{"id":5763227,"date":"2017-05-16T16:05:21","date_gmt":"2017-05-16T14:05:21","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5763227"},"modified":"2017-05-16T16:05:21","modified_gmt":"2017-05-16T14:05:21","slug":"appunti-sulla-vecchia-tricarico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rabatana.it\/?p=5763227","title":{"rendered":"Appunti sulla vecchia Tricarico"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #993300;\"><strong>Brani tratti da appunti autografi dell\u2019avv. Domenico De Maria<\/strong><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Padre Celestino, monaco secolarizzato, non aveva molta tenerezza per i galantuomini e per il loro circolo. Con la dura schiettezza che lo distingueva, nel suo espressivo vernotico ripulito, me ne dette questa definizione: &#8220;i galantuomini di Tricarico portano la &#8220;giamberica&#8221; con una pacca piena di pidocchi e l&#8217;altra piena di vituperi&#8221;. [\u2026].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0&#8211; Il pi\u00f9 pulito di tutti, continu\u00f2 padre Celestino, &#8211; tiene la rogna ed il pi\u00f9 galantuomo dei galantuomini sta al Cupolicchio. Il Cupolicchio \u00e8 una selva malfamata fra Tricarico ed Albano attraversata dalla via Appia, dove nel secolo scorso i briganti si appostavano per spogliare i viandanti. [\u2026] &#8211; Un proverbio del popolo dice: se la coda dell&#8217;asino avesse vergogna non si muoverebbe continuamente per cacciare le mosche. Don \u2026 muove la sua coda peggio dell&#8217;asino e non ha vergogna di scoprire le sue impudicizie -. Padre Celestino era un troppo severo giudice dei galantuomini del circolo. Forse avevano influito a inasprire il suo temperamento le facili fortune di alcuni dei vecchi galantuomini, i quali avevano costruito dei patrimoni doviziosi a spese dei beni spogliati nei tempi lontani al suo convento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La parola &#8220;galantuomo&#8221; ha anch&#8217;essa un po\u2019 di storia. Una volta galantuomo era sinonimo di signore, ma del signore dignitoso, cordiale e munifico, mentre il signore, che non avesse queste qualit\u00e0, era semplicemente il &#8220;padrone&#8221;. La qualit\u00e0 di galantuomo imponeva rispetto e devozione e costituiva un titolo di orgoglio per chi se ne poteva qualificare. I signori un tempo coltivavano attentamente la devozione del popolino proprio per non demeritare la qualifica di galantuomo. Il galantuomo, dal principe al cavaliere, era il nucleo della vita sociale ed improntava di s\u00e9 le attivit\u00e0 di tutto il popolo, che si agitava intorno a lui. La sua clientela viveva delle sue risorse, dei suoi interessi, delle sue virt\u00f9 e dei suoi difetti. Nelle sue mani era la vita economica di tutto il popolo. Tutte le terre, tutte le case erano o del principe, o del Demanio, o degli enti religiosi, o dei conventi, o dei cavalieri castellani dell&#8217;ordine ospedaliero di san Giovanni o di Malta, ovvero dei nobili, dei quali era a Tricarico un grande numero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il popolo, fatto di artigiani e di contadini, non aveva terre, non aveva case. Le arti vivevano dei capitali dei galantuomini. I contadini si dividevano in coloni liberi e in dipendenti, e questi ultimi avevano il nome spagnolo di &#8220;criati&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I coloni liberi toglievano dal principe o dagli enti case da abitare e terre da coltivare direttamente e pagavano al concedente un censo o livello annuo. I criati erano pastori, porcari, gualani, massari, vignaioli, mulattieri e guardiani, che prestavano le opere per i padroni ad anno o a mese, e ricevevano in compenso case per abitare, prestazioni in natura (&#8220;manicature&#8221;), quali grano olio sale calzature e vestiario, un po\u2019 di danaro e regalie. I diritti e i doveri dei dipendenti non erano sempre ben definiti, ma variavano secondo le fortune del padrone e il grado di devozione del dipendente. I criati non erano, per vero, come si potrebbe pensare, dei mercenari asserviti