{"id":5763245,"date":"2017-06-04T18:04:48","date_gmt":"2017-06-04T16:04:48","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5763245"},"modified":"2017-06-05T09:07:54","modified_gmt":"2017-06-05T07:07:54","slug":"ritorno-nella-piazza-di-tricarico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rabatana.it\/?p=5763245","title":{"rendered":"Ritorno nella piazza di Tricarico"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Inaspettatamente fui convocato dalla sindaco sul palco approntato in piazza per il conferimento della cittadinanza onoraria di Tricarico a Gilberto Marselli e di uno speciale riconoscimento a Giovanni De Maria per i suoi meriti scientifici. Raggiunsi lentamente il palco col pesante passo lento di chi si reca alla ghigliottina, protestando in lacrime: &#8211; no, no.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono un vegliardo, oramai. La vecchiaia o ti colpisce alle gambe o ti colpisce alla testa, e della fragilit\u00e0 dei vecchi non si ha piet\u00e0 e non ci si vergogna di non avere comprensione. Non ho mai dimenticato il caso di Vittorio Emanuele Orlando: il Presidente della Vittoria, grandissimo giurista e statista, che raccolse la dichiarazione di resa dell\u2019impero austro-ungarico. Tornato in tarda et\u00e0 (pi\u00f9 o meno tarda come la mia), dopo la parentesi fascista, nelle assemblee legislative, in Aula o nel Transatlantico si muoveva con andatura veloce e passo fermo. Colleghi, pigmei al suo confronto, commentavano: &#8211; Guarda, guarda Vittorio Emanuele come \u00e8 saldo sulle gambe e come \u00e8 spedito il suo passo: volendo alludere che la vecchiaia faceva perdere colpi al suo intelletto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Su quale parte del mio corpo la vecchiaia scarica i suoi effetti? Sulle gambe certamente, ma non credo che sia sufficiente a mettere la testa al riparo. Accuso anche una facilissima ed esagerata labilit\u00e0 emotiva, una fragilit\u00e0 molto imbarazzante, che mi costringe a un severo controllo di ogni forma di rapporto. Non parlo in pubblico, cerco di non impegnarmi in giudizi o conversazioni serie e di astenermi dal fare complimenti. Ma quanto pu\u00f2 essere eloquente il silenzio! Non volli, assolutamente non volli esimermi dal complimentarmi per la stupenda conferenza di una mia amica germanista di Ferrara. Le detti la mano, la voce rimase bloccata in gola, non dissi una parola, non proferii una sillaba. Lei mi scrisse: Grazie del tuo silenzio!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si pu\u00f2 quindi comprendere con quale stato d\u2019animo e preoccupazione mi avviavo verso il palco, dove si onoravano due carissimi amici: conosco Gilberto Marselli da circa settant\u2019anni, dall\u2019inizio del triennio del suo rapporto con Rocco Scotellaro; Giovanni De Maria, nella sfera dei miei personali sentimenti, pi\u00f9 dei suoi indiscutibili meriti scientifici, ha quello di essere il fratello di mia moglie, e ci conosciamo praticamente da quando siamo nati. Come avrei potuto tenere a freno il mio pianto? Proprio nella piazza di Tricarico, il luogo dove, pi\u00f9 di ogni altro al mondo, \u00e8 concentrata la mia vita? Mario Trufelli nel suo bellissimo libro \u00abL\u2019ombra di Barone \u2013 Viaggio in Lucania\u00bb scrive che a Tricarico inciampava nei ricordi. I suoi ricordi e tanti altri sono i miei ricordi. Ogni mio inciampo srotola e intreccia storie. \u201cLa piazza di Tricarico\u201d potrebbe essere il titolo del romanzo della mia vita. Alcuni capitoli potrebbero intitolarsi: \u201cMenonna\u201d, \u201cCarolillo\u201d, \u201cLo Sturno\u201d, \u201cIl maestro Ierardi\u201d, \u201cLa cassaforte dell\u2019Esattoria\u201d \u2026 .<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In quella piazza ho abitato circa otto anni, nella casa che vi si affaccia con tre balconi e un\u00a0 terrazzo e alla quale si accede salendo una breve scalinata. Prima che l\u2019occupasse in affitto la mia famiglia, era stata un \u201calbergo\u201d gestito dal nonno di Mario Trufelli, don Michele Valinotti. Il paese non aveva particolari esigenze ricettizie: pi\u00f9 che alberghi servivano taverne. L\u2019albergo veniva incontro soprattutto alle necessit\u00e0 di alloggio dei confinati, tra i quali ci fu don Cal\u00f2, don Calogero Vizzini, capo assoluto della mafia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel libro \u00abQuando i galli si davano voce\u00bb, Mario Trufelli, con lievi pennellate, descrive il clima