima funzione.<\/p>\n<p>Buono, a conclusione del racconto, scrive che egli emigr\u00f2 dal paese e non seppe pi\u00f9 nulla di Femia e di Cristina. Io, che sono nato ventiquattro anni dopo di lui, Femia \u2013 zi\u00e0 Femia come la chiamavano e la chiamavo anch\u2019io &#8211; l\u2019ho conosciuta; di Cristina, invece, ho saputo leggendo il racconto.<\/p>\n<p>Zi\u00e0 Femia, quando io la conobbi, non era pi\u00f9 come Buono la descrive. Non faceva il degradante lavoro che Buono racconta, si era ripulita, aveva assunto un aspetto passabile, aveva sposato il capo spazzino di Tricarico, un uomo molto magro e molto alto, con baffi alla re Umberto, che onorava il suo posto nella scala gerarchica degli spazzini riservandosi di spazzare, con una scopa di saggina con manico lunghissimo, che gli consentiva di assumere, nell\u2019esercizio delle sue funzioni, una posizione eretta e, direi, altezzosa, la piazzetta del vescovo, il corso, la piazza e via Roma. Zi\u00e0 Femia faceva le pulizie all\u2019ufficio di mio padre e lavori pesanti a casa mia: lavava il pavimento, faceva il bucato con lo stricaturo &#8211; una tavola di legno zigrinata adoperata, spezzandosi la schiena, per lavare i panni a mano -, spostava i pesi.<\/p>\n<p>Non le ho mai sentito raccontare particolari del suo passato, che leggiamo in questo racconto.<\/p>\n<p>Dal matrimonio nacque una figlia. Io la conobbi quando, donna formosa e piacente, gi\u00e0 sposata a un facchino, era andata a convivere more uxorio in un paese della Puglia con un medico di quel paese, che, capitato non so come a Tricarico, la vide, se ne invagh\u00ec e se la port\u00f2 via. Il marito aveva accettato la buona sorte toccata alla moglie e, quando questa, di tanto in tanto tornava a Tricarico, bella, desiderabile ed elegante, le portava la valigia e (l\u2019ho sentito con le mie orecchie) la chiamava \u201csignora\u201d. Col passare degli anni la bellezza sfior\u00ec e il medico la rimand\u00f2 con una mano davanti e l\u2019altra dietro. A Tricarico la figlia di zi\u00e0 Femia ha vissuto e concluso problematicamente il resto della sua vita.<\/p>\n<p><strong><em>Femia e Cristina <\/em><\/strong><\/p>\n<p><strong>I<\/strong>n un tempo che pare ormai favolosamente lontano, vivevano nel mio paese due donnette: l&#8217;una si chiamava Femia, da Eufemia, e l&#8217;altra Cristina. Era poverissima gente, disgraziata nel corpo, istintiva, sempre pronta all&#8217;ira ed al turpiloquio.<\/p>\n<p>Femia proveniva da Montepeloso, un Comune che si scorge chiaramente dal mio paese. Era scappata con la famiglia in un periodo politicamente turbinoso, per non subire dosi ancora pi\u00f9 massicce di manganellate.<\/p>\n<p>I tempi erano magri e bisognava arrangiarsi. E Femia fece la sua scelta, invero assai poco brillante: avrebbe rilevato a domicilio, con una latta vuota di benzina fornita di un robusto manico di ferro, tutto il liquame che stagnava negli appositi recipienti cilindrici accantonati negli angoli pi\u00f9 riposti delle case le quali erano tutte sfornite di luoghi di scarico.<\/p>\n<p>Femia non aveva et\u00e0: era grigiastra, con radi capelli crespi da furia, un occhio cieco e biancastro quasi le schiz- zava dalle orbite, e vestiva in ogni stagione di cotonina grigia bluastra, come usavano allora in Puglia. Aveva pattuito con le famiglie dei &#8220;signori&#8221; le condizioni per il tra- sporto quotidiano del liquame dalle case alla latrina pubblica, che era situata sotto la piazza centrale del paese, a pochi metri dalla caserma dei carabinieri, proprio all&#8217;inizio della lunga discesa verso la valle profonda della contrada &#8220;Matina&#8221;.<\/p>\n<p>I clienti non erano pochi, ma tutti, purtroppo per Femia, dislocati nei punti pi\u00f9 disparati del paese: nel rione Monte, nel rione Civita, nel rione Saraceno, nel Calangone, nella Rabata.