{"id":5761815,"date":"2010-12-25T10:17:19","date_gmt":"2010-12-25T09:17:19","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5761815"},"modified":"2015-05-16T18:02:57","modified_gmt":"2015-05-16T16:02:57","slug":"antologia-della-civilta-contadina-mario-alicata-il-meridionalismo-non-si-puo-fermare-a-eboli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rabatana.it\/?p=5761815","title":{"rendered":"6) Antologia della civilt\u00e0 contadina &#8211; Mario Alicata, Il meridionalismo non si pu\u00f2 fermare a Eboli"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<span style=\"color: #993300;\"> Pubblico nella Sezione \u00abAntologia della civilt\u00e0 contadina\u00bb il saggio di <strong>Mario Alicata<\/strong> \u00abIl meridionalismo non si pu\u00e0 fermare e Eboli\u00bb in <\/span><\/em><span style=\"color: #993300;\">Cronache Meridionali, 1954,<\/span> <span style=\"color: #993300;\"><em>poi in<\/em> Scritti letterari, Milano, il Saggiatore, 1968 <em>e in <\/em>Omaggio a Scotellaro, Lacaita editore, Manduria, 1974, pp. 133 ss. <em>Al saggio premetto una breve presentazione dell\u2019Autore, del quale altre volte ho scritto su questo blog, <strong>ponendo\u00a0in rilievo che Alicata combatt\u00e8 una guerra contro il meridionalismo di Levi &#8211; Scotellaro &#8211; Rossi Doria.<\/strong><\/em><\/span><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 L\u2019aspetto essenziale della personalit\u00e0 di <strong>Mario Alicata<\/strong> (1918 \u20201966), critico letterario, giornalista e politico \u2013 che tratteggio avvalendomi prevalentemente del libro di <strong>Leonardo Sacco<\/strong>, L\u2019Orologio della Repubblica, Argo, Lecce, 1996 &#8211; fu il suo essere un \u00abrivoluzionario professionale\u00bb, convinto che l\u2019unica via per essere coerentemente un \u201cfilosofo moderno\u201d, anche al livello della moralit\u00e0 individuale, fosse trasformare il mondo e non soltanto conoscerlo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Alicata si fa conoscere ben presto come \u00ab<em>cazzottatore<\/em>\u00bb dalla vena pedagogica, al punto di dichiarare di non essersi sorpreso del distacco dal PCI, nel 1956 \u2013 dopo i fatti d\u2019Ungheria \u2013, di certi vecchi amici e compagni, perch\u00e9 \u00abla ragione vera di questo distacco va a mio avviso cercata nel fatto ch\u2019essi non sono mai vissuti nel Partito comunista con quella pienezza di vita intellettuale e morale che unicamente (a mio avviso almeno) poteva trasformare davvero un intellettuale della nostra generazione, imbevuto di una certa cultura, partecipe cio\u00e8 d\u2019una certa crisi della cultura occidentale contemporanea, in un militante rivoluzionario\u00bb (M. Alicata, <em>La generazione degli anni difficili<\/em>, Laterza, Bari, 1962, pp. 59-60).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Egli aveva una mistica visione dell\u2019URSS \u00abpatria del socialismo\u00bb, al punto da asserire ancora nel 1952 che \u00abin questo Paese, oggi, l\u2019uomo \u00e8 pi\u00f9 libero che in tutti i paesi del mondo\u00bb e che, meglio \u00abquesto \u00e8 il primo paese della storia del mondo in cui tutti gli uomini siano, finalmente liberi\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Di lui suoi compagni di lavoro hanno ricordato \u00abla furia polemica\u00bb, la spietatezza delle condanne, l\u2019attitudine rissosa\u00bb e che per lui \u00abla vocazione alla persuasione assumeva i caratteri ricattatori della fedelt\u00e0, il ricorso non ultimo all\u2019autorit\u00e0 delle scelte del partito, alla barriera tra amici e nemici. Cio\u00e8 una buona dose di terrorismo\u00bb. (<strong>T. Chiaretti<\/strong>, <em>Alicata, il comunismo a una dimensione<\/em>, La Repubblica, 19.10.1977).<\/p>\n<p>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Torna opportuno, a questo punto, ricordare un epigramma di <strong>Franco Fortini<\/strong> ne \u00ab<em>L\u2019ospite ingrato<\/em>\u00bb: \u00ab<em>C&#8217;era a quei tempi, \/ ricordi, \/nel Comitato Centrale \/Mario Alicata. \/Falsa faccia di vera tragedia \/odiava molto, \/molto ammoniva o con aria severa \/minacciava. \/La Causa \/ \u00e8 stata con lui generosa: \/dice di rispettarne la memoria<\/em>\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 All\u2019attivit\u00e0 giornalistica e parlamentare si accompagn\u00f2 un&#8217;intensa attivit\u00e0 politica nel Mezzogiorno: membro della commissione meridionale del partito e del direttivo della federazione comunista di Napoli, nel 1948 ebbe dal partito l&#8217;incarico di seguire e coordinare le edizioni meridionali dell&#8217;Unit\u00e0 e di dirigere, con <strong>Giorgio Amendola<\/strong>, il settimanale comunista di lotte meridionali <em>La Voce del Mezzogiorno<\/em>. Dopo le elezioni del 1948, fu nominato segretario regionale del partito comunista in Calabria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Nel corso del 1949 partecip\u00f2 alla campagna per la convocazione delle Assise della rinascita meridionale culminate nel convegno di Roma del gennaio 1950 dove fu decisa la costituzione del Comitato nazionale per la rinascita del Mezzogiorno (della cui segreteria entr\u00f2 a far parte).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Dal 1954 al 1964 fu direttore di Cronache meridionali, dapprima con Giorgio Amendola e <strong>Francesco De Martino<\/strong>, quindi solo con Amendola, e dal 1961 con Amendola e altri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Nel 1955 Alicata fu chiamato a dirigere, in sostituzione di Carlo Salinari, la commissione culturale del PCI (e mantenne l\u2019incarico fino al 1963).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Nonostante l&#8217;intensa attivit\u00e0 politica, non aveva trascurato negli anni precedenti di partecipare al dibattito culturale, con la convinzione che fosse compito degli intellettuali partecipare in modo attivo e conseguente all&#8217;opera di ricostruzione del paese. Da questa convinzione e dalla certezza che non potesse esistere un&#8217; arte &#8220;umana&#8221;, che non abbia come obbiettivo una conquista di verit\u00e0. e che non vi fosse alcun bisogno di un&#8217;arte che non aiuti gli uomini in una lotta conseguente per la giustizia e la libert\u00e0, aveva dato inizio a quella polemica che si sarebbe ampliata in un serrato confronto sui problemi del rapporto politica-cultura fra Palmiro Togliatti ed Elio Vittorini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La necessit\u00e0 dell&#8217;impegno politico degli intellettuali anche attraverso i loro prodotti letterari e artistici, era rimarcata dall&#8217;Alicata con ancor pi\u00f9 vigore in merito ai problemi del Mezzogiorno e alla cultura meridionale, manifestandosi in particolare nella polemica con quanti esaltavano o consideravano la &#8220;civilt\u00e0 contadina meridionale&#8221; in s\u00e9: \u00abla lotta per il riscatto del Mezzogiorno &#8211; affermava infatti nel 1954, in polemica con <strong>Carlo Levi e Rocco Scotellaro<\/strong> &#8211; non pu\u00f2 risolversi che nello sviluppo organizzato, anche sul terreno delle coscienze, di un grande movimento popolare non solo di contadini, ma di intellettuali e in genere di ceto medio urbano, che pu\u00f2 estendersi fino a comprendere la stragrande maggioranza delle popolazioni delle regioni meridionali e delle isole, sempre a condizione per\u00f2 che tale movimento comprenda l&#8217;esigenza dell&#8217;alleanza con la classe operaia e ne accetti la direzione, in quanto solo con questa alleanza e sotto questa direzione pu\u00f2 essere condotta fino in fondo, conseguentemente, la lotta contro i nemici storici del Mezzogiorno: il blocco agrario-industriale, l&#8217;imperialismo italiano e straniero \u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <strong>Contro il meridionalismo di Levi-Scotellaro-Rossi-Doria Alicata combatt\u00e9 una guerra.<\/strong> Non erano atti di guerra gli argomenti, l\u2019espressione delle proprie convinzioni o di quanto era nelle direttive del partito \u2013 cosa pienamente legittima, come ho gi\u00e0 sostenuto in altra parte di questo blog -, ma l\u2019ira, l\u2019indignazione, la ferocia con cui gli argomenti erano sviluppati. Fu giustamente notato che tutta quell\u2019ira, indignazione, ferocia era la caratteristica di una lotta politica volta a precludere la discussione e dettare come esclusiva la linea del gruppo dirigente comunista. <strong>L\u2019aggressione di Alicata alle posizioni di Levi-Scotellaro \u2013 Rossi Doria (nome che il polemista non manca mai di introdurre sempre col titolo accademico di \u2018professore\u2019), grazie all\u2019ampiezza del circuito di stampa del partito, costituir\u00e0 a lungo una sorta di calco polemico per molti propagandisti periferici.