{"id":5763302,"date":"2017-07-03T18:30:18","date_gmt":"2017-07-03T16:30:18","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5763302"},"modified":"2017-09-22T09:14:23","modified_gmt":"2017-09-22T07:14:23","slug":"mario-trufelli-il-piccininno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rabatana.it\/?p=5763302","title":{"rendered":"I Racconti dello specchio del com\u00f2 di Mario Trufelli &#8211; 3. Il Piccininno"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #993300;\"><strong>Il Piccininno<\/strong> \u00e8 il primo dei tre racconti dello <strong>Specchio del com\u00f2<\/strong>, scritto nel 1952, tre anni prima di <strong>Carcere preventivo<\/strong>, e pubblicato quasi dieci anni dopo, a settembre del 1961 sull\u2019inserto domenicale dell\u2019<strong>Osservatore<\/strong>, pubblicato anche in una versione spagnola.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #993300;\">Forse esagerando, in un precedente post l\u2019ho definito un capolavoro, certamente la sua lettura mi emozion\u00f2 molto.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #993300;\">Il racconto, ripeto, fu scritto nel 1952, un anno cruciale della biografia scotellariana, avviata al tragico e tuttora, forse pi\u00f9, confuso epilogo. C\u2019\u00e8 un tale intreccio con le nostre biografie che \u00a0parlarne chiarirebbe non poco di quanto \u00e8 in parte volutamente confuso; ma la biografia di Scotellaro non si pu\u00f2 lucidamente dipanare negli aspetti letterario e politico senza l\u2019apporto di studi finalmente seri e severi, che sono certo che da anni qualcuno sta compiendo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #993300;\"><em>Il piccininno<\/em> \u00e8 un racconto autobiografico che rievoca in tono elegiaco il\u00a0 legame tra l\u2019autore e il nonno, figura importante nella vita affettiva di Mario, cantato in due componimenti poetici (\u201cDopo la morte del nonno\u201d e \u201cSan Michele 1953\u201d, che si possono leggere su Rabatana<strong>). <\/strong>Tenera \u00a0\u00e8 la nostagia per questa figura di patriarca, come nessun altro capace di arricchire l\u2019immaginario infantile di fantasie e visioni oniriche. Il nonno di Mario Trufelli io lo chiamavo <em>papanonno, <\/em>parola che <em>\u00a0<\/em>esprime quello che \u00e8 stato il mio rapporto con lui, non avendo conosciuto nessuno dei miei nonni.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u00a0<\/strong><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>IL <\/strong><strong>PICCININNO<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Mi rivedo dentro lo specchio del com\u00f2 che aveva al centro una macchia grande quanto una medaglia, e quella macchia cadeva sempre sull&#8217;occhio sinistro quando mi specchiavo. Allora mi specchiavo per la faccia, sempre cos\u00ec pallida, un pallore che svaniva intorno agli occhi, che apparivano smarriti in un continuo girare irrequieto.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Ho la sensazione di sentirmi ancora nelle gambe&#8217; la debolezza di quell&#8217;anemia che mi dava tanto dolore alla testa e mi rendeva cattivo. Per questo tutte le mattine alle sette andavo all&#8217;ambulatorio comunale per le iniezioni di vitamine e per prendere il chinino contro la malaria. Mi accompagnava la mamma ma pi\u00f9 spesso il nonno, e non mi ribellavo mai, anche se l&#8217;ambulatorio mi opprimeva con quell&#8217;odore pungente di spirito e di tintura di iodio.