del tempo e la coesistenza di quattro confinati diversi per interessi di vita, et\u00e0, condizioni sociali. Tornando a don Calogero, il nonno di Mario lo definiva un \u00abvero signore\u00bb e chiese di dare il \u201cdon\u201da lui e a Luigi Gobbi, proprietario antifascista della Valle Padana. \u00abDi Calogero Vizzini \u2013 \u00e8 Mario Trufelli che racconta \u2013 non sappiamo nulla. E\u2019 un siciliano, \u00e8 piuttosto anziano, non parla quasi mai. E\u2019 un uomo grasso e tranquillo, fischietta di continuo. Alla zia da fastidio quando se lo vede girare intorno in cucina per prepararsi i suoi pasticci di riso, latte e cioccolato\u00bb. Quest\u2019ospite siciliano anziano \u2013 aveva 58 anni! \u2013 di cui non si sa nulla, taciturno, tranquillo e discreto, era, ripeto, don Cal\u00f2, il capo assoluto della mafia, un grande criminale carico di assoluzioni, come lo definiva con compiaciuta ironia il suo avvocato; don Cal\u00f2 aveva un fratello sacerdote, che venne due volte a Tricarico a visitare il congiunto, e un altro vescovo. Indro Montanelli, che lo intervister\u00e0 anni dopo, scriver\u00e0 che don Cal\u00f2 \u00e8 stato l\u2019unico vero indiscusso capo globale della mafia: mentre i successori sono anche stati generali a cinque stelle, don Cal\u00f2 \u00e8 stato il solo generalissimo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Don Michele aveva lavorato nelle Ferrovie. Pensionatosi, si sistem\u00f2 a Tricarico, dove svolse il compito di usciere di conciliazione e di pretura, gest\u00ec l\u2019albergo di cui ho detto, e assunse la gestione degli orologi della piazza e di Santa Maria dei Lombardi. Tutte tre queste attivit\u00e0 rievocano belle e interessanti storie, ma purtroppo non posso farla lunga. Non posso per\u00f2 tacere un brevissimo accenno all\u2019orologio della piazza, un orologio che non \u00e8 quello che c\u2019\u00e8 adesso, che \u00e8 stato installato dopo il terremoto. Non esprimo e non intendo esprimere giudizi: sta di fatto che la sensazione che mi d\u00e0 il nuovo orologio deturpa il volto che aveva la \u201cmia\u201d piazza, lo percepisco come sfregio, che cerco di non vedere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019orologio della piazza, tra tante cose, potrebbe ricordare una delle primissime decisioni amministrative della prima sindacatura di Rocco Scotellaro. Fu un grave errore non solo, ma anche ideologicamente ispirato, che si risolse nel furto del tempo ai contadini. Rocco resistette un po\u2019, ma cap\u00ec e revoc\u00f2 la decisione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sul finire di un\u2019estate mi ammalai di tifo, morbo a quel tempo praticamente incurabile, con frequenti esiti letali. Se non morivi \u2013 si diceva &#8211; restavi \u201cciuto\u201d e spero di aver smentito la regola. Tifo \u00e8 parola che etimologicamente esprime lo stato di imbolsimento in cui ti riduce la febbre altissima, che supera i 40 gradi. Allora non c\u2019era altro da fare che cercare di abbassare la temperatura col ghiaccio, quel poco che si riusciva a recuperare dai proprietari delle nevere, che a fine estate erano praticamente esaurite, nonch\u00e9 osservare rigorosissime norme igieniche, che non sto a descrivere, e sottoporsi a una rigidissima dieta lattea: latte e solo latte, per un lungo periodo, credo una quarantina di giorni. Dopo di che m\u2019ero ridotto praticamente a una larva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutti gli amici, giustamente preoccupati di non immolare le loro vite per testimoniarmi la loro amicizia, sparirono. Il tifo \u00e8 una malattia infettiva, ma circa le modalit\u00e0 dell\u2019infezione circolavano paure infondate, pareva che ci si ammalasse guardandosi negli occhi. Solo Mario Trufelli mi faceva compagnia e mi accudiva. Tutti i giorni, da mattina a sera, seduto al mio capezzale, parlando, parlando sempre e leggendo. Mi rimbambiva pi\u00f9 del tifo, ma l\u2019aspettavo con ansia, spiando attraverso i vetri del balcone della mia stanza da letto che sbucasse dal portoncino di casa sua.