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">* * *<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong><em>Mario Alicata<\/em><\/strong><em> \u00abIl meridionalismo non si pu\u00f2 fermare e Eboli\u00bb<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Intorno alla figura e all&#8217;opera di Rocco Scotellaro, il giovane scrittore lucano morto a trent&#8217;anni e balzato improvvisamente alla fama dopo la pubblicazione postuma di due volumi &#8211; quello (\u00c8 fatto giorno) in cui Carlo Levi ha raccolto la maggior parte delle sue poesie edite ed inedite, e quello (Contadini del Sud) in cui il professor Manlio Rossi-Doria ha dato alle stampe una parte del materiale vario che lo Scotellaro andava raccogliendo per una inchiesta sulla vita e la cultura dei contadini meridionali &#8211; si \u00e8 determinata una diversit\u00e0 di apprezzamenti e di giudizi anche nel seno degli ambienti politici e culturali pi\u00f9 vicini allo Scotellaro, e dove dunque coloro che non consentono completamente con l&#8217;opera sua, sono mossi evidentemente da motivi ben diversi da quelli che hanno dettato alla Gazzetta del Mezzogiorno due stroncature rabbiose quanto idiote del volume Contadini del Sud[1].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00c8 certo un fatto che di Rocco Scotellaro si discute abbastanza, anche al di fuori del dibattito apertosi sulla stampa, specialmente in conseguenza dell&#8217;intelligente e vivace campagna pubblicitaria condotta intorno al suo nome dalla Casa Editrice Laterza in molte citt\u00e0 del Mezzogiorno e per le inevitabili ripercussioni provocate dall&#8217;inaspettata, per i pi\u00f9, assegnazione alla sua memoria del Premio Viareggio 1954. N\u00e9 la discussione si pu\u00f2 considerare puramente \u00abletteraria \u00bb, ch\u00e9 in questo caso essa sarebbe in un certo senso estranea al programma e all&#8217;indole di questa rivista, e noi non saremmo tornati, su queste pagine, ad allargare un discorso gi\u00e0 da noi fatto altrove. Ma il problema degli orientamenti attuali degli intellettuali, del Sud e non del Sud, nei confronti della questione meridionale, e in genere contadina, non pu\u00f2 essere estraneo al movimento democratico e socialista che agisce per la soluzione, appunto, della questione meridionale nel quadro della lotta per il rinnovamento democratico e socialista della societ\u00e0 italiana: e di qui la ragione di questo nostro esame, in cui ci siamo proposti non di compiere un esame isolato dell&#8217;opera dello Scotellaro, ma di sviluppare un ragionamento di carattere pi\u00f9 generale, che secondo noi pu\u00f2 servire a spiegare meglio certi dissensi, e a superarli, una volta precisato \u00abil punto di vista\u00bb dal quale si colloca chi, nell&#8217;apprezzamento dell&#8217;opera letteraria e della personalit\u00e0 dello Scotellaro, ha creduto opportuno di sollevare alcune riserve.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Non \u00e8 questa di Scotellaro, infatti, in questi anni recenti, la prima occasione in cui si \u00e8 potuto notare, di fronte a libri che hanno comunque per oggetto il Mezzogiorno e la questione meridionale, o ad opere poetiche ed artistiche che dall&#8217;ambiente meridionale traggono ispirazione, una tendenza ad una valutazione genericamente favorevole, anche da parte di critici di solito ben altrimenti vigili e severi. Questa tendenza nasce evidentemente dal grande interesse che i rapidi mutamenti verificatisi, in questo secondo dopoguerra, nella situazione tradizionale di immobilit\u00e0 e arretratezza politica delle nostre regioni, hanno suscitato in tutti gli ambienti politici e culturali del paese, e al quale, negli ambienti del movimento democratico e socialista, si accompagnano sentimenti di profonda solidariet\u00e0, simpatia sincera, schietto entusiasmo per i successi conseguiti dai lavoratori meridionali, insieme col giusto proposito \u00ab pratico\u00bb di dar rilievo a quanto pu\u00f2 servire a ribadire il carattere nazionale, e la drammaticit\u00e0 del problema meridionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 C&#8217;\u00e8 tuttavia da dire che questa ben comprensibile tendenza \u00e8 sembrata qualche volta farsi pi\u00f9 accentuata a causa di un&#8217;altra tendenza meno legittima, e che \u00e8 quella di considerare il Mezzogiorno, sia da parte di certi autori, sia da parte di certi lettori, come un enigma ancora da decifrare, come una terra arcana e misteriosa ancora tutta da studiare e tutta da rivelare nella sua \u00abessenza\u00bb nascosta e nelle sue \u00abapparenze\u00bb molteplici, insomma, per usare una efficacissima immagine di Gramsci, come un lontano \u00ab Giappone \u00bb, del quale basta occuparsi con accenti di umana simpatia, senza il carattere odioso e scandalistico, per esempio, di certi libri di Malaparte o alla Malaparte, per essere subito catalogati fra gli autori \u00ab meridionalisti \u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Senza dubbio in questa tendenza si riflette anche, sul piano della coscienza, la frattura storica determinatasi nel corso dei secoli fra il Nord e il Sud d&#8217;Italia, e che i cento anni circa (che tanti oramai sono!) di vita unitaria, hanno per certi aspetti (poich\u00e9 certi processi \u00ab unificatori \u00bb hanno avuto luogo, ed \u00e8 dilettantesco ignorarlo) vieppi\u00f9 accentuata. Sarebbe anzi interessante analizzare quanto v&#8217;\u00e8 in questa tendenza di \u00abspontaneo\u00bb e quanto, invece, essa non sia il frutto dell&#8217;opera metodica di direzione culturale dei gruppi dominanti italiani, e specialmente dell&#8217;opera metodica di direzione culturale del Croce, che anche per gli sforzi da lui compiuti per deviare la cultura da una esatta considerazione del problema meridionale fu definito da Gramsci \u00abil reazionario pi\u00f9 operoso della penisola\u00bb, \u00abla pi\u00f9 grande figura della reazione italiana \u00bb. Questa analisi porterebbe infatti, tra l&#8217;altro, a meglio comprendere come, se \u00e8 vero che nel patrimonio tradizionale della cultura media italiana tutto ci\u00f2 che potrebbe servire a svelare (non solo nel Nord, si badi, ma in primo luogo nello stesso Mezzogiorno) la sostanza del problema meridionale \u00e8 stato sempre opportunamente diluito, accantonato, nascosto, non \u00e8 vero altrettanto, per\u00f2, che gli strumenti \u00abtecnici\u00bb, il \u00abmateriale culturale\u00bb, di cui disponiamo per la conoscenza della realt\u00e0 meridionale siano meno scarsi di quelli di cui disponiamo per altre questioni della nostra vita nazionale, anche se gli uni e gli altri soffrono degli stessi limiti tipici propri della cultura italiana tradizionale. Semmai, anzi, ci sarebbe da dire proprio il contrario: che non c&#8217;\u00e8, per esempio, nella cultura borghese italiana moderna forse un altro filone cos\u00ec ricco di fermenti ideali progressivi come quello \u00abmeridionalista\u00bb classico (dagli antifeudisti napoletani del secolo XVIII ai liberali illuminati d&#8217;ogni parte d&#8217;Italia che, nella seconda met\u00e0 del secolo XIX, \u00abscoprirono\u00bb appunto la questione meridionale); e che, nel- l&#8217;\u00e0mbito pi\u00f9 strettamente letterario, non c&#8217;\u00e8 niente di simile al romanzo popolare di tipo sociale o al romanzo d&#8217;arte verista-naturalista, fiorito appunto nel Mezzogiorno e ispirato ai temi della vita meridionale, nella seconda met\u00e0 del secolo XIX (si pensi per un verso al Mastriani, e per l&#8217;altro verso al Verga, al De Roberto, al Capuana, alla Sera o e anche al Pirandello di alcuni romanzi e di moltissime novelle). Se poi si passa al campo socialista, se \u00e8 vero che alla fine del secolo XIX proprio \u00ab il Partito socialista fu in gran parte il veicolo &#8230; nel proletariato settentrionale\u00bb di tesi reazionarie come quelle positiviste, postulanti una inferiorit\u00e0 biologica, razziale, delle popolazioni meridionali (lasciamo da parte il fenomeno sindacalista che &#8211; aggiunge Gramsci &#8211; fu \u00abl&#8217;espressione istintiva, elementare, primitiva, ma sana, della reazione operaia contro il blocco della borghesia e per un blocco coi contadini e in primo luogo con i contadini meridionali\u00bb) \u00e8 anche vero che in s\u00e9guito, e soprattutto con Gramsci e per merito di Gramsci, proprio lo studio della questione meridionale \u00e8 stato uno dei banchi di prova pi\u00f9 alti del vigore scientifico e della originale fecondit\u00e0 del pensiero marxista italiano, uno dei campi dove maggiormente si \u00e8 dispiegato in Italia, il carattere creativo, vivente, della nostra dottrina[2].