{"id":5763526,"date":"2017-11-03T15:00:50","date_gmt":"2017-11-03T14:00:50","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5763526"},"modified":"2017-11-03T17:14:13","modified_gmt":"2017-11-03T16:14:13","slug":"sulle-orme-di-cipolla","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rabatana.it\/?p=5763526","title":{"rendered":"Sulle orme di Cipolla"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Le rilettura dei due pi\u00f9 noti saggi ironici di Carlo M. Cipolla mi ha spinto a sfogliare la collezione del supplemento domenicale del Sole 24 Ore, dove il grande storico dell\u2019economia ha lasciato molte tracce della sua ironia e altri ha spinto verso analoghi percorsi.\u00a0 Cambio, pertanto, il programma annunciato e inizio un diverso ciclo di pubblicazioni su Rabatana, cominciando con un brano di un\u2019autobiografia di Cipolla, pubblicato sul Domenicale del 10 settembre \u00a02000 \u00a0col titolo \u00abCome diventare storico per caso<strong>\u00bb, <\/strong>a cinque giorni dalla sua scomparsa, il precedente marted\u00ec 5 settembre, dopo una lunga atroce malattia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io mi diverto a compiere questa ricerca, ma, se avr\u00f2 sentore che i lettori di Rabatana si annoiano, smetter\u00f2 immediatamente di tediarli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cipolla viene presentato come un irregolare della cultura e della storiografia. Privilegiava i dettagli, i particolari, rispetto ai grandi affreschi. Le cose rispetto alle parole. Sosteneva che a muovere i destini umani non fossero le gesta dei condottieri ma oggetti vili, insignificanti come una scheggia di metallo, una spezia, un grano di pepe. I suoi libri e i suoi elzeviri mandavano in bestia gli accademici e i letterati altezzosi, per i quali il bello scrivere \u00e8 pi\u00f9 importante dei contenuti, e l&#8217;eleganza pi\u00f9 dell&#8217;esattezza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Carlo M. Cipolla, non Carlo Maria, come hanno equivocato in tanti. Ho gi\u00e0 raccontato come nacque quella M., e il pezzo autobiografico che segue fa capire che fu inventata come un espediente per non essere confuso con un omonimo, che aveva approfittato dell\u2019omonimiq.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ecco ora il brano autobiografico:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abFin dal momento del nostro concepimento, la nostra vita \u00e8 praticamente determinata dal Caso. Tuttavia non \u00e8 mia intenzione discutere in questa sede perch\u00e9 mai il Caso abbia fatto s\u00ec che io nascessi a Pavia, o che mi toccassero in sorte occhi azzurri, una costituzione gracile, e cose di questo genere: sono problemi che possono interessare solo me, i miei familiari, e le persone che mi sono legate da vincoli d&#8217;affetto. \u00c9 invece mia intenzione rendere testimonianza del determinante influsso che il Caso ha avuto nel corso degli anni sulla mia attivit\u00e0 accademica e di studio. La prima cosa che devo al Caso \u00e8 l&#8217;essermi dedicato alla Storia economica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando ero uscito dal Liceo, io non avevo la pi\u00f9 pallida idea di cosa fosse questa materia e a dire il vero, non sapevo nemmeno che esistesse. E nonostante ci\u00f2 ero sul punto di esservi introdotto, quasi senza accorgermene, da un eccellente maestro. La cosa si svolse in modo piuttosto curioso. A diciassette anni la mia pi\u00f9 grande ambizione era quella di diventare insegnante di storia e filosofia in un liceo. Pertanto, la cosa pi\u00f9 ragionevole che potessi fare era quella di iscrivermi alla facolt\u00e0 di Lettere e filosofia. Ma, secondo le disposizioni del tempo, a questa facolt\u00e0 si potevano iscrivere solo gli studenti che provenivano dal liceo classico e io venivo