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La bocca non la teneva mai chiusa: quando non parlava, leggeva. La testa mi turbinava, mi sentivo trasportato su una nuvola, dalla quale mi pareva poi di precipitare. Ma la compagnia di Mario mi faceva piacere. Mario mi lesse tra l\u2019altro (chi se lo pu\u00f2 scordare?) \u00abLa mano del defunto (Continuazione al Conte di Montecristo)\u00bb, l\u2019oltraggio pi\u00f9 infame che un ignoto scribacchino potesse tramare contro il povero Alessandro Dumas, nonch\u00e9 un suo romanzetto rosa, dove, senza risparmio d\u2019inchiostro, Mario narrava la lacrimevole storia di un povero ragazzo timido, che si struggeva d\u2019amore senza trovare il coraggio di dichiararsi al suo sdegnoso amato bene. Di questo romanzo, grazie alla mia memoria, resta il solo brevissimo frammento da cui partono le seguenti divagazioni. Bisogna infatti sapere che Mario, nottetempo, nel 1948, durante il viaggio di ritorno da Roma, dove aveva partecipato alla imponente manifestazione di omaggio e saluto a Pio XII dei \u201cbaschi verdi\u201d (centinaia di migliaia di ragazzi, esaltati dalla voce suadente di Carlo Carretto, presidente dell\u2019azione cattolica, di cui era vice presidente Emilio Colombo, gridavano: \u2013 Su, su: saltiamo sul carro di Carretto!), sub\u00ec il furto della sua valigia, che racchiudeva tutti i suoi scritti, che egli era solito portare con s\u00e9 ovunque andasse. Di colpo svanirono tutte le prove letterarie di un aspirante scrittore!. Chi piange quel furto, ora, sono io, che darei non so che cosa per leggere quella storia d\u2019amore che mi imbambol\u00f2 pi\u00f9 del tifo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In quel viaggio di ritorno coi baschi verdi una disavventura di diverso genere capit\u00f2 a Benito Lauria. Egli, per fare il filo a una ragazza (che tanto ragazza non doveva essere se viaggiava sola di notte), prese posto nella carrozza di coda, che a Sicignano fu agganciata al treno per la Calabria. Benito, falliti i tentativi con la bella calabrese, si addorment\u00f2 placidamente, non si accorse del cambio di carrozza e continu\u00f2 a dormire saporitamente tutta la notte. Quando si svegli\u00f2, si affacci\u00f2 al finestrino ancora insonnolito e non riusciva a rendersi conto come avesse fatto il mare a invadere la valle del Basento e a sciabordare lungo la linea ferrata. Il padre, don Michele La Posta, furioso e preoccupato, sperando e sospettando che il figlio si fosse fermato a Napoli con Paolo Iuvone, disse: \u2013 Gliela faccio vedere io a quel delinquente! \u2013 e cos\u00ec telegraf\u00f2 a Paolo: \u201cDimmi se Benito teco\u201d. Paolo prontamente rispose: \u201cVistolo una volta, non vistolo pi\u00f9\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Torno al brevissimo frammento del romanzo trafugato . Alla fine il giovanotto vince la timidezza, perfora la corazza di ritrosia della fanciulla e sfiora con un bacio le sue labbra. \u201cE con quel bacio \u2013 commenta lo scrittore \u2013 ei la conquise\u201d. Io cercai con tutto me stesso di recuperare un po\u2019 di forze e, soprattutto, un po\u2019 di fiato, e con quel po\u2019 fiato che recuperai dai polmoni rinsecchiti, dissi: \u2013 Ei la conquise?! Ah Ma\u2019, ma vaffa \u2026\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella piazza di Tricarico mi sono esercitato in camicia nera negli esercizi ginnici e in quella pagliacciata che era il cambio della guardia del 21 aprile, proclamato da Mussolini Natale di Roma, in sostituzione del 1\u00b0 maggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ho quindi comiziato pi\u00f9 o meno da tutti i balconi che vi si affacciano e dalla cappella di San Pancrazio. La cappella di San Pancrazio, per il vero, fu il palcoscenico del primo comizio mio e di Benito Lauria, due ragazzini. Decidemmo di fare un comizio a favore del voto per la Repubblica: io avrei dovuto fare una lunga presentazione, quasi un pre-comizio e Benito il comizio vero e proprio. Non avevamo microfono e non avevamo chiesto nessuna autorizzazione. Il pubblico non ci manc\u00f2, alla ripresa della vita democratica nessun comiziante correva il rischio di restare senza pubblico. Io riuscii a recitare la mia pappardella, Benito aveva appena cominciato a parlare, quando ci piomb\u00f2 addosso il brigadiere dei carabinieri, che ci strapazz\u00f2 ben bene. Quel brigadiere, poi, di Benito, divenne cognato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono stato a un metro di distanza, guardandolo incredulo, da Francesco Saverio Nitti, in mezzo alla gente, come uno qualsiasi, abbracciandosi nel saluto col canonico don Peppe Uricchio, notoriamente nittiano. Per chi il capo del governo era stato abituato a vederlo su un cavallo bianco, con la sciabola sfoderata, in stivaloni e doppia greca sulle maniche, fu uno choc.