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Eppure ci\u00f2 non impedisce che quella tendenza, di cui dicevamo, a considerare il problema del Mezzogiorno come qualcosa ancora di oscuro o almeno di confuso, non torni spesso a manifestarsi anche nel campo democratico e socialista, con la conseguenza soprattutto dinnanzi ad opere artistiche e letterarie[3], di metterne in luce soltanto gli elementi positivi, di denuncia, come si dice, della realt\u00e0 meridionale, senza compiere la necessaria azione di approfondimento critico per svelarne, laddove ci siano, anche gli elementi negativi, e dunque il carattere contraddittorio. Come se da un lato questo non dovesse essere sempre, in ogni occasione, il giusto atteggiamento del marxista dinnanzi ad ogni opera artistica e letteraria, quali che siano gli orientamenti e gli intenti dell&#8217;autore, ma specialmente come se lo sviluppo del movimento reale per il riscatto del Mezzogiorno non richiedesse, oggi, che la coscienza di tutti i protagonisti di questa lotta (e nel Sud e nel Nord) sia portata oltre la pura e semplice denuncia, oltre la pura e semplice commozione sentimentale per la miseria e l&#8217;arretratezza del Sud, fino al livello di una interpretazione storica della \u00abquestione meridionale\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Tipico fu in questo senso, per esempio, l&#8217;atteggiamento assunto dai compagni della terza pagina de l&#8217;<em>Unit\u00e0<\/em> di Milano e anche, allora, da Carlo Salinari, dinanzi ad un libro su Napoli di Anna Maria Ortese, dove l&#8217;informazione spicciola (per non dire il pettegolezzo) su alcuni ambienti ristretti e marginali della vita napoletana, si mescolava ad alcune \u00ab scene di miseria napoletana\u00bb le quali non si allontanavano dal naturalismo se non per cadere nelle deformazioni di tipo espressionista ed esistenziale. Ebbene, ci volle del bello e del buono per persuadere quei compagni (e credo che alcuni non ne siano ancora persuasi), bench\u00e9 si tratti di critici altrimenti vigorosi e rigorosi, come <em>Il mare non bagna Napoli<\/em> non fosse un libro realistico in quanto esso si limita ad isolare soltanto gli aspetti negativi, passivi, della vita del popolo napoletano, e li isola, inoltre, nel quadro di uno schema fra i peggiori e pi\u00f9 invecchiati del naturalismo, quello razzistico, anche se l&#8217;autrice tenta di rinverdirlo aggiungendoci un po&#8217; d&#8217;angoscia esistenziale e un po&#8217; d&#8217;esaltazione espressionistica, e come, se davvero essi sentissero il bisogno di una rappresentazione, e in termini di pura e semplice denuncia, della miseria napoletana, avrebbero potuto rivolgersi alle pagine sempre efficaci della Serao o del Fucini, o meglio ancora ai classici saggi del Villari e della White Mario, dove almeno di \u00abdestino razziale\u00bb non c&#8217;\u00e8 traccia, e c&#8217;\u00e8 invece una vigorosa polemica contro i sistemi di amministrazione e di governo dell&#8217;epoca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Si dir\u00e0 che si tratta, in fondo, di inezie, di particolari, di cose di scarsa importanza \u00abpratica\u00bb comunque. E invece \u00e8 e non \u00e8 cos\u00ec. Il fermarsi, nella considerazione della miseria di Napoli e del Mezzogiorno, agli aspetti superficiali, \u00ab pittoreschi \u00bb, a certe manifestazioni patologiche soprattutto, non pu\u00f2 per esempio favorire giudizi non esatti sugli sviluppi della situazione politica meridionale, come \u00e8 accaduto dinnanzi all&#8217;improvviso affermarsi, nel 1952, delle destre monarchiche e fasciste anche in strati fra i pi\u00f9 miseri del Mezzogiorno? O non pu\u00f2 perfino indurre, questo atteggiamento, in taluni casi, ad una certa incertezza dinnanzi ad equivoci provvedimenti legislativi (quali la Cassa del Mezzogiorno o le leggi cosiddette di riforma fondiaria) perch\u00e9, si dice, essi servono \u00abcomunque\u00bb a far qualcosa, d\u00e0nno \u00ab comunque\u00bb un po\u2019 di terra e di soldi ai miseri del Mezzogiorno &#8211; senza approfondire invece in quale direzione tali provvedimenti si muovano e lo sviluppo di quali forze, all&#8217;interno della complessa societ\u00e0 meridionale, intendano favorire?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Queste osservazioni, del resto, valgono ancora di pi\u00f9, secondo noi almeno, per un altro filone \u00ab meridionalista\u00bb (o almeno considerato in genere tale) della cultura di questo secondo dopoguerra, che ha il suo esponente pi\u00f9 rappresentativo in Carlo Levi e che qui ci interessa particolarmente in quanto dalle sue posizioni Rocco Scotellaro fu in parte senza dubbio influenzato, e in quanto dentro queste posizioni lo stesso Carlo Levi e il professor Rossi-Doria cercano oggi di riportare interamente il significato ideale della sua eredit\u00e0 letteraria. E che \u00e8 un filone \u00abmeridionalista\u00bb curioso davvero, in quanto vorrebbe che non solo \u00abCristo\u00bb, ma anche il moderno pensiero critico si fermasse \u00aba Eboli\u00bb, nel senso che esso ha lavorato &#8211; come ha osservato bene una volta Carlo Muscett\u00e0[4] &#8211; per \u00ab allontanare il Mezzogiorno pi\u00f9 che l&#8217;India e la Cina\u00bb dal quadro della nostra conoscenza oggettiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Diciamo subito, naturalmente, ad evitare equivoci o speculazioni non del tutto disinteressate, che le osservazioni che qui di s\u00e9guito faremo non turbano affatto, per\u00f2, il giudizio complessivo positivo che anche noi diamo della personalit\u00e0 e dell&#8217;opera pittorica e letteraria di Carlo Levi, il quale, fra gli intellettuali non marxisti, \u00e8 senza dubbio fra quelli che, in questo secondo dopoguerra, dal <em>Cristo si \u00e8 fermato ad Eboli<\/em> alla sala della recente Biennale d&#8217;arte di Venezia, hanno con pi\u00f9 impegno assunto a tema principale della propria attivit\u00e0 artistica il mondo contadino meridionale. Ma proprio per l&#8217;apprezzamento che diamo dell&#8217;opera di Carlo Levi e per la stima che nutriamo per lui, vorremmo dire proprio per il desiderio di vederlo schierato su posizioni, secondo noi, pi\u00f9 esatte, e pi\u00f9 utili alla causa del Mezzogiorno, noi non gli abbiamo mai risparmiato, quando lo abbiamo ritenuto necessario[5], anche la critica la pi\u00f9 aspra: come \u00e8 giusto, ci sembra fra compagni di lotta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ci\u00f2 premesso, fermiamoci ora a considerare per pochi istanti il <em>Cristo si \u00e8 fermato ad Eboli<\/em>, opera senza dubbio artisticamente molto originale e la quale, cosa che pi\u00f9 importa per la natura del nostro discorso, ha svolto un ruolo efficacissimo nella denuncia delle condizioni di miseria e di arretratezza del Mezzogiorno, ha dato un contributo sensibile, negli anni decisivi della caduta del fascismo e della nascita della Repubblica, ad una nuova, prima popolarizzazione del problema meridionale in strati molto ampi dell&#8217;opinione pubblica italiana e straniera, ha aiutato, nel momento del primo risveglio ad una nuova vita politica del Mezzogiorno, gruppi di piccola borghesia intellettuale delle nostre regioni a rendersi conto della condizione umana propria e dei propri simili. \u00c8 chiaro, in questo senso, che <em>Cristo si \u00e8 fermato ad Eboli<\/em> appartiene senza dubbio alcuno alla tradizione \u00abmeridionalista\u00bb ed anzi si riallaccia alle sue correnti pi\u00f9 progressive. Ma detto ci\u00f2, non dovremmo forse fermarci a notare anche gli altri elementi che si ritrovano nella ideologia che sta alla base del libro del Levi, e che lo rendono, come del resto tutta la personalit\u00e0 e tutta l&#8217;opera letteraria e pittorica del suo autore, profondamente contraddittorio? Se infatti, nella rappresentazione dataci dal Levi del mondo meridionale, anzi del mondo contadino meridionale, hanno da un lato gran posto la denuncia della miseria in cui versano le nostre campagne, lo sfruttamento al quale i contadini sono sottoposti, le ingiustizie e le violenze attraverso le quali lo Stato borghese \u00abmantiene\u00bb il Mezzogiorno, la critica di un&#8217;amministrazione corrotta; e poi l&#8217;odio istintivo dei contadini contro lo Stato fascista e contro i suoi rappresentanti locali (i signori, il podest\u00e0, il prete, etc.), la loro insofferenza verso un sistema fiscale che li dissangua e verso una pratica burocratica che li avviluppa in una rete inestricabile di carta bollata; dall&#8217;altra parte c&#8217;\u00e8 l&#8217;enunciazione di una serie di tesi senza consistenza teorica, nelle quali si rivela chiaramente come sia estraneo al Levi