dal liceo scientifico. Presso l&#8217;Universit\u00e0 di Pavia esisteva per\u00f2 la facolt\u00e0 di Scienze Politiche, alla quale mi potevo iscrivere e conseguire una laurea che dava adito all&#8217;insegnamento della storia e della filosofia nei licei. Non mi restava quindi che iscrivermi a Scienze politiche. Era il 1940 e il nostro Paese era entrato nella Seconda guerra mondiale, dalla parte sbagliata. Il professore che avrebbe dovuto insegnarmi Storia moderna era un ottimo docente, ma abitava a Napoli. Normalmente il viaggio in treno da Napoli a Pavia non richiedeva meno di quindici ore ma con la guerra era diventato insopportabilmente lungo e insidioso, sia perch\u00e9 i treni erano spesso impiegati per il trasporto di truppe e materiale bellico, sia per la minaccia degli attacchi aerei. Nel giro di due anni questo professore pot\u00e9 impartire a me e ai miei compagni non pi\u00f9 di una dozzina di lezioni. Vi era tuttavia un altro docente, che abitava pi\u00f9 vicino. Il professor Borlandi era professore di Storia economica a Genova e abitava a Pavia. Per arrotondare il suo stipendio, egli aveva chiesto un incarico alla nostra Universit\u00e0 ma ahim\u00e8, l&#8217;Universit\u00e0 di Pavia non aveva una facolt\u00e0 di Economia, e la Storia economica non era compresa nel piano di studi di alcun&#8217;altra facolt\u00e0 pavese. Gli italiani sono esperti nel formulare regolamenti complicati, ma sono ancor pi\u00f9 abili nel saperli aggirare. Il consiglio della facolt\u00e0 di Scienze politiche, dove il professor Borlandi contava degli ottimi amici, non potendo dargli un incarico di Storia economica, lo chiam\u00f2 a tenere un corso di Storia e politica coloniale. Non \u00e8 il caso di aggiungere che un corso del genere, in una facolt\u00e0 del genere nell&#8217;Italia fascista, era compreso nelle discipline fondamentali e io avevo l&#8217;obbligo di frequentarlo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed \u00e8 in questo modo che io incontrai per la prima volta il professor Borlandi. N\u00e9 lui n\u00e9 io nutrivamo un grande interesse per la storia e la politica coloniale dell&#8217;Italia. Lui era uno storico economico con una spiccata propensione per il Medioevo, io volevo diventare insegnante liceale di storia e filosofia. Ma eccoci l\u00ec, messi insieme dal caso, uno far finta di insegnare, e l&#8217;altro a far finta di imparare, la storia e la politica coloniale italiana. Gli studenti che frequentavano le lezioni erano pochi: qualche volta se ne vedevano solamente due o tre. Erano giorni terribili: la maggior parte dei giovani italiani erano sotto le armi, e molti di essi morivano in ogni parte del mondo. Io ero a casa a motivo della mia fragile costituzione fisica e della mia ostinata determinazione a evitare il servizio militare a ogni costo. Cos\u00ec il professore e l&#8217;allievo che frequentava fedelmente le sue lezioni, divennero buoni amici. Il giorno in cui il professor Borlandi mi chiese se avessi voluto intraprendere una ricerca sotto la sua guida, era una splendida giornata di sole, e mi \u00e8 rimasta nella mente come uno dei pi\u00f9 vivi e piacevoli ricordi della mia vita. Mi sugger\u00ec di intraprendere lo studio di un argomento ben definito che richiedesse una ricerca originale negli archivi della nostra citt\u00e0. Faber fit fabricando. Il tema scelto fu la storia della popolazione della citt\u00e0 di Pavia e in questo modo egli mi fece conoscere gli archivi e il piacere di scovare documenti inediti. (&#8230;)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un bel giorno, mentre stavo lavorando all&#8217;archivio civico di Pavia, mi imbattei in un documento cinquecentesco pieno di numeri: conteneva le medie annuali dei corsi dei cambi tra il ducato d&#8217;oro e la lira milanese, dalla fine del Tre