{"id":5765279,"date":"2020-06-14T11:59:21","date_gmt":"2020-06-14T09:59:21","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5765279"},"modified":"2020-06-14T11:59:23","modified_gmt":"2020-06-14T09:59:23","slug":"dino-buzzati-la-peste-delle-macchine","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rabatana.it\/?p=5765279","title":{"rendered":"Dino BUZZATI: La peste delle macchine"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"333\" src=\"http:\/\/www.rabatana.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/image-5.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-5765281\" srcset=\"https:\/\/www.rabatana.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/image-5.png 500w, https:\/\/www.rabatana.it\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/image-5-300x200.png 300w\" sizes=\"(max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><figcaption>La peste motoria<br><\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-background has-vivid-red-color has-pale-cyan-blue-background-color\">NELLA PROSA SCORREVOLE DI UN ARTICOLO DI CRONACA \u2013 E BEN PRIMA CHE IL COMPUTER VENISSE A COSTITUIRE UN ELEMENTO FONDAMENTALE DELLE NOSTRE VITE &#8211; DINO BUZZATI INTUISCE CHE NEL MONDO MODERNO L&#8217;EPIDEMIA PUO&#8217; COINVOLGERE, OLTRE ALL&#8217;UOMO, LE SUE MACCHINE PIU&#8217; ELABORATE E PREZIOSE. L&#8217;INCUBO DEL CONTAGIO &#8211; SI PENSI AL VIRUS DEL COMPUTER &#8211; CHE COLPISCA PERSONE UMANE O COLPISCA MACCHINE, NON CAMBIA.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-background has-very-dark-gray-color has-very-light-gray-background-color\">Pu\u00f2 essere interessante, in questo tempo in cui il coronavirus continua a circolare, leggere o rileggere un racconto a suo modo fantascientifico di <strong>Dino Buzzati-Traverso<\/strong>, uno dei pilastri della letteratura italiana del Novecento, autore di quel capolavoro che \u00e8 <em><strong>Il deserto dei Tartari<\/strong><\/em>. Il racconto, intitolato <strong>La peste motoria, p<\/strong>ubblicato per la prima volta nel numero del 9 dicembre 1956 del <em>Corriere della Sera<\/em>, fu quindi ristampato nella raccolta <em>Sessanta racconti <\/em>con cui Buzzati vinse il Premio Strega nel 1958. La <strong>Peste Motoria<\/strong><em> <\/em>\u00e8 la parodia letteraria dei <strong>Promessi Sposi<\/strong>, traendo ispirazione dal capitolo sulla peste per raccontare l\u2019evoluzione della malattia che dopo gli uomini inizi\u00f2 a colpire le automobili.                                                             <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-background has-very-dark-gray-color has-very-light-gray-background-color\">&#8221;  Un mattino di settembre, nel garage Iride di via Mendoza \u2013 per caso ero presente \u2013 entr\u00f2 un\u2019auto grigia di marca esotica e di forma inusitata, con una targa straniera che non si era vista mai. Il padrone, io, il vecchio capo meccanico Celada, mio ottimo amico, e gli altri operai, eravamo tutti di l\u00e0 nell\u2019officina. Ma attraverso una vetrata il grande salone dei posteggi era visibile. Dall\u2019auto scese un signore sui 40, alto, biondo, elegantissimo, un po\u2019 curvo, che si guard\u00f2 intorno preoccupato. Il motore non era stato spento e andava al minimo. Ciononostante, ne veniva un rumore strano, mai udito, un arido stridio, quasi i cilindri macinassero dei sassi. Subito vidi come Celada si sbiancasse in volto. \u201d Madonna santa \u201d mormor\u00f2. \u201d Questa \u00e8 la peste. Come nel Messico. Me la ricordo bene. \u201d