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Tutte le mattine bisognava aspettare il turno e fare la fila nell&#8217;androne di un convento aperto all&#8217;indiscrezione dei passanti. Non c&#8217;erano sedie, solo due rialzi di pietra lunghi un paio di metri e l\u00ec ci pigiavamo, e nessuno aveva vergogna dell&#8217;altro. Eravamo quasi sempre gli stessi, tutte le mattine. Non mancava mai una donna anziana, con la malaria cronica (cosi diceva la gente), che parlava di continuo. Era stanca dell&#8217;ambulatorio, delle attese, di noi stessi. Veniva l\u00ec puntualmente da due anni. E aveva la faccia gialla come un limone appassito. Qualche volta mi aveva fatto impressione quella faccia e quando tornavo a casa mi guardavo nello specchio del com\u00f2 e vi vedevo riflessa la mia espressione patita, quella stessa espressione che avevano tutti quanti gli altri che venivano con me all&#8217;ambulatorio. Ci veniva anche Antonio, il mio compagno di scuola, con quelle gambette sottili storte dalla paralisi, e gli occhi grandi, senza luce. Erano sereni per\u00f2, come se tutto intorno a lui fosse normale. Mi guardavano, poi si distraevano sotto la volta del convento, si smarrivano quei poveri occhi di Antonio, che mi aveva fatto sempre tanta pena, anche a scuola quando il fratello se lo portava a cavalluccio sulle spalle.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Quando veniva il nonno ad accompagnarmi attaccava subito discorso e faceva ridere tutti. Io le conoscevo le sue storielle allegre e i suoi racconti. Ma che sacrificio, povero vecchio, aspettare tutte le mattine davanti alla porta dell&#8217;ambulatorio per essere pronto al suo turno. Fumava sempre per\u00f2 con la sua lunga pipa a cannuccia e l&#8217;odore acre del fumo mi dava fastidio, mi faceva venire la tosse e molte volte mi innervosivo, uscivo nella strada e aspettavo che lui avesse &#8216;finito. Il nonno capiva e si dispiaceva per me, perdeva tono e tanto per scusarsi diceva: \u00abToh, guarda &#8230; toh ! \u00bb e smorzava la pipa con un sorriso dispiaciuto. D&#8217;altronde anche in casa accadeva la stessa cosa e se gli chiedevano perch\u00e9 non fumasse quando era con me lui rispondeva: \u00abFa male al piccininno, il piccininno \u00e8 malato \u00bb.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Nel momento in cui si entrava nell&#8217;ambulatorio un brivido mi percorreva. L&#8217;infermiera era in fondo, quasi nell&#8217;ombra e non diceva una parola. Parlava sempre il nonno, io non riuscivo e il nonno diceva spesso una frase che faceva sorridere la signorina: \u00abCome va la mia sposina, oggi? \u00bb. L&#8217;infermiera gli batteva con confidenza una mano sulla spalla e si preparava a farmi l&#8217;iniezione. Com&#8217;ero pronto a sbottonarmi i calzoncini e abbassarli gi\u00f9 fino al ginocchio. E lei infilava l&#8217;ago nella carne, rapida, con mano sicura. Le prime volte mi irrigidivo con la gamba, poi tutto fu uguale, mi abituavo a tutto. Un giorno da una parte, un giorno dall&#8217;altra, per tre mesi e l&#8217;ago non trovava pi\u00f9 un posticino libero, e molte volte ricadeva sullo stesso punto.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Ma poi dimenticavo ogni cosa, volevo andarmene subito, e dimenticavo anche Antonio, anche la donna con lo scialle. Volevo correre a casa e per la strada alzavo il passo. Il nonno non riusciva a starmi dietro e mi gridava: \u00abEhi, ehi!\u00bb Mi arrestavo un attimo, si fermava anche lui per accendere la pipa poi, pensando alla signorina dell&#8217;ambulatorio, diceva con aria contrariata: \u00ab\u00c8 tanto buona, ma si pitta tanto brutto &#8230; \u00bb.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Ma una mattina mi rifiutai di andare all&#8217;ambulatorio. Alzai la voce in casa per farlo capire, una voce esile che sembrava uscisse con grandi sforzi dalla gola. Tutti mi vollero dire una parola buona, il nonno mi faceva le moine, inventava una infinit\u00e0 di promesse, ma in ultimo si convinse anche lui che avevo ragione e disse alla mamma che cercava di abbonirmi: \u00abLucia, lascialo stare il piccininno. Gli far\u00e0 pi\u00f9 bene un po&#8217; di sole. Glielo far\u00f2 prendere io il sole, vedrai\u00bb.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">E cos\u00ec ebbero inizio le mie passeggiate quotidiane in compagnia del nonno. Il primo giorno andammo per le vie di una campagna aperta, a volte sperduta nelle grandi distese di stoppie bruciate da un sole chiaro, allucinante in quei primi giorni di agosto. Portavamo in testa i cappelli di paglia e il nonno mi raccontava storielle di pastori e di briganti.