ogni proposito di spiegare storicisticamente le ragioni dell&#8217;inferiorit\u00e0 sociale del Mezzogiorno e quindi di individuare le forze storiche che, oggi, possono spingere a soluzione la questione meridionale, e le vie per le quali ci\u00f2 potr\u00e0 avvenire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Tutte queste tesi, in definitiva, scaturiscono dal fatto che il Levi arriva a riconoscere s\u00ec il valore fondamentale del contrasto esistente, nella moderna societ\u00e0 borghese, fra citt\u00e0 e campagna, ma che di questa conseguenza della \u00abprima grande divisione sociale del lavoro \u00bb egli non \u00e8 capace di dare un&#8217;interpretazione dialettica e dunque non \u00e8 capace n\u00e9 di indagarne l&#8217;origine, il significato e gli sviluppi reali, n\u00e9 di analizzare le forme storiche concrete in cui tale contrasto si manifesta oggi in Italia e di cui l&#8217;esistenza della questione meridionale \u00e8 forse appunto l&#8217;espressione pi\u00f9 tipica[6]. Tutto nel Levi si riduce, invece, ad una spiegazione metafisica, mistigheggiante, alla ipostatizzazione della \u00abentit\u00e0 \u00bb campagna e della \u00ab entit\u00e0\u00bb citt\u00e0: \u00ab Siamo anzitutto &#8211; egli dice &#8211; di fronte al coesistere di due civilt\u00e0 diverse, nessuna delle quali \u00e8 in grado di assimilare l&#8217;altra. Campagna e citt\u00e0, civilt\u00e0 precristiana e civilt\u00e0 non pi\u00f9 cristiana stanno di fronte; e finch\u00e9 la seconda continuer\u00e0 ad imporre alla prima la sua teocrazia statale, il dissidio continuer\u00e0 \u00bb. Arrivati a questo punto, \u00e8 naturale che le cose si facciano alquanto confuse. Come espressione della \u00abcivilt\u00e0 cittadina\u00bb, infatti, non solo il liberalismo e il fascismo, ma anche il socialismo risulta affetto di \u00abteocrazia statale\u00bb, e dunque, come lo Stato liberale e lo Stato fascista, neppure uno Stato socialista potrebbe risolvere il problema della campagna, il problema del Mezzogiorno. D&#8217;altro canto, potrebbe forse il problema essere risolto per iniziativa di questa \u00abcivilt\u00e0 contadina\u00bb dove addirittura, secondo il Levi, non c&#8217;\u00e8 ancora distinzione fra il regno dell&#8217;umano e il regno della natura? Evidentemente no; evidentemente il problema \u00abnon si pu\u00f2 risolvere con le sole forze del Mezzogiorno: ch\u00e9 in questo caso avremmo una nuova guerra civile, un nuovo atroce brigantaggio che finirebbe, come al solito, con la sconfitta contadina e il disordine generale\u00bb. E allora? Allora occorre soltanto \u00abripensare ai fondamenti stessi dell&#8217;idea di Stato, al concetto di individuo che ne \u00e8 la base; e, al tradizionale concetto giuridico e astratto di individuo, sostituire un nuovo concetto, che esprima la realt\u00e0 vivente, che abolisca la invalicabile trascendenza di individuo e Stato\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ecco dunque finalmente, dopo s\u00ec lungo cammino, anche la soluzione del problema del Mezzogiorno ridotta ad una \u00ab sostituzione di concetti \u00bb; ed ecco nello sfondo ritornare, sul terreno della pratica, anche di fronte alla questione meridionale, quest&#8217;utopia di una classe dirigente costituita di politici \u00ab puri \u00bb, di intellettuali illuminati, e non di \u00ab politicanti \u00bb, di \u00ab trasformisti \u00bb, di \u00abluigini \u00bb, i quali, armati soltanto della forza delle loro idee, dovrebbero essi riformare e ricostruire l&#8217;Italia: che fu l&#8217;utopia propria di numerosi esponenti della piccola borghesia intellettuale che allora militavano, come il Levi, nel Partito d&#8217;Azione e fu anche, occorre dirlo, il limite utopistico del pensiero di Guido Dorso, il quale, non portato dalla sua indole ai sogni poetici e alle formule mistiche, e gi\u00e0 profondamente toccato dall&#8217;esperienza del Gobetti e sfiorato dall&#8217;insegnamento di Gramsci, da questa incapacit\u00e0 ad individuare con chiarezza le forze reali protagoniste della rivoluzione meridionale e italiana, ne ricavava per\u00f2 soprattutto uno stato d&#8217;animo di perenne inquietudine, di sempre raffiorante pessimismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Comunque anche il Levi, per quanto confortato all&#8217;ottimismo dalla sua natura egocentrica ed \u00abolimpica\u00bb, nel Cristo si \u00e8 fermato ad Eboli, piuttosto che incitare all&#8217;azione meridionalista concreta, all&#8217;azione rivoluzionaria quotidiana, arrivava in sostanza a predicare l&#8217;attesa della dorsiana \u00aboccasione storica\u00bb; mancata la quale, sia detto fra parentesi, nel senso almeno datole dal Dorso, non stupisce davvero che egli, dopo il 18 aprile 1948, finisse addirittura, ne <em>L&#8217;orologio<\/em>, per tradurre il fallimento delle sue speranze ed illusioni in una sorta di \u00abqualunquismo di sinistra\u00bb, dal quale poi tuttavia doveva rapidamente riuscire a trarsi &#8211; come testimonia fra l&#8217;altro la sua opera pittorica pi\u00f9 recente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ma per il s\u00e9guito del nostro discorso non interessa ora tanto seguire il successivo sviluppo delle posizioni personali, artistiche e politiche del Levi, quanto piuttosto il sottolineare che proprio perch\u00e9 alcune delle tesi contenute nel Cristo in merito al problema meridionale e contadino, non erano il risultato di una sua elaborazione individuale, ma riflettevano uno stato d&#8217;animo diffuso in certi gruppi di piccola borghesia intellettuale, soprattutto meridionale ma non soltanto meridionale, esse, in forme varie e con diverse accentuazioni, hanno continuato a riaffiorare nelle posizioni culturali e prati- che di singoli, molto spesso appunto provenienti dall&#8217;ex Partito d&#8217;Azione, o comunque appartenenti alla cosiddetta \u00absinistra liberale\u00bb, anche dopo che i migliori esponenti di quel partito erano stati indotti, dagli stessi sviluppi della crisi meridionale e italiana, a non guardare pi\u00f9 il mondo camminare sulla testa, ma raddrizzato sui propri piedi, e dunque avevano cercato e trovato il loro posto di lotta nelle file del movimento operaio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Desideriamo tornare a sottolineare, per\u00f2, come questa elaborazione di alcune delle tesi contenute nel <em>Cristo si \u00e8 fermato ad Eboli<\/em> sia avvenuta in forme, e con accentuazioni e intenti molto diversi, talvolta anzi sostanzialmente opposti, cosicch\u00e9 sbagliato sarebbe considerare gli autori e i libri in cui esse raffiorano come appartenenti ad una stessa \u00abcorrente\u00bb, ad un&#8217;unica \u00abscuola\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 In senso schiettamente reazionario, per esempio, la tesi che la soluzione del problema del Mezzogiorno sarebbe da affidarsi ad un gruppo di \u00abpolitici puri\u00bb che si pongano al di sopra delle classi, \u00e8 stata rielaborata da Francesco Compagna e da altri pseudo \u00abmeridionalisti\u00bb di terza forza, i quali, pur non essendo cosi \u00abpuri\u00bb dal rifiutarsi di ricalcare le orme del pi\u00f9 abietto conformismo governativo proprio dei vecchi \u00abascari \u00bb trasformisti, o di sollecitare dalla Cassa per il Mezzogiorno appoggi di natura varia e prebende, ci hanno per\u00f2 aggiunto di proprio la necessit\u00e0 di \u00absforbiciar \u00bb nel Mezzogiorno le due \u00abali politiche estreme \u00bb, vale a dire di \u00ab sforbiciare \u00bb quel movimento popolare organizzato, diretto dalla classe operaia, che rappresenta il primo fatto veramente moderno, dopo secoli, nella storia delle nostre regioni. E in senso schiettamente reazionario &#8211; anche a giustificazione \u00abideale \u00bb, com&#8217;\u00e8 evidente, del proprio abbandono d&#8217;ogni residua posizione non diciamo rivoluzionaria, ma democratica &#8211; \u00e8 stata largamente ripresa la tesi dell&#8217;\u00aboccasione perduta \u00bb dal professor Manlio Rossi-Doria; il quale, partito nel 1944 dal riconoscimento che \u00abgli ordinamenti, i rapporti, la struttura sociale dell&#8217;agricoltura meridionale sono oramai in netto contrasto con le pi\u00f9 elementari esigenze della civilt\u00e0, della produzione e della tecnica\u00bb e che dunque nelle campagne meridionali occorreva \u00abprima di tutto (sottolineato da noi) spezzare la mostruosa costruzione dei rapporti di propriet\u00e0, dei rapporti sociali che si sono lentamente venuti formando\u00bb e che rappresentano oramai \u00abun cerchio chiuso che riproduce miseria\u00bb, nel 1948 (occhio alla data!) finiva col dichiarare di essersi invece convinto della \u00abopportunit\u00e0 di una diversa politica, che \u00e8 praticamente una politica di rinuncia ad una vera e propria riforma fondiaria \u00bb, sia per \u00abla effettiva complessit\u00e0 e la concreta resistenza al mutamento\u00bb sia (e diamo atto al professor Rossi-Doria della sua spregiudicata sincerit\u00e0) per \u00ab il generale mutamento della situazione italiana dal 1945 ad oggi\u00bb[7].