Poi corse incontro allo sconosciuto, che era straniero e non capiva una parola d\u2019italiano. Ma al meccanico bastarono le gesticolazioni per spiegarsi, tanto era ansioso che quello se n\u2019andasse. E il forestiero se n\u2019and\u00f2, sempre con quel rumore orrendo. \u201cHai delle gran balle tu \u201d disse il padrone del garage al capomeccanico, come fu rientrato in officina. Li conoscevamo fin troppo bene, per averli uditi cento volte, gli inverosimili racconti di Celada, che da giovane era stato nelle Americhe. L\u2019altro non se la prese. \u201d Vedrete, vedrete \u201d disse. \u201d Per noi tutti sar\u00e0 un affare serio. \u201d<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-background has-very-dark-gray-color has-very-light-gray-background-color\">Questa, che io sappia, fu la prima avvisaglia del flagello, il timido rintocco che prelude al dispiegato scampan\u00eco di morte. Passarono per\u00f2 tre settimane prima che un altro sintomo affiorasse. Era un ambiguo comunicato del Comune: a evitare \u201cabusi e irregolarit\u00e0\u201d, speciali squadre erano state istituite, a cura della polizia stradale e della vigilanza urbana \u2013 era scritto \u2013 per controllare, anche a domicilio e nelle rimesse, l\u2019efficienza degli automezzi pubblici e privati e, nel caso, ordinare il \u201cricovero conservativo\u201d, anche immediato. Era impossibile indovinare, sotto cos\u00ec vaghi termini, il vero scopo; e la gente non ci fece caso. Chi sospett\u00f2 che quei \u201ccontrollori\u201d non fossero altro che <strong>monatti<\/strong>? Ci vollero altri due giorni prima che l\u2019allarme si spargesse. Poi, con rapidit\u00e0 fulminea, la voce, per quanto inverosimile, si diffuse da un capo all\u2019altro della citt\u00e0: era arrivata la peste delle macchine. Sui prodromi e manifestazioni del misterioso male se ne sent\u00ec di ogni colore. Dicevano che l\u2019infezione si rivelasse con una cavernosa risonanza del motore, come per un intoppo di catarro. Poi i giunti si gonfiavano in gibbosit\u00e0 mostruose, le superfici si ricoprivano di incrostazioni gialle e fetide, infine il blocco motore si disfaceva in un intrico sconvolto di assi, bielle ed ingranaggi infranti. In quanto al contagio, si pretendeva che avvenisse attraverso i gas di scarico, perci\u00f2 gli automobilisti evitavano le strade frequentate, il centro divenne pressoch\u00e9 deserto e il silenzio, gi\u00e0 tanto invocato, vi si stabil\u00ec sovrano come un incubo. Oh, festosi clacson, oh tonanti scappamenti dei bei giorni. Anche i garages, per la promiscuit\u00e0 che implicavano, furono nella maggioranza abbandonati. Chi non disponeva di un ricovero privato, preferiva lasciare l\u2019auto nelle localit\u00e0 meno battute come i prati della periferia. E al di l\u00e0 dell\u2019ippodromo il cielo rosseggi\u00f2 dei roghi delle macchine uccise dalla peste e ammucchiate a bruciare in un vasto recinto che il popolo chiamava lazzaretto. Come era fatale, si scatenarono i peggiori eccessi: furti e saccheggi di vetture incustodite; denunce anonime di auto che in realt\u00e0 erano sane ma ad ogni buon conto, nel dubbio, venivano prelevate e date al fuoco; abusi dei monatti incaricati del controllo e dei sequestri; incoscienza delittuosa di chi, pur sapendo la propria macchina impestata, circolava tuttavia, seminando il contagio; auto sospette bruciate ancora vive (se ne udivano, a distanza, le urla atroci). Da principio, per la verit\u00e0, il panico fu maggiore del danno. Si calcola che nel primo mese non pi\u00f9 di 5000 