<\/p>\n<p>Erano salitacce da mozzare il respiro, discese rip], dissime da spezzare le gambe, essendo il paese posto a ridosso di una lunga collina, con quel peso grave. Fernia arrancava per le strade allora sconnesse, a passo di carica, abbrancando con la destra il manico della latta strapiena, mentre con la sinistra si agitava in moto pendolare allo scopo di bilanciare il grosso peso.<\/p>\n<p>Per evitare che il liquame potesse inzaccherarla, la poveretta si rimboccava la sottana fermandola alla vita, mettendo cos\u00ec in mostra una sottoveste cinerina che si piegava quasi ad angolo retto sul lato destro per creare pi\u00f9 spazio tra corpo e bidone, e lasciava che il pi\u00f9 traboccasse sulle strade che percorreva. Durante il tragitto, visibile tragitto, Femia parlava da sola, a voce alta; ma pi\u00f9 che parla- re, pareva che ringhiasse, tanto era stravolta dalla fatica. Un sudore perenne le colava dal volto grinzoso, e lei se lo asciugava passando sul viso un pezzo della sottana. Imprecava contro i &#8220;signori&#8221;, contro il mondo intero e preferiva minacce indistinte, ed era quello il suo modo di sfogarsi.<\/p>\n<p>I ragazzacci del paese, sempre pronti a torturare gli infelici, non la risparmiavano, e le lanciavano parole di scherno e spesso anche delle grosse pietre che coglievano il segno, provocando la fuoruscita del liquame. Femia reagiva immediatamente. Depositava in un angolo il bidone e si lanciava a testa bassa all&#8217;inseguimento tra i vicoli sconnessi, che le procurava un affanno penoso e tanta rabbia e tanto scoramento.<\/p>\n<p>La latrina pubblica, un&#8217;istituzione locale quasi se- colare, era seminascosta da una fitta vegetazione di acacie che un accorto sindaco aveva creato dal nulla per imbrigliare il terreno frano so a ridosso dalla piazza principale. Un casotto sberciato, maleodorante, a doppia porta per gli uomini e per le donne, in cui liberamente giocava il vento e penetrava l&#8217;acqua e la neve. Rara la vuotagione dal materiale putrido, sicch\u00e9 nei giorni in cui spirava vento &#8220;di basso&#8221;, ossia scirocco, stagnava d&#8217;intorno un atroce fetore, sopportato come una fatalit\u00e0 dai buoni paesani, abituati a sopportare tante consimili cose. Il torrido sole dell&#8217;estate o i venti di borea e di ponente impetuosi disperdevano i miasmi, evitando terribili epidemie. Al casotto si accedeva per una ripida strada sassosa, larga nel primo tratto, e, dopo un gomito pi\u00f9 stretta e pi\u00f9 ripida ancora, con vaghi accenni di scalini sbrecciati dal tempo e dall&#8217;incuria.<\/p>\n<p>D&#8217;estate il compito diventava per tutti assai pi\u00f9 facile, ma nella stagione invernale le difficolt\u00e0 di accesso al casotto aumentavano.<\/p>\n<p>Fanghiglia e rigagnoli, neve, ghiaccio erano nemici<\/p>\n<p>dichiarati della povera gente, che in processione incessante, spintavi dalla necessit\u00e0, si avvicenda in ogni ora del giorno e della notte verso quell&#8217;unica meta.<\/p>\n<p>Femia, per giorni, per mesi, per anni ridiscendeva e risaliva per quella stradaccia, appesantita nello scendere, pi\u00f9 leggera nel risalire. Una fatica d&#8217;inferno insopportabile per tutti tranne che per lei. In paese anche il pi\u00f9 miserabile ed erano tanti, disprezzavano quel mestiere cos\u00ec repellente, e ci\u00f2 consentiva Femia di svolgere indisturbata la sua fatica nell&#8217;assoluta sicurezza di non avere concorrenti.<\/p>\n<p>Ma un giorno. Di ci\u00f2 parleremo pi\u00f9 innanzi.<\/p>\n<p>E&#8217; bene che dica due parole sullo stato dei servizi igienici del paese in quel tempo lontano.