all&#8217;inizio del Cinquecento. Rimasi colpito da questo lungo e straordinario elenco di cifre. Tornato a casa tutto eccitato, provai a tracciare un grafico dei dati che avevo raccolto. Il risultato fu una curva molto interessante con una caratteristica successione di periodi di rapida crescita dei tassi di cambio (corrispondenti alla svalutazione della moneta locale), che si alternavano a periodi di relativa, o addirittura di assoluta stabilit\u00e0. (&#8230;) Pochi mesi dopo aver trovato quel documento nell&#8217;archivio di Pavia, scrissi in fretta e furia un articolo sulla svalutazione della moneta lombarda nel Medioevo. Esso venne accolto e pubblicato da una rivista che vantava una gloriosa tradizione legata a personaggi come Pareto e Pantaleoni.<br \/>\nScoprii ben presto che quello rinvenuto nell&#8217;archivio civico di Pavia non era un documento eccezionale n\u00e9 isolato. Se ne potevano trovare di simili per numerose altre zone, e anche dove non se ne trovavano, si potevano ricostruire abbastanza facilmente le serie dei corsi dei cambi sulla base di dati che erano stati raccolti durante il Medioevo e i primi secoli dell&#8217;et\u00e0 moderna per iniziativa sia pubblica sia privata. Queste nuove scoperte mi convinsero ch&#8217;ero stato piuttosto intempestivo a dare alle stampe il mio articolo sulla moneta lombarda. (&#8230;) Mi rivolsi quindi alla redazione della rivista con la preghiera di non pubblicare il mio articolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Passai i mesi successivi in Francia, avendo ottenuto una borsa di studio da quel Governo; ma il mio soggiorno non fu n\u00e9 utile n\u00e9 piacevole. Si viveva male a Parigi nell&#8217;immediato dopoguerra. Caddi presto ammalato, e la malattia divenne disperazione quando scoprii che nell&#8217;ospedale della Cit\u00e9 Universitaire \u00a0era impossibile avere una tazza di t\u00e8 con del latte, per non parlare del limone. Tornai in Italia piuttosto malconcio, ma potei ristabilirmi pian piano e riprendere i miei studi sui movimenti monetari nel tardo Medioevo. Fu allora che mi accorsi con stupore che il mio articolo sulla moneta lombarda era stato pubblicato. E fu questa solo la prima di una serie di sorprese. Quando mi recai a Milano nella redazione della rivista a chiedere una spiegazione, mi fu detto che la mia lettera non era mai stata ricevuta; e mi si fece notare che non solo io avevo corretto le bozze di stampa, ma che avevo per di pi\u00f9 richiesto un considerevole numero di estratti. Tutto ci\u00f2 mi apparve molto misterioso; ma non ci volle molto a scoprire la chiave dell&#8217;arcano. In una sperduta localit\u00e0 del Sud viveva un vecchio signore che si chiamava Carlo Cipolla come me. Negli anni passati, egli aveva pubblicato su quella stessa rivista due o tre recensioni, e in redazione esisteva una scheda a suo nome con il relativo indirizzo. Le bozze del mio articolo vennero quindi inviate erroneamente a lui per la correzione. E questo mio omonimo, anzich\u00e9 rispedire il pacco all&#8217;editore segnalandogli la svista, si diede la pena di correggere con cura le bozze, rimandandole indietro con la richiesta di numerosi estratti. Naturalmente, avrei potuto adottare misure legali nei suoi riguardi; ma in queste cose io sono troppo pigro. E il mio disappunto svan\u00ec del tutto quando mi misi a riflettere sulla felicit\u00e0 che quel tale doveva aver ricavato nel distribuire tutti quegli opuscoli fra gli amici del caff\u00e8 e sulla piazza del paese: che doveva aver fatto mostrando di aver scritto un saggio sulla storia monetaria di una metropoli del Nord. Con che coraggio si poteva rovinargliela?&#8221;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Le rilettura dei due pi\u00f9 noti saggi ironici di Carlo M. 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