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Non \u00e8 nostro c\u00f2mpito, almeno in questo studio, sottoporre ad un esame analitico tutte le originali enunciazioni \u00ab scientifiche\u00bb del professor Rossi-Doria[8]. Richiamiamo solo l&#8217;attenzione del lettore che non abbia presente il suo libro, come gi\u00e0 in questo volume, e successivamente in altri scritti e conferenze dello stesso autore, al concetto della \u00aboccasione perduta\u00bb si accompagni qui un altro concetto, vale a dire quello della \u00abconcreta resistenza al mutamento\u00bb che si riscontrerebbe nelle campagne meridionali e che, secondo il professor Rossi-Doria, non verrebbe gi\u00e0 soltanto dal cieco egoismo reazionario dei ceti possidenti, ma anche dalla \u00ab organica immobilit\u00e0\u00bb del mondo contadino meridionale, da quel complesso di sentimenti, di attitudini fisiopsichiche, di tradizioni, proprie dei componenti una \u00absociet\u00e0 antica e ferma\u00bb, come la societ\u00e0 meridionale. Ora non c&#8217;\u00e8 chi non veda, mi sembra, come anche qui il professor Manlio Rossi-Doria utilizzi in senso apertamente reazionario una delle tesi che, seppure con diverso spirito e certo soprattutto con l&#8217;intento di rivendicare polemicamente \u00ab l&#8217;autonomia spirituale\u00bb del Mezzogiorno dinnanzi al fascismo (il <em>Cristo s&#8217;\u00e8 fermato ad Eboli<\/em>, scritto nel 1944, fu per\u00f2 concepito nel 1936), \u00e8 contenuta nel famoso libro del Levi: vale a dire, che la civilt\u00e0 moderna s&#8217;\u00e8 fermata alle soglie del mondo contadino meridionale, e che di conseguenza questo appare chiuso in s\u00e9 stesso, in una propria antica civilt\u00e0, refrattario ed ostile ad ogni \u00abpenetrazione dall&#8217;esterno\u00bb che non sia volta a creare una convivenza tra questo mondo, con tutte le sue caratteristiche culturali impossibili a mutarsi, e l&#8217;altro mondo, il mondo \u00abcittadino \u00bb, moderno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Del resto, se nel professor Rossi-Doria la paternit\u00e0 leviana di questa tesi \u00e8 taciuta e se in lui c&#8217;\u00e8 il tentativo di suffragarla con \u00ab originali \u00bb argomentazioni tecnico-economiche e di riferirla esclusivamente alla difficolt\u00e0 o impossibilit\u00e0 di effettuare nel Mezzogiorno una avanzata riforma fondiaria di tipo moderno, pi\u00f9 aper- to invece \u00e8 il riferimento al Levi e ancora pi\u00f9 reazionarie le prospettive che dalla sua tesi si traggono, in un giovane scrittore cattolico, Gianni Baget[9]. Il quale, se ha da rimproverare qualcosa al Levi, \u00e8 che dalla sua \u00abscoperta\u00bb del mondo contadino meridionale, egli non abbia avuto il coraggio di trarre tutte le logiche conseguenze, che sarebbero poi quelle di affermare che la via per il rinnovamento dell&#8217;Italia \u00abnon pu\u00f2 fondarsi che sulla comprensione della natura e delle vocazioni delle varie componenti etniche e storiche del Paese\u00bb, e che fra queste \u00abvocazioni\u00bb in particolare conto bisogna tenere quella dei contadini del Mezzogiorno in quanto essi, pur \u00aba prezzo della stasi totale \u00bb, sono gli unici adavere autenticamente conservati \u00abla tradizione antica ed i valori umani e civili\u00bb, salvandosi dal \u00abdisordine\u00bb e dalla \u00abanarchia \u00bb introdottisi nel mondo moderno dopo \u00abil Rinascimento e la Riforma, Machiavelli e Lutero\u00bb!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ci si dir\u00e0 a questo punto che certo non \u00e8 responsabile il Levi delle conseguenze che per un verso il professor Rossi-Doria, e per l&#8217;altro verso il Baget, hanno tratto dalla sua visione poetica di un Mezzogiorno \u00abfuori del tempo e della storia \u00bb, dove ogni evento \u00abnon ha lasciato traccia, e non conta\u00bb, dove \u00abl&#8217;uomo non si distingue dal suo sole, dalla sua bestia, dalla sua malaria\u00bb, dove \u00abogni cosa \u00e8 un potere che agisce insensibilmente, e non esistono limiti che non siano rotti da un influsso magico\u00bb, in quanto essa tendeva alla denuncia di una condizione umana intollerabile e alla richiesta clamorosa di un suo mutamento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ma in verit\u00e0 questa osservazione ha un senso fino ad un certo punto. In verit\u00e0, anche a non considerare le tesi programmatiche, politiche, che sono apertamente enunciate, come s&#8217;\u00e8 visto, nel <em>Cristo s&#8217;\u00e8 fermato ad Eboli<\/em>, e a considerare la rappresentazione che esso ci d\u00e0 del mondo contadino meridionale soltanto come \u00abpoetica\u00bb, non si pu\u00f2 non osservare che, anche artisticamente, tale rappresentazione \u00e8 equivoca e si presta agli equivoci, proprio perch\u00e9 essa non \u00e8 realistica, proprio perch\u00e9 spezza arbitrariamente i legami del Mezzogiorno con il resto del mondo nel tempo e nello spazio, e arbitrariamente cancella le intime contraddizioni, l&#8217;intimo processo di sviluppo, che anche nel seno della societ\u00e0 meridionale c&#8217;\u00e8 stato e c&#8217;\u00e8: aprendo cosi la stra- da, appunto, a speculazioni fantasiose e non \u00abpoetiche\u00bb come quelle del professor Rossi-Doria e del Baget.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Orbene, non dovrebbe bastar ci\u00f2 a metterei in guardia, e a mettere in guardia il Levi ed altri suoi e nostri amici e compagni, dal pericolo di non abbandonare mai, e nelle rappresentazioni poetiche del Mezzogiorno, e nel giudizio su queste rappresentazioni, il metro del realismo? Non dovrebbe bastar ci\u00f2 a metterei in guardia, nello studio del mondo contadino meridionale, della sua storia, della sua cultura, dal pericolo di non tramutare mai la comprensione del mondo contadino meridionale e delle sue particolari tradizioni (comprensione che dev&#8217;essere propria di quanti si ribellano alle diverse ideologie reazionarie che hanno sempre voluto negare a queste tradizioni ogni posto nella storia e nel processo creativo della societ\u00e0 italiana) in un \u00ab idoleggiamento\u00bb astratto di questo mondo e di queste tradizioni, finendo cosi, pur perseguendo lo scopo opposto, proprio col porli di nuovo fuori dal processo storico concreto?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Non dimentichiamoci, del resto, neppure a questo proposito, dell&#8217;insegnamento di Gramsci, il quale, proprio nel momento in cui indicava l&#8217;esigenza di studiare il folclore non pi\u00f9 \u00abcome elemento \u2018pittoresco\u2019\u00bb ma \u00abcome concezione del mondo e della vita, implicita in grande misura, di determinati strati (determinati nel tempo e nello spazio) della societ\u00e0, in contrapposizione (anch&#8217;essa per lo pi\u00f9 implicita, meccanica, oggettiva) con le concezioni del mondo \u00abufficiali\u00bb (o in senso pi\u00f9 largo, delle parti colte della societ\u00e0 storicamente determinate), che si sono successe nello sviluppo storico \u00bb, arricchiva la sua indicazione di una serie di considerazioni metodologiche, dalle quali mi sembra che anche per l&#8217;argomento del quale ci occupiamo possano ricavarsi alcuni suggerimenti. E precisamente: 1) che bisogna guardarsi dal postulare l&#8217;esistenza di un mondo culturale <em>unitario <\/em>sotto il nome generico di \u00abmondo culturale\u00bb dei contadini o, peggio, della \u00absociet\u00e0 contadina\u00bb meridionale; 2) che bisogna invece studiare i diversi \u00abmondi culturali\u00bb che si possono ricostruire nelle campagne meridionali nel loro sviluppo storico, <em>vale a dire determinati nel tempo e nello spazio, e sempre<\/em> in rapporto ai legami in cui essi si trovano con i mondi culturali \u00abufficiali\u00bb, anch&#8217;essi determinati nel tempo e nello spazio; 3) che infine bisogna distinguere, all&#8217;interno di questi \u00abmondi culturali \u00bb, ci\u00f2 che \u00e8 vivo da ci\u00f2 che \u00e8 morto, in modo da non correre il rischio di considerare <em>positivi<\/em> anche gli elementi <em>negativi<\/em> di essi, in modo da non correre il rischio &#8211; com&#8217;\u00e8 stato detto bene da Vittorio Santoli[10] &#8211; \u00abdi estasiarsi dinanzi a ci\u00f2 che \u00e8 fossile e di esaltare ci\u00f2 che \u00e8 arretrato \u00bb, in modo, soprattutto, da mettere l&#8217;accento sugli elementi <em>positivi <\/em>allo scopo