<\/p>\n<p>In paese dunque non esistevano fognature, ed in conseguenza il materiale di rifiuto non aveva nessuna possibilit\u00e0 di essere naturalmente scaricato. Le acque putride venivano senz&#8217;altro sventagliate sulla pubblica strada anche in pieno giorno con una particolare tecnica convalidata da anni di esercizio. Per il resto alludo ai rifiuti solidi, si attendeva che arrivasse l&#8217;ombra amica della notte per riversarli a casaccio o per accantonarli nei vicoli o sulle stesse strade principali. Ogni finestra, ogni balcone che si aprisse nel buio della sera, costituiva un&#8217;incognita per il disgraziato passante che si fosse avventurato in quelle ore per le strade dal paese; di qui l&#8217;elementare prudenza, per i ritardatari di dare una &#8220;voce&#8221;, come si diceva allora, di gridare, di fischiettare, al solo scopo di annunziare la propria presenza in quel luogo ed in quel momento. Pur con tale accorgimento, in apparenza efficace, non era raro il caso che dall&#8217;alto di qualche balcone o di qualche finestra piombasse sui malcapitati una massa putrida di cui era poi estremamente difficile liberarsi. Ricordo bene come se fosse ieri ci\u00f2 che accadde ad un distintissimo medico del paese, da poco rimpatriato dalle Americhe, il quale una sera, passando per il corso principale con un candido abito di fresco lino, era diretto ad una festa familiare, fu letteralmente intasato dal blocco massiccio di liquame piovuto dall&#8217;alto che lo rese irriconoscibile.<\/p>\n<p>Il problema di eliminare i rifiuti solidi o liquidi costituiva una spina, per tutte le famiglie, specie per quelle del ceto medio. Molti anni prima il comune aveva gestito un servizio di raccolta rifiuti a mezzo di una botticella di metallo, trainata da un somaro, che passava per le strade maggiori del paese ed accoglieva nel suo grembo rifiuti d&#8217;ogni genere.<\/p>\n<p>Barbamoscia, il nocchiero della botticella, vi troneggiava dall&#8217;alto, dettava legge, imprecava, si sorbiva con estrema disinvoltura quel fetore atrocissimo.<\/p>\n<p>Ma quando una epidemia di tifo di estrema violenza dilag\u00f2 e fece strage in paese, il servizio, forse causa non ultima del male, fu troncato di colpo e mai pi\u00f9 riattivato.<\/p>\n<p>Come risolvere allora la delicata questione?<\/p>\n<p>Vi provvide in parte Femia, che si rimbocc\u00f2 le maniche, povera tapina, e si sobbarc\u00f2 per via della fame nera a quel mestiere orrendo, ma anche provvido.<\/p>\n<p>La povera donna contesa tra tante famiglie, Si moltiplicava e non si rifiutava mai. Ma voleva prima, giustamente, contrattare con chiarezza le condizione per attuare il servizio: fissare per prima l&#8217;ammontare del salario mensile, che si aggirava sulle lire 3,50 circa; stabilire gli orari del prelievo: la preferenza era per le prime ore del mattino; pregare infine che le lasciassero libero accesso nelle case, bisognava aprire in tempo le porte, che raggruppassero i recipienti in un determinato modo; che evitassero per il possibile di appesantire i recipienti con liquidi eccessivi. Una mia spassosa cugina fece osservare a tale proposito che non poteva certo adoperare il colabrodo per venire incontro ai desiderati di Fernia.<\/p>\n<p>Superfluo aggiungere che tutte le condizioni poste ed anche altre, se ce ne fossero state, venivano accolte in blocco senza discussione. Ci\u00f2 fatto veniva dato inizio al servizio di trasporto.<\/p>\n<p>Puntualissima sul fare dell&#8217;alba Fernia arrivava nelle case del cliente.<\/p>\n<p>Il chiavistello, secondo le intese, era gi\u00e0 stato sbloccato e non restava che spingere la porta ed entrare. La spinta era cosi energica che la porta sbatteva con un tonfo contro il muro opposto, accentuando sempre pi\u00f9 la breccia aperta dalla sporgenza del lucchetto. Il solito cane randagio, onnipresente si intrufolava nella casa ed annusava in tutti gli angoli alla vana ricerca almeno di un osso.<\/p>\n<p>L&#8217;arrivo di Femia provocava un vero trambusto.