e sfruttati; essi entravano quasi a far parte della famiglia del padrone, ne erano un po\u2019 come i membri minori, e si sentivano legati e solidali con le fortune o le sfortune dei signori. Il signore pi\u00f9 in auge aveva i criati meglio trattati. Al padrone era legato non solo il criato, ma tutta la sua famiglia; la moglie, i figli, che per lo pi\u00f9 abitavano nelle pertinenze del palazzo o in case vicine appartenenti al padrone o di cui il padrone pagava il fitto, vivevano in intima relazione con la casa del signore, la frequentavano quotidianamente, vi prestavano i servizi di casa, di cucina, di bucato, di magazzino, di stalla e di cantina e ne ricevevano nutrimento e regali. I signori erano molto sensibili alla devozione dei loro dipendenti ed assicuravano agli stessi protezione e assistenza in ogni congiuntura. Se costoro erano ammalati, era gentile degnazione della stessa signora del palazzo assisterli; essa scendeva nel tugurio vicino e portava, con le parole di conforto, il cibo adatto e le cure pi\u00f9 affettuose. Se invalidi, i criati ricevevano una pensione vitalizia, continuando a godere della casa per abitarvi e delle stesse prestazioni di grano sale e olio, che ricevevano prima, e, appena i figli giungevano all&#8217;et\u00e0 adatta, prendevano il posto del padre. I &#8220;maritaggi&#8221; delle ragazze del popolo erano per lo pi\u00f9 doni del signore. In tal modo il signore, che amava il suoi agi e i suoi lussi, irradiava sul popolo il benessere. Queste pratiche erano cos\u00ec generali, che ben a ragione la parola galantuomo, attribuita ai signori, si imponeva nella opinione del popolino come una dignit\u00e0 morale e richiamava rispetto e devozione. Il signore dirigeva la sua azienda da vicino e le sue rendite erano spese in palazzi, in sviluppi armentizi, in miglioramenti agrari: impianti di vigneti, di oliveti, costruzione di strade campestri, di palazzi, di fontane, di stabbi, di masserie e di ville. Anche la vita collettiva era nelle mani dei galantuomini, i quali, oltre ad alimentare le industrie artigiane, sostenevano le istituzioni sociali, che un tempo erano numerose e davano un aspetto civile a questa citt\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1580 a Tricarico esisteva un ospizio e un ospedale per i poveri e per gli infermi, e le spese erano fatte dai signori e dai cavalieri di Malta. Circa venti chiese, cinque conventi, quattro o cinque confraternite, il seminario, scuole di filosofia e di teologia, bottega di pittura, porte e bastioni della citt\u00e0, due &#8220;concerie de corami&#8221;, due fontane, due &#8220;fornaci de vasari&#8221;, torri, piazze, monumenti stavano a dimostrare quanto alto fosse il grado di sviluppo economico e sociale di questa citt\u00e0, ed il tutto grazie alle iniziative, che allora non mancavano, dei signori e del clero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In una stampa di quell&#8217;epoca si legge di Tricarico: &#8221; Hinc amoena fructiferorum montium juga urbi imminent; illinc laetissimi campi per spaciosam planitiem porriguntur. Tam montuosa quam plana fontibus passim scatent, ac multis rivulis irrigantur. Tellus optimum frumentum ac vinum laudatissimum, frugesque omnis generis, quidquid denique ad vitae tam voluptatem quam necessitatem spectat, copiose producit\u2026\u2026Nec religiosi modo ed Catholicae fidei servantissimi sunt incolae, sed insigni etiam morum urbanitate praediti, Nobiles presertim, quorum hic est magnus numerus&#8221;. E in una veduta della citt\u00e0, com&#8217;era a quell&#8217;epoca, una leggenda ci indica, l\u00e0 dove oggi non troviamo che mucchi di tuguri cadenti e casupole affumicate e mura sbrindellate, tutta una fioritura di opere e di monumenti, che rivelavano per davvero una &#8220;insigne civilt\u00e0 di costumi&#8221;, che oggi non \u00e8 pi\u00f9: Seggio della nobilt\u00e0, hospitale; porta le Monte, porta la Fontana, porta la Rabata, porta la Saracena, porta Vecchia, porta le Beccarie; castello del principe, torre principale, viscovado; palaggi del cavalier Castellano et altri