di aiutarli a svilupparsi, a progredire, nel quadro di una lotta politico-culturale che non pu\u00f2 non avere il suo centro propulsore nella classe operaia e nella sua dottrina rivoluzionaria, il marxismo-leninismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 A noi sembra invece che non sempre l&#8217;influenza esercitata dalla visione \u00abpoetica\u00bb del Mezzogiorno propria del Levi su quanti, in questi anni recenti, e fra essi lo Scotellaro, sono stati attratti allo studio del mondo contadino meridionale, abbia favorito in loro la tendenza a porsi, dinanzi a questo mondo, in un atteggiamento realistico da un lato, dall&#8217;altro in un atteggiamento critico, storicistico, dialettico. Secondo noi, se egli ce lo consente, \u00e8 accaduto perfino ad Ernesto De Martino, il quale pure tanto contributo ha dato non solo all&#8217;approfondimento, alla luce del marxismo e particolarmente alla luce dell&#8217;opera di Antonio Gramsci, dei problemi metodologici dell&#8217;etnografia e del folclore, ma tante benemerenze si \u00e8 acquistato, e continua ad acquistarsi, con le sue indagini concrete sul folclore contadino meridionale, e particolarmente lucano, di cadere talvolta, e proprio per influenza del Levi, nella posizione (non marxista) di \u00abscindere il suo interesse teoretico di capire il primitivo\u00bb dal \u00ab suo interesse pratico di partecipare alla sua liberazione reale\u00bb. Con la conseguenza, secondo noi, di presentare certi elementi di superstizione propri della \u00abconcezione del mondo\u00bb dei contadini meridionali non in lotta con gli altri elementi di una \u00abconcezione del mondo\u00bb pi\u00f9 critica e razionale, gi\u00e0 presente oggi nella loro coscienza seppure in forme elementari, ma quasi come la manifestazione di un loro congeniale, e pur sempre valido, strumento di rappresentazione e di conoscenza della realt\u00e0. Sicch\u00e9, secondo noi, egli finisce addirittura col sottovalutare la necessit\u00e0 di combattere, nella cultura borghese moderna, accanto alla presenza di tendenze pi\u00f9 tradizionali che tendono ad escludere le manifestazioni culturali primitive dal mondo della storia e dell&#8217;umano, e a considerarle in modo naturalistico e a fini \u00abstrumentali \u00bb di dominio di classe[11], anche la presenza di tendenze pi\u00f9 recenti, che tendono ad utilizzare il \u00abprimitivo \u00bb in un senso pi\u00f9 ampio, addirittura nella lotta dell&#8217;oscurantismo contro la ragione, esaltandone il carattere alogico, \u00abreligioso\u00bb, i valori \u00abesistenziali\u00bb, ecc. (Del resto, se questo fosse l&#8217;oggetto del nostro discorso, interessante sarebbe considerare il posto che l&#8217;esaltazione del \u00abprimitivo\u00bb ha avuto ed ha in tutte le poetiche decadenti, antirealistiche, contemporanee).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Non c&#8217;\u00e8 dubbio tuttavia che il contrasto fra l&#8217;influenza esercitata da alcuni degli elementi ideali, secondo noi negativi, contenuti nell&#8217;opera del Levi, e quella esercitata da altri elementi positivi di quest&#8217;opera, il contrasto fra la difficolt\u00e0 di staccarsi compiutamente da alcune tesi \u00abmeridionaliste\u00bb del Dorso &#8211; difficolt\u00e0 alimentata, negli ultimi anni, dalla quotidiana collaborazione col professor Rossi-Doria nell&#8217;Osservatorio di economia agraria di Portici -, e la passione intellettuale per l&#8217;opera di Antonio Gramsci &#8211; passione alimentata dal ricordo delle esperienze politiche da lui compiute nelle file del Partito Socialista di Tricarico \u2013 costituisse addirittura la caratteristica dominante della ricca e complessa personalit\u00e0 di Rocco Scotellaro, forse anche maggiormente di quanto non appaia in quella parte della sua eredit\u00e0 letteraria che \u00e8 stata fin\u2019oggi pubblicata. In questo senso, anche per le qualit\u00e0 non comuni del suo ingegno, lo Scotellaro pu\u00f2 essere considerato una figura rappresentativa di un certo tipo di giovane intellettuale meridionale il quale, portato dallo sviluppo degli avvenimenti, sulla base di un&#8217;esperienza reale, a cercare e, nel caso suo, a trovare, il proprio posto di lotta per la redenzione del Mezzogiorno nelle file di un partito operaio, procede tuttavia con difficolt\u00e0 ad assimilare tutti gli insegnamenti del marxismo, e dalle sue incertezze ideologiche \u00e8 tratto talvolta a fermarsi, indugiando, sulle soglie di una diretta partecipazione al movimento organizzato delle masse, o \u00e8 talvolta indotto a perdere la giusta prospettiva politica, e a subire delle alternative di pessimismo, di sfiducia &#8211; come \u00e8 testimoniato, nel caso dello Scotellaro, da non poche poesie della raccolta <em>\u00c8 fatto giorno<\/em>, dalla tormentata costruzione di quel libro che oggi \u00e8 diventato il volume <em>Contadini del Sud<\/em>, infine dalla sua stessa decisione di abbandonare ad un certo momento Tricarico, le proprie funzioni di sindaco popolare del paese natio, per andare ad esercitare un&#8217;attivit\u00e0 culturale \u00abpura\u00bb a Napoli, \u00abliberazione insieme ed esilio \u00bb, come onestamente nota il Levi nella sua prefazione a <em>\u00c8 fatto giorno.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Tali incertezze ideologiche, politiche, umane dello Scotellaro (che per altro non debbono necessariamente scandalizzare, quando oltre tutto si pensi che egli aveva appena trent&#8217;anni) debbono per\u00f2 indurre a valutare con cautela la sua eredit\u00e0 letteraria, soprattutto per difenderne il nucleo sostanzialmente positivo, e gravido di possibili sviluppi, da interpretazioni, che in verit\u00e0 sono deformazioni, dettate o da troppo amore, come \u00e8 il caso del Levi, o da un calcolo pi\u00f9 sottile, come \u00e8 il caso del professor Manlio Rossi-Doria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Secondo noi, infatti, il Levi, il quale attribuisce alla sua personale influenza la \u00abpresa di coscienza \u00bb, da parte di Rocco Scotellaro, \u00ab del mondo contadino di cui faceva parte \u00bb, quasi non s&#8217;accorge di star costruendo, per s\u00e9 e per gli altri, un&#8217;immagine, un \u00ab mito\u00bb del suo giovane amico scomparso che costituisce si pu\u00f2 dire un nuovo capitolo del suo <em>Cristo<\/em> e del quale, del resto, il recente quadro \u00abLamento per la morte di Rocco Scotellaro\u00bb rappresenta gi\u00e0 un&#8217;alta espressione poetica. In base a questo \u00ab mito \u00bb, il Levi ha ricostruito una storia intima del cammino percorso da Rocco Scotellaro \u00abda un muto mondo nascente a una piena espressione universale \u00bb, in cui il suo distacco da Tricarico \u00e8 idealizzato come \u00abl&#8217;uscita da un nido tanto pi\u00f9 materno quanto pi\u00f9 povero e desolato, il contatto con l&#8217;altro mondo\u00bb, quello della \u00abcitt\u00e0\u00bb, e in cui perfino la dolorosa morte a trent&#8217;anni di Rocco \u00e8 poeticamente giustificata, in quanto tale cammino sarebbe stato \u00ab troppo rapido per il suo piccolo, fragile cuore contadino \u00bb. Ed \u00e8 per dare coerenza a questo suo \u00abmito\u00bb, che egli \u00e8 indotto, secondo noi, non solo a sottolineare giustamente il significato dell&#8217;esperienza artistica dello Scotellaro &#8211; il quale senza dubbio \u00e8 fra i pochi giovani poeti contemporanei nella cui ispirazione si riflettano anche le nuove esperienze di lotta delle masse contadine meridionali &#8211; ma a giustificarla <em>tutta<\/em>, e senza riserve.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Com&#8217;\u00e8 possibile infatti che il Levi, se non per coerenza con questo suo \u00abmito \u00bb, nel quale Rocco Scotellaro deve necessariamente apparire \u00abcome l&#8217;esponente vero della nuova cultura contadina meridionale, la cui espressione e il cui valore primo non pu\u00f2 essere che poetico\u00bb, com&#8217;\u00e8 possibile, dicevamo, se non a causa di ci\u00f2, che il Levi, uomo di tanta finezza artistica e di tanta cultura estetica, possa non accorgersi che anche i nuovi contenuti della poesia dello Scotellaro, si muovono, sono costretti anzi, nell&#8217;\u00e0mbito di una lingua, di cadenze, di \u00abtempi poetici\u00bb niente affatto \u00abcontadini \u00bb, cio\u00e8 popolari, ma invece propri di una tradizione letteraria aristocratica, com&#8217;\u00e8 quella della poesia de- cadente contemporanea, e nei quali perci\u00f2 si ritrova, accanto a un po&#8217; di Saba e un po&#8217; di Montale, addirittura moltissimo Sinisgalli? Com&#8217;\u00e8 possibile che il Levi, se non appunto per coerenza polemica, definisca una \u00abMarsigliese contadina\u00bb (se vogliamo prendere l&#8217;antico canto del Rouget de Lisle a metro dell&#8217;inno rivoluzionario tipico, del canto guerriero nazionale-popolare) una poesia, per altro verso bella, come \u00abSempre nuova \u00e8 l&#8217;alba \u00bb?