<\/p>\n<p>Bisognava per prima cosa sbarrare le porte in attesa che avesse inizio l&#8217;operazione di scarico. Seguendo un rituale immutabile nel tempo Fernia deponeva, meglio sarebbe dire &#8220;scaraventava&#8221; a terra il coperchio del bidone, abbrancava uno per uno i recipienti allineati e stracolmi e ne versava il contenuto, tra un susseguirsi di tonfi e di schizzi, mentre un&#8217;aria grave, inesorabile, atroce dilagava per la casa, filtrando da ogni dove, vana ogni barriera, vano ogni accorgimento vano tutto contro quell&#8217;invisibile flagello. Si spalancavano balconi e finestre e l&#8217;aria pura del mattino irrompeva nelle chiuse stanze a ridarei la vita.<\/p>\n<p>Tutto il lavoro di travaso veniva compiuto in fretta e con malagrazia, ed i segni evidenti erano li sul pavimento e che sforzi per raschiare, lavare, rilavare, disinfettare.<\/p>\n<p>Cos\u00ec per anni, e tutto pareva normale, senza speranza di cambiamento. Mio padre ebbe un giorno il coraggio di cambiare casa. Gli amici del vicinato, il compare notaio, tutta la brava gente con cui avevamo comunanza di vita, ne furono addolorati come per una perdita grave: ma la decisione fu irrevocabile. Nella nuova casa, pi\u00f9 ario- sa, tutta balconate che davano sulla valle, c&#8217;era in un camerino piccolo piccolo, un minimo di servizio e questo per noi bastava.<\/p>\n<p>Femia, nel suo campo era padrona indisturbata della piazza poich\u00e8 nessuno aveva tentato di farle concorrenza. Ma un giorno, c&#8217;\u00e8 sempre un giorno infausto nella vita di ogni uomo, la poverina vide qualcosa che la disorient\u00f2: una nuova portatrice comparve per le strade del paese, una concorrente che si chiamava Cristina, anch&#8217;essa fornita di fiammante bidone, la quale era gi\u00e0 alla ricerca di clienti.<\/p>\n<p>Cristina era una donnetta completamente diversa da Femia: bassa, tarchiata, pelosa come una scimmia, con un perenne balordo sorriso sulle labbra.<\/p>\n<p>Servizievole per natura, si nasce servi come si na- sce padroni, accorreva da chiunque le chiamasse per dare una mano, per fare bucato, per trasportare legna. Era soprannominata la <em>&#8220;ca<\/em><em>r<\/em><em>v<\/em><em>in<\/em><em>e<\/em><em>ra&#8221; <\/em>per il fatto che il marito, era anche sposata, il padre del marito, il padre del padre del marito erano da tempo immemorabili carbonai. La tapina dovette capire ad un certo momento che le possibilit\u00e0 di un buon guadagno c&#8217;erano a fare il mestiere di portatrice di rifiuti, e, mettendo da parte ogni ritegno, ma era capace di ritegni?? Si avventur\u00f2 con la disinvoltura dei semplici nel nuovo mestiere.<\/p>\n<p>La concorrenza ebbe inizio, e con la concorrenza, divamp\u00f2 l&#8217;odio di Femia, che vedeva minacciata dall&#8217;intrusa il monopolio che sembrava solidissimo.<\/p>\n<p>Cristina ag\u00ec a colpo sicuro, offrendo i suoi servizi ai signori che ben conosceva, e riducendo al minimo le pretese salariali, per vincere la concorrenza sia pure slealmente.<\/p>\n<p>Evitava con cura ogni spiacevole incontro con l&#8217;antagonista, sicura che una zuffa sarebbe scoppiata e che lei avrebbe avuto la peggio. Ci\u00f2 nonostante non perdeva mai quel suo buon umore, frutto pi\u00f9 di naturale incoscienza che di raziocinio.<\/p>\n<p>Lo sforzo che sosteneva per trasportare il bidone era quanto mai penoso, bassa com&#8217;era, costretta quindi a piegarsi tutta a sinistra per evitare che il recipiente stri- sciasse per terra.<\/p>\n<p>Cristina era paga del suo povero destino. Nata per soffrire, aveva sofferto anche troppo, e senza un lamento. Aveva fame sempre, una fame remota, incolmabile, ed uno stomaco dilatato e senza fondo capace di contenere e di bruciare un bue intero se ne avesse avuto la possibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Ignorava sovranamente l&#8217;uso dell&#8217;acqua a ne facevano fede il suo viso da negro e le sue mani incrostate di sporco. I microbi con lei c&#8217;era poco da fare. Le cose procedevano cosi da tempo, i giorni passavano monotonamente, si avvicendavano le stagioni e stranamente regnava tra le donne quasi un tacito patto di non aggressione.