castellani; palaggi de Corsuti, de Veronica, de Ronca, de Monaco, de Ferro, del barone Campolongo, de Cetani, de Zotta, de Abate, de Imperatrice, de Ipolito, de Russo, de Marchese, de Capaccia, ecc; palaggi del spetiale Maiorino, del pittore Ferro, del philosopho Campilongo, del philosopho Durante del philosopho Amati, del cantante Froggione, ecc. Di tutto questo restano soltanto i vestigi guastati dall&#8217;abbandono e dalla povert\u00e0. Nel cuore del popolo \u00e8 ancora vivo il ricordo nostalgico di un mondo che \u00e8 cambiato in peggio, di una vita una volta felice, di una fiorente economia distrutta. Quali le cause di queste rovine? Il popolino, con il suo acuto senso di osservazione e di giudizio, ha fermato una data: 1860, &#8220;quando i piemontesi e i bersaglieri ci vennero a fare la guerra&#8221;. Ahim\u00e8! questa data, che segna nella storia nostra la pi\u00f9 bella conquista ideale, la unit\u00e0 di una patria comune, di una religione, di una lingua, di una tradizione comune, purtroppo \u00e8 anche la data che segna le maggiori sventure toccate a un popolo una volta economicamente felice. \u00c8 un&#8217;amarezza, che il nostro popolo sente vivamente, e per essa patisce un po\u2019 anche il nostro sentimento di devozione all&#8217;ideale di una patria comune. \u00c8 una crudele verit\u00e0 questa, che dovrebbe far meditare i nostri fratelli del nord. La sostituzione dei rigidi sistemi fiscali del Piemonte a quelli borbonici pi\u00f9 flessibili e temperati hanno pesato sulla economia rurale del meridione, deprimendola. Il sistema economico settentrionale, eminentemente industriale e commerciale, doveva necessariamente comprimere e soffocare la economia meridionale, quali esclusivamente rurale, domestica e artigiana. Il signore non ebbe mai il coraggio di affrontare la situazione creatasi con il contatto fra i due differenti sistemi fiscali ed economici; non ha saputo trasformarsi da signore a mercante, non ha saputo prendere l&#8217;iniziativa di industrializzare la sua azienda, di meccanizzare l&#8217;artigianato; ha continuato ancora per un po\u2019 nel vecchio metodo patriarcale, fino a quando le industrie del nord gli hanno portato via a vil prezzo le lane e gli altri prodotti, per ritornarvi manufatti e trasformati, ed ha visto sfuggirgli a poco a poco il suo prestigio di signore, di padrone. Allora il signore si \u00e8 inurbato: ha abbandonato il suo palazzo al vuoto e alla muffa, ha affidato la sua terra al contadino, senza sostenerlo, aiutarlo, guidarlo, ed il contadino ha dovuto far da solo senza mezzi e senza consiglio. Il signore incaricava della sorveglianza e dell&#8217;esazione delle rendite l&#8217;esoso guardiano; e spendeva le sue rendite lontano dal paese, senza che ne potessero in alcun modo beneficiare e la terra e i criati, che gliele avevano prodotte. Il signore continu\u00f2 a godere i suoi agi, ma essi non consistevano pi\u00f9 nella bellezza dei suoi palazzi, nella prosperit\u00e0 delle sue terre, nel numero dei suoi armenti e dei suoi criati; ora consistevano soltanto nel lusso del suo quartino di citt\u00e0, del salotto abbellito di damaschi e di specchi, delle carrozze che lo portavano al teatro o ai ricevimenti. Il contadino o il criato non aveva pi\u00f9 relazione col signore, ma solo con il guardiano; aveva perduto i benefici della sua vita ai margini del palazzo. Fra padrone e criato rimaneva ora nulla pi\u00f9 che il freddo rapporto di lavoro e l&#8217;interesse dell&#8217;uno contrapposto a quello dell&#8217;altro, che portava a diffidenza reciproca, a contrasti, a malvolere, a odio. Il contadino, lasciato a s\u00e9 stesso con il solo sussidio delle sue braccia, stremava i suoi sforzi sulla terra. La terra respingeva il contadino che la svenava a colpi di zappa, e reagiva con il dispetto della sterilit\u00e0, perch\u00e9 si sentiva offesa per la bellezza, che non gli si dava pi\u00f9, dei suoi vigneti, dei suoi ulivi, delle sue sorgive, delle sue strade, delle sue ville. Il cafone zappatore, sfiduciato, rinnegando la terra insterilita, finiva per abbandonarla e partiva