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">A un crocevia il nonno sentenzi\u00f2: \u00abQui ci sono sempre molte serpi, specie in questa via dritta \u00bb. Lo faceva forse per scherzare, anche perch\u00e9 proprio su quella strada si apriva il cancello del cimitero, desolato a quell&#8217;ora, con i pini immobili. Ma io ne volli approfittare. \u00abVoglio andare per la via traversa\u00bb, esclamai, \u00ab la conosco, ci sono venuto due volte l&#8217;anno scorso con mio fratello\u00bb. Il nonno cerc\u00f2 di obiettare. \u00ab C&#8217;incontreremo alla fine \u00bb, insistetti. \u00ab Lasciami andare\u00bb. Il nonno non voleva farmi torto. \u00abStai attento, mi raccomando, e non correre\u00bb<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">.<\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Lui prese la via dritta, io andai per la traversa. Tacitamente si giocava a chi arrivasse prima. Camminavo svelto, spensierato, mi venne voglia di mettermi a gridare a squarciagola. Ma poi, ripensando per un attimo alle parole del nonno, mi chiesi, perplesso, se non avevo fatto male a lasciarlo solo su quella strada solitaria col pericolo delle serpi. Un gran dubbio mi venne nel cuore. Mi fermai esitante e dopo un attimo tornai indietro rifacendo di corsa tutta la strada. Imboccai la via dritta con l&#8217;affanno alla gola: vidi il nonno che se ne andava calmo, il passo cadenzato e la pipa in bocca. Gli corsi vicino, gli tirai la punta della giacca. Non dissi nulla. Le cicale stridevano forte nelle siepi bianche di polvere. \u00abEmbh\u00e9! \u00bb, fece lui appena mi vide al suo fianco. Io sorrisi con un po&#8217; di rossore sulle guance, un segno di buona salute, a sentire la mamma. Il nonno mostr\u00f2 di apprezzare il mio gesto e continu\u00f2 a camminare in silenzio. Il battito misurato del suo bastone suonava assai distinto nello strid\u00eco delle cicale.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Lui era un passo pi\u00f9 avanti a me, io gli venivo dietro. Ebbi un attimo di estasi quando mi attaccai con una mano alla punta della sua giacca.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Il nonno non parlava, gli piaceva trascinarmi cos\u00ec, dietro ai suoi passi. Le sbuffate di fumo che uscivano dalla pipa mi venivano sul viso, mi fecero tossire, ma cercavo di non farmi sentire: mi inebriava quella volta l&#8217;odore acre della pipa. Poi il nonno cominci\u00f2 a raccontare una storia di briganti ed io lo ascoltai fino in ultimo senza interromperlo mai.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Il nonno mi creava un mondo fantastico allora, una visione quasi irreale delle cose. Mi aveva fatto credere, quando ero pi\u00f9 piccolo, che tutte le cose andassero a dormire la sera, col primo buio, per svegliarsi all&#8217;alba di ogni giorno. Mi aveva fatto credere nel sonno degli alberi, dei pali della luce, e, tenacemente, nel sonno del treno, che non avevo mai visto da vicino, e che mi aveva sempre stimolato la fantasia quando mi ero fermato a contemplarlo dalle vigne dietro al camposanto, lontano, gi\u00f9 gi\u00f9, nella valle del fiume, costeggiata dai binari della ferrovia. Il treno era un giocattolo meraviglioso che camminava, lento e costante, dietro al suo pennacchio di fumo. Mi pareva di vederci dentro le persone, le loro facce, le loro mani che salutavano. Mi affascinava il fiume che accompagnava il treno per chilometri e chilometri lungo le stazioni, le casette colorate e gli alberi grondanti di fiori bianchi, rosa e rossi, \u00abi fiori del mare\u00bb, diceva il nonno con una punta di nostalgia. E quando si passeggiava lungo i sentieri, tra file ininterrotte di rovi, non mancava mai di ricordarmi che le spine pi\u00f9 insidiose sono quelle del fico d&#8217;India, che lasciano segni dolorosi sulle mani dei bambini imprudenti.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Un&#8217;altra massima che per\u00f2 non mi turbava, anche perch\u00e9 fino a quel momento non avevo visto n\u00e9 il mare n\u00e9 tantomeno il fico d&#8217;India.