automobili, sulle 200.000 della nostra provincia, soccombessero alla peste. Parve quindi subentrare una tregua; il che fu male perch\u00e9, con l\u2019illusione che il flagello fosse praticamente terminato, una quantit\u00e0 di macchine torn\u00f2 in circolazione, moltiplicando cos\u00ec le occasioni di contagio. Ed ecco il morbo ridestarsi con esacerbata furia. Lo spettacolo di vetture fulminate dalla peste per la via divenne la cosa pi\u00f9 normale. Il soffice rombo del motore all\u2019improvviso si increspava e screpolava, frantumandosi in un rovin\u00eco frenetico di ferro. Qualche sussulto ancora, poi il mezzo si fermava, maceria fumigante e maledetta. Ma pi\u00f9 orribile ancora era l\u2019agonia dei camion, le cui possenti viscere impegnavano una disperata resistenza. Lugubri tonfi e scrosci uscivano allora da quei mostri, finch\u00e9 una sorta di ululato sibilante annunciava l\u2019obbrobriosa fine. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-background has-very-dark-gray-color has-very-light-gray-background-color\">Ero in quel tempo autista di una ricca vedova, la marchesa Rosanna Finamore, che viveva in compagnia di una nipote nell\u2019antico palazzo di famiglia. Io mi ci trovavo molto bene. La paga non si poteva dire principesca, ma in compenso il servizio era pressoch\u00e9 una sinecura: poche uscite di giorno, rarissime alla sera, e la manutenzione della macchina. Si trattava di una grossa <em>Roll-Royce<\/em> nera, gi\u00e0 veterana, ma di aspetto superlativamente aristocratico. Ne ero orgoglioso. Per la via, anche le pi\u00f9 potenti supersport smarrivano l\u2019abituale tracotanza alla comparsa di quel superatissimo sarcofago trasudante sangue blu. Il motore poi, nonostante l\u2019et\u00e0, era un miracolo. Insomma, io le volevo bene pi\u00f9 che se fosse mia. L\u2019epidemia quindi tolse anche a me la pace. Si diceva, \u00e8 vero, che le maggiori cilindrate fossero praticamente immuni. Ma come esserne sicuri? Anche per mio consiglio, la marchesa rinunci\u00f2 a uscire di giorno, quando era pi\u00f9 facile il contagio; e limit\u00f2 l\u2019uso della macchina a rare sortite dopo cena, in occasione di concerti, conferenze o visite. Una notte verso la fine d\u2019ottobre, proprio nel colmo della peste, tornavamo a casa, con la solita <em>Roll-Royce<\/em>; tornavamo da un ridotto di dame solite a scambiare quattro chiacchiere per passare la malinconia di quel tempo. Quand\u2019ecco, proprio mentre si imboccava piazza Bismarck, percepii, nell\u2019armonioso frusc\u00eco del motore, una breve incrinatura, un aspro grattamento che dur\u00f2 una frazione di secondo. Ne chiesi alla marchesa. \u201d Non ho sentito niente, io \u201d mi disse. \u201d Sta\u2019 su di giri, Giovanni, non pensarci, questo vecchio catenaccio non ha paura di nessuno. \u201d <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-background has-very-dark-gray-color has-very-light-gray-background-color\">Tuttavia, prima di arrivare a casa, altre due volte quel sinistro cigol\u00eco, o ingorgo, o sfregamento, non saprei proprio come dire, si ripet\u00e9, riempiendomi l\u2019animo di orgasmo. Rientrato, a lungo rimasi nel piccolo garage a contemplare la nobile macchina, apparentemente addormentata. Finch\u00e9, per certi indicibili gemiti provenienti a tratti dal cofano, bench\u00e9 il motore fosse spento, fui certo del peggio. Che fare? Per avere un consiglio pensai di rivolgermi al vecchio meccanico Celada, che, oltre all\u2019esperienza messicana, pretendeva di conoscere una speciale mistura d\u2019oli minerali capace di prodigiose guarigioni. Bench\u00e9 fosse passata mezzanotte, telefonai al caff\u00e8 dove egli usava fare quasi ogni sera la partita. C\u2019era. \u201d Celada \u201d gli dissi \u201d tu sei sempre stato mio amico. \u201d \u201d Eh, spero bene?