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Venne anche Achille Lauro a fare un breve discorso in piazza, affiancato da Odo Spadazzi, vice segretario del partito che aveva da poco fondato, il partito popolare monarchico. Viaggiavano su una specie di camper, appositamente costruito, con un terrazzino sul tetto. Lauro sal\u00ec sul terrazzino e disse: &#8211; Ma chi credete che sia un ministro dell\u2019agricoltura? (si riferiva a Colombo). Il ministro dell\u2019agricoltura lo pu\u00f2 fare un fesso qualunque, anche il mio amico Spadazzi! \u2013<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Venne a fare comizi anche Iannelli. Era nato a Tricarico, era stato sottosegretario alle Comunicazioni con delega alle Ferrovie di un governo fascista, e si diceva che fosse lui quello che faceva andare i treni in orario. Su una parete in piazza lo salutava la grande scritta in vernice nera: W S.E. Iannelli. Venne a fare un comizio per il MSI, e torn\u00f2 a farlo per il laurino partito monarchico popolare, che lui chiamava monarchia coi leoni. Avvert\u00ec forse il bisogno di giustificarsi, infatti disse: &#8211; Sarete forse meravigliati vedendomi tornare a voi con la monarchia coi leoni. Io sto con la monarchia coi leoni, perch\u00e9 sono stato sempre monarchico, anche se ho militato in un partito notoriamente repubblicano!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0Festa di San Rocco il 16 agosto 1947. Da due mesi c\u2019era stato ininterrottamente un tempo bello e sereno, quando, improvvisamente, una nuvola nera si stese sull&#8217;abitato oscurando il cielo, e cominci\u00f2 a minacciare tempesta con qualche lampo e qualche tuono di lontano. Cominci\u00f2 a cadere qualche goccia d&#8217;acqua e la gente, che affollava la piazza e il viale Regina Margherita, cominci\u00f2 a disertare verso le case. Acqua ne cadde per\u00f2 poca. Il pirotecnico approfitt\u00f2 della schiarita per piantare sulla piazza i pali per i fuochi di artifizio, e sul bordo del poggiolo, che guarda alla campagna i cannoncini per le &#8220;carcasse&#8221; e le batterie. \u00ab Sar\u00e0 questa sera un &#8220;fuoco&#8221; di eccezione. Il figlio di Salomone ha voluto prepararne uno speciale per onorare San Rocco e ringraziarlo di essere scampato dallo scoppio della fabbrica \u00bb &#8211; annunziava uno dei procuratori. Quando i fuochi furono approntati, verso le ore 21, il tempo parve guastarsi. Ma, appena la nuvola fu passata, la piazza torn\u00f2 ad affollarsi per vedere i fuochi. Io ero sul balcone di casa mia. Una voce grid\u00f2: &#8211; cade. Ma non fu intesa da tutti: attimi di attesa. Il \u201ccolpo oscuro\u201d cadde sulla folla. Ci fu un morto e tredici feriti. Il morto e i feriti furono portati subito all&#8217;ospedale civile. Rocco Scotellaro era sul punto preciso dove cadde il colpo oscuro e si salv\u00f2 per la fortunata congiuntura che il nipotino di pochi anni (Ciccilluzzo, figlio della sorella Antonietta), tirandolo per mano, lo stava trascinando verso il caff\u00e8 Famiglietti per farsi comperare un gelato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per la piazza passavano i funerali, al suono delle campanelle di San Francesco. Come dimenticarli? \u2026. Rocco Scotellaro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il funerale di Rocco stava attraversando la piazza quando pass\u00f2 Pasquale il postino, che consegn\u00f2 ad Antonio Albanese, una lettera. E\u2019 di Rocco!, mi disse Antonio con un filo di voce, pallidissimo. Raggiungemmo l\u2019angolo del palazzo ducale nel corso. Antonio apr\u00ec la busta: c\u2019erano due fogli, scritti tra il 14 e il 15 dicembre, il giorno stesso della morte di Rocco. Uno era per la madre, il secondo per Antonio. Rocco chiedeva ad Antonio di andarlo a trovare a Portici e portare \u201cil Calciano\u201d (una intervista che Rocco stava conducendo per il lavoro dei Contadini del Sud); scriveva che stava male, pensava di avere un forte reuma al petto e alla gola, ma sfortunatamente, c\u2019era un solo medico in Italia che curava quel male, guarendo: aveva 95 anni e stava a Ferrara. Finiva con queste parole: \u201cNon posso ancora muovermi. E ho tanto bisogno di aiuto\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Inaspettatamente fui convocato dalla sindaco sul palco approntato in piazza per il conferimento della cittadinanza onoraria di Tricarico a Gilberto Marselli e di uno speciale riconoscimento a Giovanni De Maria per i suoi meriti scientifici. 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