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">E and\u00f2 cos\u00ec fino agli inizi dell&#8217;autunno, perch\u00e9 poi il nonno si mise a letto con la resipola e i duroni sotto i piedi.<\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: center;\">* * *<\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Ma il tempo \u00e8 un mago e il nonno lo comprese e se ne dispiacque. Avevo diciotto anni, e quando, alla sua presenza, parlai per la prima volta di una donna con un calore particolare, lo vidi sorridere sotto i baffoni bianchi, un sorriso tra l&#8217;amaro e il compiaciuto.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Si leggeva in lui la sorpresa e la rassegnazione. \u00abLucia\u00bb, disse alla mamma che lo guardava attenta dall&#8217;altra parte del tavolo, durante il pranzo, \u00abqui piccininni non ce ne sono pi\u00f9\u00bb. Si alz\u00f2, cominci\u00f2 a camminare insolitamente per la casa senza un motivo, provava la solidit\u00e0 delle sedie, entr\u00f2 nella camera da letto di mia madre, si guard\u00f2 a lungo nello specchio del com\u00f2, e quella macchia al centro dello specchio, alla distanza in cui si trovava lui, dovette cadergli sull&#8217;angolo della bocca come una smorfia.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Io lo seguivo con lo sguardo, volevo scoprire ogni suo gesto, volevo intuire i suoi pensieri. Poi lui torn\u00f2 presso la mamma e sorridendo le disse che, forse, sarebbe partito, sarebbe andato per qualche giorno nel paese dov&#8217;era nato, un paese della Puglia che non vedeva da moltissimi anni.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">E il mese successivo, di luglio mi pare, partiva con la corriera che fa ancora servizio con lo scalo ferroviario. Portava con disinvoltura un ampio cappello di paglia, il vestito nero delle ricorrenze e un cestino di giunchi pieno di provviste. \u00abL&#8217;americano! \u00bb, disse scherzando mia madre, e ridemmo tutti. Ci rise anche lui e annunci\u00f2 prima di andarsene: \u00abMi fermer\u00f2 due giorni dalla mia vecchia a Taranto\u00bb. E quella era sua cognata, una donna anziana ma assai meno vecchia di lui. Da lei si ferm\u00f2 soltanto un giorno e quella non fece altro che parlargli dei suoi malanni, tra cui il diabete e un&#8217;asma irriducibile. Il giorno dopo part\u00ec per Palagiano, il suo paese. \u00abQui sono nato \u00bb, pens\u00f2 appena scese dal treno, e si sent\u00ec bambino.<\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Ma improvvisamente si accorse che tutto intorno a lui era cambiato.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Sentiva che tutto il suo passato si profanava in quel momento.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">\u00abCom&#8217;\u00e8 diverso qui \u00bb, si disse con sorpresa. Ma poi si confort\u00f2 pensando che cinquant&#8217;anni di assenza erano veramente troppi, ed entr\u00f2 nel paese come un forestiero, quasi con timidezza. Volle fare qualche visita ma nessuno si ricordava pi\u00f9 di lui. Soltanto un amico, il pi\u00f9 vecchio, il sopravvissuto, lo riconobbe. Si tennero per mano come due bambini, si raccontarono tutto il passato e alla fine quello gli volle donare un cucciolo, un cuccioletto biondo, col musetto appuntito e le orecchie aguzze. Il nonno svuot\u00f2 il cestino delle provviste e vi sistem\u00f2 il cane.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Ripart\u00ec subito dopo dal suo paese come uno straniero. Si allontan\u00f2 lungo il breve tratto di strada verso la stazione ferroviaria parlando col cucciolo. \u00abPiccin\u00ec \u00bb, diceva soddisfatto, \u00abvedrai come starai bene a casa mia L\u00e0 ci sono i briganti che ti faranno festa. Non temere, piccin\u00ec, vedrai, vedrai &#8230; \u00bb e girava stupito gli occhi intorno, forse perch\u00e9 in quel momento abbandonava per sempre tutto il suo passato. Ma non c&#8217;era sconforto dentro di lui e quando risal\u00ec sul treno non pens\u00f2 pi\u00f9 a nulla, tutti i ricordi li abbandonava nella stazione deserta.