[12]. E com&#8217;\u00e8 possibile infine che il Levi, se non sempre per il motivo sopra notato, possa seriamente riportare al contrasto fra il mondo contadino dal quale Rocco Scotellaro proveniva, e il mondo cittadino \u00abgi\u00e0 tutto fatto, incomprensibile, chiuso nella sua estranea molteplicit\u00e0\u00bb, temi e posizioni sentimentali che mostrano invece lo Scotellaro impacciato ancora, piuttosto, dal tradizionale armamentario decadente della solitudine dell&#8217;individuo in mezzo agli altri uomini, della difficolt\u00e0 di stabilire un contatto con essi, dellaconsolazione di abbandonarsi al flusso della memoria per \u00ab&#8230; guardare dove non c&#8217;eri &#8211; dove non sei dove non sarai coi tuoi occhi neri\u00bb?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ci risulta invece che l&#8217;amico Carlo Levi non solo non accetta queste osservazioni, ma si \u00e8 addirittura impazientito perch\u00e9 non tutti, nel campo del movimento democratico e socialista, hanno accettato di far proprio il suo \u00ab mito\u00bb o almeno di \u00ab utilizzarlo \u00bb nell&#8217;interesse della lotta per il riscatto del Mezzogiorno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ma perch\u00e9 mai dovrebbe essere \u00abnell&#8217;interesse della lotta per il riscatto del Mezzogiorno\u00bb assumere dinnanzi all&#8217;attivit\u00e0 intellettuale di coloro che a questa lotta partecipano, anche nei settori pi\u00f9 avanzati, un atteggiamento acritico, di passiva celebrazione, e non di attiva comprensione e di sereno giudizio? Perch\u00e9 mai coloro che di questa lotta rappresentano l&#8217;avanguardia non solo politica, ma ideologica, e che anzi possono rappresentarne l&#8217;avanguardia politica solo nella misura in cui ne rappresentano l&#8217;avanguardia ideologica, dovrebbero accettare, senza discuterla, la tesi che, in quanto sia corretto parlare di una \u00abnuova cultura contadina meridionale\u00bb, cio\u00e8 in quanto sia possibile, oggi, delineare nel Mezzogiorno lo sviluppo, in strati sempre pi\u00f9 larghi di contadini, di una nuova coscienza, cio\u00e8 di una nuova cultura, questo avvenga secondo gli schemi \u00ab mitici \u00bb del Levi, i quali rischiano invece di mettere in ombra proprio i veri termini dello sviluppo reale di questo fenomeno? Nessuno infatti potrebbe seriamente negare che questa nuova coscienza, questa nuova cultura, di larghi strati di contadini meridionali, si stia formando proprio attraverso la lotta fra la concezione del mondo razionale, critica, alla quale essi sono educati dalla azione rivoluzionaria quotidiana del movimento democratico e socialista, e le parti fossili, in- vecchiate, del loro abito religioso, morale, politico tradizionale. D&#8217;altro canto, non dovrebbe sfuggire al Levi, come ci sembra che gli sia sfuggito; il pericolo che alcune incertezze ideologiche chiaramente presenti nel- l&#8217;opera troppo presto interrotta dello Scotellaro, possano essere utilizzati con intenti reazionari, oscurantisti, da gente che non ha niente a che vedere con la lotta per il riscatto del Mezzogiorno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Consideriamo per esempio il destino di quel materiale che avrebbe dovuto dar corpo all&#8217;inchiesta progettata da Rocco Scotellaro sulla vita e la cultura dei contadini meridionali e che \u00e8 stata pubblicata dal professor Rossi-Doria, sotto il titolo \u00ab<em>Contadini del Sud<\/em>\u00bb. Noi abbiamo gi\u00e0 avuto occasione di dire altrove[13], e non vogliamo ripeterlo qui, perch\u00e9 questo libro non possa essere considerato \u00abun&#8217;opera inedita\u00bb, e neppure incompiuta, ma sia un&#8217;opera per gran parte ancora informe, e non solo a causa della morte improvvisa del suo autore, ma a causa soprattutto del tormento ideologico che ancora travagliava lo Scotellaro nel momento in cui veniva componendola. Ebbene, \u00e8 forse giusto, per la stessa nostra volont\u00e0 di custodire il meglio della memoria di Rocco Scotellaro, e di farlo custodire ai contadini meridionali, che noi accettiamo ingenuamente il calcolo sottile con cui il professor Rossi-Doria vorrebbe presentare queste pagine come \u00abrappresentative \u00bb dell&#8217;intero mondo contadino meridionale? Evidentemente no, anche se non disconosciamo l&#8217;abilit\u00e0 con cui il professor Rossi-Doria, utilizzando ai suoi fini politici anche una certa \u00abvisione poetica\u00bb del Mezzogiorno che, come abbiamo visto, fu creata dal Levi e della quale visibili tracce si ritrovano anche nelle pagine dello Scotellaro, pur ammettendo che esiste certamente oggi nel Mezzogiorno un <em>tipo<\/em> di contadino diverso da quello presentatoci nelle pagine edite dello Scotellaro, e cio\u00e8 un tipo di \u00abcontadino combattivo, conuna forte coscienza di classe \u00bb, il quale sente profondamente \u00abla solidariet\u00e0 con gli altri contadini\u00bb e sa entusiasmarsi \u00ab se si apre loro una schiarita di speranza \u00bb, cerca tuttavia di dimostrare come quest&#8217;altro <em>tipo<\/em> di contadino non sarebbe \u00abcoerente\u00bb non sappiamo bene con quale mitica e arcana \u00abcivilt\u00e0 contadina meridionale\u00bb. N\u00e9 \u00e8 giusto, secondo noi, accettare ingenuamente il tentativo compiuto dal professor Rossi-Doria, utilizzando gli appunti frammentari lasciati dallo Scotellaro, di attribuire un valore metodologico generale a certe ricerche piuttosto artistiche che storiche condotte dal giovane scrittore lucano, per avaIlare la tesi, scientificamente inconsistente, della possibilit\u00e0 di ricostruire una storia \u00abautonoma\u00bb di una cosiddetta \u00absociet\u00e0 contadina meridionale\u00bb, allo scopo evidente di avallare la tesi che la redenzione dei contadini possa e debba anch\u2019essa avvenire \u00ab autonomamente\u00bb &#8211; vale a dire, conoscendo il restante pensiero e la restante attivit\u00e0 del professor Rossi-Doria, \u00abautonomamente\u00bb dalla lotta della classe operaia per la democrazia e il socialismo. E neppure \u00e8 giusto, secondo noi, per \u00abidoleggiamento\u00bb del primitivo, estasiarsi ingenuamente, come vorrebbe il professor Rossi-Doria, dinanzi alle cinque autobiografie pubblicate in <em>Contadini del Sud<\/em> (e alcune delle quali, come \u00e8 stato bene osservato, non sono affatto autobiografie di <em>contadini<\/em>), senza rilevare gli elementi fossili, retrivi, in esse presenti, ma anzi compiacendosi col professor Rossi-Doria che, per fortuna, non in tutto il Mezzogiorno il \u00ab movimento \u00bb (come egli lo chiama), cio\u00e8 l&#8217;azione politica del movimento democratico guidato dalla classe operaia, sia riuscito ancora ad alterare il carattere di quella \u00absociet\u00e0 antica e ferma\u00bb[14] e non in tutto il Mezzogiorno si sia ancora riusciti a rompere \u00abl&#8217;antica omogeneit\u00e0 della societ\u00e0 contadina\u00bb _ vale a dire, in parole povere, si sia ancora riusciti a sviluppare conseguentemente la lotta di classe[15] .<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Sostanzialmente, \u00e8 da questo \u00ab punto di vista\u00bb che noi desidereremmo fossero considerati i dissensi verificatisi intorno all&#8217;opera dello Scotellaro, e che interessano, come s\u2019\u00e8 cercato di dimostrare, la questione dei rapporti fra certe correnti di gusto e di cultura e la lotta per il riscatto del Mezzogiorno. Naturalmente, noi sappiamo bene che questo \u00abpunto di vista\u00bb parte del presupposto che la lotta per il riscatto del Mezzogiorno non pu\u00f2 risolversi che nello sviluppo organizzato, anche sul terreno delle coscienze, di un grande movimento popolare non solo di contadini, ma di intellettuali e in genere di ceto medio urbano, che pu\u00f2 estendersi fino a comprendere la stragrande maggioranza delle popolazioni delle regioni meridionali e delle isole, sempre a condizione per\u00f2 che tale movimento comprenda l&#8217;esigenza dell&#8217;alleanza con la classe operaia e ne accetti la direzione, in quanto solo con questa alleanza e sotto questa direzione pu\u00f2 essere condotta fino in fondo, conseguentemente, la lotta contro i nemici storici del Mezzogiorno: il blocco agrario-i.idu- striale, l&#8217;imperialismo italiano e straniero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Si ricordi per\u00f2 che questa non \u00e8 una nostra \u00ab ideuzza \u00bb, ma \u00e8 la conclusione pi\u00f9 avanzata cui \u00e8 arrivato, per merito di Gramsci specialmente