\u201d \u201d Siamo sempre andati d\u2019accordo. \u201d \u201d Per grazia di Dio. \u201d \u201d Di te mi posso fidare\u2026? \u201d \u201d Diavolo! \u201d \u201d Vieni, allora. Vorrei che tu vedessi la <em>Roll-Royce<\/em>. \u201d \u201d Vengo subito. \u201d E mi parve, prima che quello mettesse gi\u00f9 la cornetta, di udire un lieve risolino. Restai, seduto su una panca, ad aspettare, mentre dalle profondit\u00e0 del motore uscivano sempre pi\u00f9 frequenti rantoli. Con l\u2019immaginazione contavo i passi del Celada, calcolavo il tempo; fra poco sarebbe stato l\u00ec. E, standomene in orecchi, per sentire se il meccanico arrivava, tutt\u2019a un tratto udii nel cortile uno stropicc\u00eco di piedi, ma non di un uomo solo. Un orrendo sospetto mi pass\u00f2 per la mente. Ed ecco aprirsi l\u2019uscio del garage, presentarsi e venire avanti due sudice tute marrone, due facce scomunicate, due monatti, in una parola: vidi mezza la faccia del Celada che, nascosto dietro un battente, rimaneva l\u00ec a spiare. \u201d Ah, lurida carogna\u2026 Via maledetti! \u201d E cercavo affannosamente un\u2019arma, una chiave inglese, una barra metallica, un bastone. Ma quelli mi erano addosso, fra quelle braccia forzute fui ben presto prigioniero. \u201d Tu, mascalzone \u201d gridavano, con versacci di rabbia insieme e di scherno \u201d rivoltarsi contro i controllori del Comune, contro i pubblici funzionari! contro quelli che lavorano per il bene della citt\u00e0! \u201d E mi legarono alla panca, dopo avermi infilato in una tasca, suprema irrisione, il modulo regolamentare per il \u201cricovero conservativo\u201d. Infine misero in moto la <em>Roll-Royce<\/em> che si allontan\u00f2 con un mugol\u00eco doloroso ma pieno di sovrana dignit\u00e0. Sembrava volesse dirmi addio. Allorch\u00e9, dopo mezz\u2019ora di tremendi sforzi, fui riuscito a liberarmi, senza neppure avvertire dell\u2019accaduto la padrona, mi lanciai nella notte, correndo come un pazzo al lazzaretto, di l\u00e0 dall\u2019ippodromo, sperando di giungere in tempo. Ma proprio mentre io arrivavo, il Celada coi due monatti stava uscendo dal recinto, e fil\u00f2 via come se non mi avesse visto mai, dileguando nel buio. Non riuscii a raggiungerlo, non riuscii a entrare nel campo, non riuscii a ottenere che sospendessero la distruzione della <em>Roll-Royce<\/em>. A lungo restai con un occhio incollato a una fessura della palizzata, vedevo il rogo delle sventurate macchine, sagome scure si contorcevano spasimando tra le vampe. Dov\u2019era la mia? In quell\u2019inferno era impossibile distinguere. Solo per un istante, sopra il muggito selvaggio delle fiamme, credetti di riconoscere la sua cara voce; un urlo altissimo, straziante, che svan\u00ec presto nel nulla. &#8220;&#8221;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La peste motoria <\/p>\n<p class=\"has-text-color has-background has-vivid-red-color has-pale-cyan-blue-background-color\">NELLA PROSA SCORREVOLE DI UN ARTICOLO DI CRONACA \u2013 E BEN PRIMA CHE IL COMPUTER VENISSE A COSTITUIRE UN ELEMENTO FONDAMENTALE DELLE NOSTRE VITE &#8211; DINO BUZZATI INTUISCE CHE NEL MONDO MODERNO L&#8217;EPIDEMIA PUO&#8217; COINVOLGERE, OLTRE ALL&#8217;UOMO, LE SUE MACCHINE PIU&#8217; ELABORATE E PREZIOSE. 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