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">Il mattino seguente, con la prima corriera, arriv\u00f2 a casa.<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\">\u00abHai fatto presto ritorno \u00bb, gli disse contenta mia madre e cerc\u00f2 di liberarlo del cestino. Ma il nonno la ferm\u00f2. \u00abLucia\u00bb, disse con solennit\u00e0, \u00ablasciami il cestino che dentro c&#8217;\u00e8 il piccininno \u00bb. E tir\u00f2 fuori il cucciolo spaurito. Tutta la famiglia volle carezzarlo e sorrisero tutti per il nome che gli aveva imposto. Riuscii a carezzarlo anch&#8217;io e mi resi conto che in quel momento avveniva un passaggio di poteri tra me e il cane, gli trasmettevo quasi un&#8217;eredit\u00e0. Il nonno si stava adottando un piccininno pi\u00f9 paziente; era un sentimentale, nei suoi racconti non faceva altro che parlare della sua giovent\u00f9, dei suoi amici e dei suoi cani. Faceva le moine al cucciolo come a un bambino, lo faceva passeggiare per la casa, lo prendeva tra le braccia e la mamma gli stava dietro e alzava la voce perch\u00e9 lui si sporcava il vestito nero. Noi nipoti ridevamo di cuore e il nonno ci guardava con aria contrariata, forse perch\u00e9 aveva promesso al cucciolo un sacco di cerimonie da parte nostra. Il cane tremava, si sentiva estraneo in mezzo a noi e quando il nonno lo lasci\u00f2 per terra, si accucciol\u00f2 ai suoi piedi: non voleva saperne pi\u00f9 di camminare. \u00abCi\u00f9 ci\u00f9 piccin\u00ec! Ci\u00f9 ci\u00f9 piccin\u00ec! \u00bb, lo incoraggiava il nonno, e vinto da quella sua insistenza la bestiola alz\u00f2 la gambetta di dietro e gli fece la pip\u00ec sulla scarpa. Scoppiammo a ridere tutti fragorosamente. Il cane si spavent\u00f2, corse a nascondersi in un angolo della casa. Il nonno gli and\u00f2 vicino, si pieg\u00f2 a carezzarlo. \u00abNon li curare, piccin\u00ec\u00bb, diceva per rincuorarlo. \u00abLasciali stare, piccin\u00ec, quelli sono tutti briganti\u00bb. E col cucciolo tra le braccia scoppi\u00f2 a ridere anche lui.<\/h6>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><\/h6>\n<h6 style=\"text-align: center;\">* * *<\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nel millenovecentocinquantatre il nonno mor\u00ec. Era marzo. Lo accompagnai al cimitero in un chiaro mattino, c&#8217;era il sole sulle colline. Non piangevo, eravamo ancora vicini noi due e io mi sentivo il piccininno che andava a passeggiare con lui lungo le strade assolate della campagna.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E lo lasciai l\u00ec, sulla via dritta della collina che porta al camposanto, mentre io me ne tornavo ancora una volta lungo la via traversa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Il Piccininno \u00e8 il primo dei tre racconti dello Specchio del com\u00f2, scritto nel 1952, tre anni prima di Carcere preventivo, e pubblicato quasi dieci anni dopo, a settembre del 1961 sull\u2019inserto domenicale dell\u2019Osservatore, pubblicato anche in una versione spagnola.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Forse esagerando, in un precedente post l\u2019ho definito un capolavoro, certamente [&#8230;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","_links_to":"","_links_to_target":""},"categories":[773,854],"tags":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v14.4.1 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow\" \/>\n<meta name=\"googlebot\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<meta name=\"bingbot\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5763302\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"I Racconti dello specchio del com\u00f2 di Mario Trufelli - 3. Il Piccininno - Rabatana\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"Il Piccininno \u00e8 il primo dei tre racconti dello Specchio del com\u00f2, scritto nel 1952, tre anni prima di Carcere preventivo, e pubblicato quasi dieci anni dopo, a settembre del 1961 sull\u2019inserto domenicale dell\u2019Osservatore, pubblicato anche in una versione spagnola. 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