il \u00abmeridionalismo\u00bb: ed \u00e8 una conclusione da difendere con fermezza, anche se non in modo dogmatico, ma anzi per farla sviluppare e \u00abfruttificare\u00bb, senza per\u00f2 annullarne mai le premesse. Perch\u00e9 altrimenti o si ricade in un \u00ab meridionalismo \u00bb sentimentale, padre del paternalismo, o in un \u00abmeridionalismo\u00bb in attesa della \u00aboccasione storica\u00bb, padre del nullismo politico, o addirittura si rischia di aiutare un \u00abmeridionalismo\u00bb contraffatto, di ispirazione oscurantista, a contrabbandare le tesi di un Mezzo- giorno \u00abrefrattario\u00bb all&#8217;ingresso della moderna civilt\u00e0 nelle campagne, come vorrebbe il professor Rossi-Doria, o perfino di un Mezzogiorno \u00abriserva\u00bb di determinate \u00abcomponenti etniche e storiche\u00bb, utilizzabili nella lotta contro \u00abil caos e il disordine\u00bb, contro quel figlio diabolico \u00abdi Niccol\u00f2 Machiavelli e di Martin Lutero, del Rinascimento e della Riforma\u00bb, che sarebbe il socialismo moderno. Tesi, queste due ultime, che hanno gi\u00e0 trovato pratica applicazione entrambe nell&#8217;indirizzo di quei cosiddetti Enti di riforma fondiaria, lottando contro i quali, alla luce dell&#8217;insegnamento marxista, tanti contadini meridionali si stanno formando una coscienza, una cultura moderna, che non \u00e8 n\u00e9 \u00ab precristiana \u00bb n\u00e9 \u00ab cristiana \u00bb, ma socialista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[1] Cf. in La Gazzetta del Mezzogiorno, gli articoli di Gustavo D&#8217;Arpe in data 5 e 11 agosto 1954.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[2] \u00abL&#8217;originalit\u00e0 di Gramsci incomincia dal momento in cui egli, diventato socialista, continua a essere sardo, e i problemi del socialismo non stacca dai problemi della redenzione della propria Isola; anzi, trova nella dottrina e nel pensiero socialista la guida per scoprire la via che deve portare alla soluzione di questi problemi. La coscienza delle necessit\u00e0 della sua terra, delle necessit\u00e0 dei lavoratori sardi e dei sardi di tutti i gruppi sociali viventi sopra di essa, lo spinge anzi a vedere i problemi del socialismo sotto un angolo nuovo, lo spinge a considerare sotto una nuova visuale le questioni fondamentali dell&#8217;organizzazione del movimento emancipatore dei lavoratori e del rinnovamento di tutta la societ\u00e0. Dalla critica della struttura del la societ\u00e0 sarda egli arriva, attraverso il socialismo, alla critica della struttura di tutta la societ\u00e0 italiana, e quindi alla indagine e alla scoperta di quelle che dovranno essere le forze rinnovatrici e dell&#8217;Isola e dell&#8217;Italia intiera, e del modo come dovranno muoversi per operare questo rinnovamento\u00bb (Togliatti, <em>Gramsci<\/em>, Milano Sera Editrice, pp. 80-81).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[3] Ma non esclusivamente dinnanzi ad opere artistiche e letterarie. Si guardi, p. es., all&#8217;apprezzamento positivo dato dall&#8217;amico e compagno Paolo Alatri, proprio in nome del suo presunto \u00abmeridionalismo \u00bb, al volume del professor Carlo Rodan\u00f2, <em>Mezzogiorno e sviluppo economico<\/em> (cf. Paese-Sera, 4 aprile 1954).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a04] Cf. in <em>Letteratura militante, <\/em>Firenze, Parenti, 153, pp. 101 &#8211; 102<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[5] Cf. su <em>Rinascita<\/em>, 1950, n. 6, la nostra recensione a <em>L&#8217;orologio<\/em> di Carlo Levi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[6] Gramsci, Il rapporto citt\u00e0-campagna nel Risorgimento e nella struttura nazionale italiana, in <em>Il Risorgimento<\/em>. Torino, Einaudi, V ed., 1953, pp. 95-104.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[7] Si noti, per curiosit\u00e0, che il volume dal quale abbiamo ricavato tali citazioni si fregia tuttavia del titolo: Riforma agraria e azione meridionalista. E si noti anche come lo stesso Rossi-Doria abbia provveduto a darei, pochi anni or sono, un&#8217;antologia degli scritti di Giustino Fortunato, che \u00e8 tutta diretta a dimostrare \u00abl&#8217;attualit\u00e0\u00bb non dell&#8217;opera di indagine e di denuncia compiuta dal Fortunato, ma addirittura della linea \u00abpaternalistica \u00bb, d&#8217;intervento dall&#8217;alto, da lui suggerita per il Mezzogiorno (ma non senza un&#8217;intima inquietudine, non senza un intimo sospetto sulle insufficienze \u00aborganiche\u00bb dello Stato borghese italiano, che introduce anche in questa parte dell&#8217;opera del grande meridionalista lucano un elemento progressivo, scarsamente sottolineato, e <em>pour cause<\/em>, dal Rossi-Doria); e come costui sia divenuto, nel frattempo, uno degli ispiratori ideali, uno degli \u00abinventori\u00bb dei cosiddetti Enti per la riforma agraria, oltre che magna pars dell&#8217;Osservatorio di economia agraria di Portici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[8] Cf. per\u00f2 l&#8217;ottima recensione di Giorgio Napolitano in <em>Societ\u00e0<\/em>, 3, 1949.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[9] Cf. in <em>Terza generazione<\/em>, Anno II, n. 10-11, luglio- agosto 1954.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[10] <em>Tre osservazioni su Gramsci e il folclore<\/em>, in <em>Societ\u00e0<\/em>, 1951, n. 3.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[11] Cf. <em>Intorno ad una storia del mondo popolare subalterno<\/em>, in <em>Societ\u00e0<\/em>, 1949, n. 3.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[12] Giudichi con noi il lettore: Non gridatemi pi\u00f9 dentro, Non soffiatemi in cuore I vostri fiati caldi, contadini. Beviamoci insieme una tazza colma di vino! Che all&#8217;ilare tempo della sera S\u2019aquieti il nostro vento disperato. Spuntano ai pali ancora Le teste dei briganti, e la caverna, L&#8217;oasi verde della triste speranza, Lindo conserva un guanciale di pietra. Ma nei sentieri non si torna indietro. Altre ali fuggiranno Dalle paglie della cova, Perch\u00e9 lungo il perire dei tempi L&#8217;alba \u00e8 nuova, \u00e8 nuova.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[13] Cf. <em>Il Contemporaneo<\/em>, Anno I, n. 23, 4 settembre 1954.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[14] \u00c8 bene avvertire, fra l&#8217;altro, che dove arriva \u00ab il movimento\u00bb arriva anche il desiderio, nei contadini, di parlare in lingua italiana e si inizia lo sforzo di adoprarne correttamente la grammatica e la sintassi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0[15] Val la pena di sottolineare che se accentuassimo l&#8217;atteggiamento nostalgico del professor Rossi-Doria per \u00abl&#8217;antica omogeneit\u00e0\u00bb della \u00ab societ\u00e0 contadina meridionale\u00bb dovremmo nella pratica, rinunziare a combattere contro la \u00ab disgregazione sociale\u00bb denunciata da Grarnsci, in quanto \u00abl&#8217;omogeneit\u00e0 \u00bb, la mancanza cio\u00e8 di una differenziazione di rapporti economici e sociali di tipo moderno ben definiti e definibili, non \u00e8 che la maschera di questo \u00ab vecchiume \u00bb, di questo \u00abmarciume\u00bb storico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Pubblico nella Sezione \u00abAntologia della civilt\u00e0 contadina\u00bb il saggio di Mario Alicata \u00abIl meridionalismo non si pu\u00e0 fermare e Eboli\u00bb in Cronache Meridionali, 1954, poi in Scritti letterari, Milano, il Saggiatore, 1968 e in Omaggio a Scotellaro, Lacaita editore, Manduria, 1974, pp. 133 ss. Al saggio premetto una breve presentazione dell\u2019Autore, del [&#8230;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","_links_to":"","_links_to_target":""},"categories":[629],"tags":[704,703,663,294,321,702],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v14.4.1 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow\" \/>\n<meta name=\"googlebot\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<meta name=\"bingbot\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5761815\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"6) Antologia della civilt\u00e0 contadina - Mario Alicata, Il meridionalismo non si pu\u00f2 fermare a Eboli - Rabatana\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Pubblico nella Sezione \u00abAntologia della civilt\u00e0 contadina\u00bb il saggio di Mario Alicata \u00abIl meridionalismo non si pu\u00e0 fermare e Eboli\u00bb in Cronache Meridionali, 1954, poi in Scritti letterari, Milano, il Saggiatore, 1968 e in Omaggio a Scotellaro, Lacaita editore, Manduria, 1974, pp. 133 ss. 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