<\/p>\n<p>Ma un giorno, quel giorno era splendido davvero come avviene in settembre sulle nostre colline quando ferve la vendemmia e l&#8217;aria \u00e8 fresca e trasparente.<\/p>\n<p>Le donne gi\u00e0 da qualche ora avevano iniziato la loro fatica quando si trovarono faccia a faccia, uscendo nello stesso tempo da due usci l&#8217;uno dirimpetto all&#8217;altro. Era scritto che la lite, gi\u00e0 nell&#8217;aria, dovesse scoppiare, tanto&#8217; valeva che scoppiasse presto.<\/p>\n<p>Si guardarono, anzi ai squadrarono come se non si fossero mai viste prima di allora, e Femia attacc\u00f2 per prima, anche questo rientrava nell&#8217;ordine delle cose.<\/p>\n<p>&#8220;Disgraziata&#8221;, url\u00f2 Femia: &#8220;morta di fame che abbassi il prezzo della fatica&#8221; e deposto il bidone per terra, le si avvent\u00f2 contro con l&#8217;impeto di una guerriera. Ne nacque una zuffa confusa, inconcludente poich\u00e9 Cristina, ferma come una torre sulle sue gambe arcuate, pi\u00f9 che al contrattacco, pensava alla difesa, ed imbrigliava quindi la foga disordinata di Femia.<\/p>\n<p>La folla era intanto accorsa numerosa, aveva circondati i contendenti e rideva di cuore, aizzando le povere donne e guardandosi bene dal dividerle o dal placarne l&#8217;ira. Pi\u00f9 la baraonda durava e pi\u00f9 il divertimento si prolungava. Fu a questo punto che dall&#8217;alto di un balcone che dava sulla strada si lev\u00f2 una voce ad un tempo forte e divertita: &#8220;Vergogna, vergogna, che porcheria \u00e8 questa?&#8221; L&#8217;effetto fu quasi immediato, poich\u00e9 le due donne smisero di suonarsele e si voltarono verso l&#8217;alto da dove proveniva la voce. &#8220;Ma perch\u00e9 vi conciate in quel modo&#8221;. Era zio Pancrazio, un vecchio maestro buontempone, che parlava cos\u00ec .&#8221;In paese, grazie a Dio, di quella roba ce n&#8217;\u00e8 per tutti e in abbondanza&#8221; risate generali. &#8220;Fate storie per una cucchiaiata di pi\u00f9 o di meno? &#8220;Tutto si accomoda, riprendete il vostro carico ed andate&#8221; . La zuffa fini e la folla, soddisfatta di quel numero fuori programma, si dirad\u00f2.<\/p>\n<p>Le donne cercarono di ricomporsi alla meglio, ripresero fiato, ne avevano bisogno! e ripresero la lunga strada, cos\u00ec dura e senza speranza.<\/p>\n<p>La storiella che vi ho raccontato sembra inventata; ma \u00e8 vera, credetemi: \u00e8 vera.<\/p>\n<p>lo emigrai dal paese tanti anni fa e non seppi pi\u00f9 nulla di Femia e di Cristina. Svanirono forse come ombre nel nulla e nessuno vi fece caso. Che ora non siano in qualche remoto, dimesso, sperduto cantuccio, perch\u00e9 no? di paradiso? Perch\u00e9 avevano sofferto inferno e purgatorio in terra, e Dio offre sempre agli umili la Sua immensa piet\u00e0.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Enrico Buono con questa storia rievoca un tempo favolosamente lontano, o incredibile, inimmaginabile, reso in certe scene d\u2019ambiente del Decamerone pasoliniano; sebbene un tempo ancora vissuto dalla generazione precedente la mia, tra lo scadere dell\u2019Ottocento e i primi decenni del secolo scorso (la generazione di Enrico Buono, appunto), che io ricordo in modo quasi subliminale, [&#8230;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","_links_to":"","_links_to_target":""},"categories":[775],"tags":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v14.4.1 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow\" \/>\n<meta name=\"googlebot\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<meta name=\"bingbot\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5760817\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Femia e Cristina: racconto di Enrico Buono - Rabatana\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"Enrico Buono con questa storia rievoca un tempo favolosamente lontano, o incredibile, inimmaginabile, reso in certe scene d\u2019ambiente del Decamerone pasoliniano; 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