lontano verso una speranza di vita e di ricchezza: l&#8217;America. Allo stesso modo l&#8217;ingegno e l&#8217;arte non trovavano pi\u00f9 nel paese nativo il modo di vivere e di svilupparsi ed emigravano anch&#8217;essi verso il nord o all&#8217;estero, al servizio e a decoro di una terra che non li aveva partoriti e nutriti, di una gente che non li aveva allevati. Dei signori disertori tornarono poi al paese di origine i nepoti falliti per raccogliere e vivacchiare delle superstiti terre impoverite. Riaprivano il lato meno cadente dell&#8217;antico palazzo e vi stipavano gli avanzi tarlati dei vecchi armadi di noce e dei cassettoni listati di oro zecchino. Gli eredi dell&#8217;antico signore riportavano con s\u00e9 dell&#8217;antica grandezza e dignit\u00e0 solo l&#8217;orgoglio, la pretesa di un rispetto e di una devozione, che non meritavano pi\u00f9, il bieco rammarico della decadenza e dell&#8217;avvilimento, l&#8217;apatia torbida degli sconfitti, che si avvelenavano di rancore e di odio contro quel mondo che essi non avevano saputo conservarsi. E cos\u00ec il galantuomo divenne semplicemente il renditiero gretto e spilorcio, che viveva della miseria del popolo. E la parola galantuomo perdette il suo antico significato di dignit\u00e0, di munificenza, di generosit\u00e0, e acquist\u00f2 nella opinione del popolo un significato spregiativo e odioso. &#8220;Stare a fare il galantuomo&#8221; oggi per il popolino vale a dire &#8220;non far niente, vivere alle spalle degli altri&#8221;. Galantuomo spesso fa pariglia con &#8220;palazzuolo&#8221;, che \u00e8 detto di chi, come il galantuomo, abita in palazzo. Le due parole sono usate ugualmente come sinonimi di fannullone, di ozioso e simili. &#8211; Non ho terra da lavorare &#8211; ironizza il disoccupato &#8211; e mi tocca fare il palazzuolo. Il popolino, che ha conosciuto, un tempo, il circolo quale &#8220;casina dei galantuomini&#8221;, nel senso buono della parola, quando la parola aveva solo quel senso buono, oggi continua a chiamarlo alla stesso modo, ma con il senso spregevole, che alla parola galantuomo viene oggi comunemente attribuito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ragionando a questo proposito nel circolo, io facevo osservare che il mutato significato della parola avrebbe dovuto portare alla creazione di altra parola per significare i galantuomini in senso buono, ovvero ad adottare solo quella di palazzuolo per il senso cattivo. Consideravo io che i dialetti, a differenza della lingua viva, non hanno parole, che importino pi\u00f9 di un significato. Un amico con molto acume mi faceva osservare che il nostro popolo voleva mantenere, di bel proposito, il doppio significato, buono e cattivo, alla sola parola galantuomo, per costituirsi con l&#8217;equivoco un alibi, ogni volta che da una ingiuria potesse derivare un fastidio. Questa non \u00e8 una sottigliezza, \u00e8 una osservazione molto acuta, che trova la sua spiegazione nello spirito del nostro popolo, che nelle ingiurie e nelle invettive \u00e8 solito valersi o della forma indiretta o della frase equivoca proprio per avere il modo di scusarsene all&#8217;occorrenza. Per esempio, chi vuol dir male della moglie dell&#8217;avversario, dir\u00e0 sul viso allo stesso: &#8211; Mia moglie non mi ha fatto mica le corna&#8230; &#8211; e chi vorr\u00e0 dare del brutto a taluno, dir\u00e0: &#8211; Quanto sei bello fatto!\u2026 Ma anche padre Celestino trov\u00f2 da dire la sua sulla quistione filologica: &#8211; Non c&#8217;\u00e8 proprio ragione che il popolo si dia la briga di creare una parola nuova per i galantuomini veramente galantuomini; sarebbe una cosa inutile, perch\u00e9 dei veri galantuomini si \u00e8 rotto lo stampo e non ce ne sono pi\u00f9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\">Brani tratti da appunti autografi dell\u2019avv. Domenico De Maria<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Padre Celestino, monaco secolarizzato, non aveva molta tenerezza per i galantuomini e per il loro circolo. 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