{"id":5767028,"date":"2021-09-01T15:58:09","date_gmt":"2021-09-01T13:58:09","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5767028"},"modified":"2021-09-02T19:32:37","modified_gmt":"2021-09-02T17:32:37","slug":"angelo-colangelo-medici-e-sanita-nella-montagna-materana-ai-tempi-di-carlo-levi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rabatana.it\/?p=5767028","title":{"rendered":"ANGELO COLANGELO: Medici e sanit\u00e0 nella montagna materana ai tempi di Carlo Levi"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/mlt04sd3mtzm.i.optimole.com\/YTFIgy0-R1b31i6u\/w:640\/h:462\/q:auto\/https:\/\/www.stigliano.net\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/amorosi_prospero_001.jpeg\" alt=\"Medici e sanit\u00e0 nella montagna materana ai tempi di Carlo Levi\" title=\"amorosi_prospero_001\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>Nell\u2019analisi della complessa e triste realt\u00e0 lucana negli anni Trenta del &#8216;900, Carlo Levi mette in risalto, tra le molteplici concause, la drammatica situazione igienico-sanitaria che affliggeva la regione. Nel \u201c<em>Cristo si \u00e8 fermato a Eboli\u201d<\/em> esemplare \u00e8, a tale riguardo, la cruda descrizione della vita di circa ventimila materani, che nei Sassi, in promiscuit\u00e0, abitavano tuguri resi malsani dalla mancanza di luce e di aria.<\/p>\n\n\n\n<p>Il racconto \u00e8 affidato dall&#8217;autore alla sorella Luisa, psichiatra, la quale osserva con grande turbamento quello spaventevole spaccato di vita meridionale durante una breve sosta del viaggio che la porta ad Aliano, per salutare il fratello da poco confinato: \u00abDentro quei buchi neri, dalle pareti di terra, vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento stavano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma ci\u00f2 che pi\u00f9 sgomenta la visitatrice arrivata dal profondo Nord \u00e8 lo spettacolo raccapricciante di una turba innumerevole di bambini segnati vistosamente dalla miseria e dalla malattia. Alcuni appaiono d&#8217;improvviso mentre si rincorrono e sbucano da ogni parte, completamente nudi o solo ricoperti di poveri stracci, nel \u00abcaldo, in mezzo alle mosche, nella polvere\u00bb.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Altri, invece, se ne stavano tranquillamente \u00abseduti sull\u2019uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non le scacciavano neppure con le mani. S\u00ec le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>La veristica descrizione, delineata con grande maestria nel \u201c<em>Cristo<\/em>\u201d, induce a immaginare che i materani dei Sassi vivano in una condizione non meno terrificante di quella dei dannati nei diversi gironi dell\u2019Inferno dantesco. Le pagine leviane sono segnate dalla presenza inquietante di un doloroso pezzo di vita reale, che \u00e8 sintomatica della generale drammatica situazione del Mezzogiorno a 75 anni dall&#8217;Unit\u00e0 d\u2019Italia.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 un caso fortuito che queste pagine molto contribuirono ad accendere e a tenere viva l&#8217;attenzione su Matera e sulla questione meridionale negli anni immediatamente successivi alla conclusione della guerra. E non stupisce il fatto che esse offrirono prima un valido supporto alla richiesta di risanamento e conservazione dei Sassi e poi nel 1993 al loro riconoscimento di patrimonio mondiale dell&#8217;umanit\u00e0 da parte dell&#8217;UNESCO.<\/p>\n\n\n\n<p>Al tempo del confino di Carlo Levi tra le malattie endemiche che pi\u00f9 affliggevano la Lucania deve essere annoverata la malaria. Essa tormentava non pochi paesi lucani e ne erano sostanzialmente immuni solo quelli che, come Stigliano, si trovavano in alta montagna. Lo evidenzia anche una relazione del 1938 stilata dal \u201cCorpo Reale del Genio Civile\u201d di Matera, in cui si attesta la gravit\u00e0 dell\u2019infezione malarica \u00abche di solito colpisce la maggior parte delle campagne della Provincia, ma che di solito lascia immuni i centri abitati ubicati in localit\u00e0 elevate, dove \u00e8 facile l\u2019immediato smaltimento delle acque che non possono ristagnare e, quindi, essere fomite di malaria\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Si sarebbe dovuto combatterla, la malaria, con una bonifica radicale delle zone paludose e con un programma ben strutturato di profilassi. In realt\u00e0, ci si limit\u00f2 a disorganici lavori di piccola bonifica e a irrilevanti misure antianofeliche nei territori di Grassano, Tricarico, Stigliano e del villaggio agricolo di Venusio. Per il comune di Aliano, ad esempio, nel 1936 fu stanziata una somma di 135.000 lire per \u201cl\u2019ingaggio di 10 profilassatrici, 5 disinfestori e un sorvegliante\u201d e per qualche altro intervento poco incisivo. Ci si affidava, per il resto, alla somministrazione del chinino e \u2026 alla buona sorte!<\/p>\n\n\n\n<p>A conferma di quanto fosse grave ma attendibile la denuncia fatta da Levi nel \u201cCristo\u201d sulle disastrose condizioni sanitarie della Lucania si possono indicare due particolari emblematicamente significativi: il primo \u00e8 costituito dal fatto che ancora dieci anni dopo il suo arrivo in tutta la regione persisteva un tasso molto elevato di mortalit\u00e0 infantile; l&#8217;altro \u00e8 che negli stessi anni Matera poteva contare su un piccolo ospedale, che era dotato di appena 130 posti letti e, perci\u00f2, era certamente inadeguato a servire la popolazione dell&#8217;intera provincia.<\/p>\n\n\n\n<p>A conferma della dimensione polimorfica del famoso libro \u201c<em>Cristo si \u00e8 fermato a Eboli<\/em>\u201d, sempre oscillante fra saggio, romanzo e diario, \u00e8 bene ricordare anche che, per rimarcare le tragiche condizioni della sanit\u00e0 lucana, Carlo Levi aggiunge nel suo sconvolgente quadro due note di colore molto suggestive sul piano letterario e folclorico, ma del tutto prive di fondamento reale. Oltre ad affermare che nelle due farmacie di Matera si ignorava addirittura l&#8217;esistenza dello stetoscopio, sottolinea con feroce sarcasmo la totale incompetenza dei dottori Giuseppe Milillo e Concetto Gibilisco.<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo aveva 65 anni, quando Levi arriv\u00f2 ad Aliano, ma viene descritto come un vecchio cadente: balbettante e con le mani tremanti, con \u00able guance cascanti e gli occhi lagrimosi\u00bb, \u00abcompletamente rimbecillito\u00bb. Il secondo, che di anni ne aveva 60, \u00e8 presentato come \u00abun uomo anziano, grosso, panciuto, impettito, con una barba grigia a punta e dei baffi che piovono su una bocca larghissima, piena zeppa di denti gialli e irregolari\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Entrambi non erano dei luminari, n\u00e9 mai pretesero di esserlo, ma nemmeno possono essere considerati degli ignoranti inaffidabili e pericolosi. Erano, in effetti, due onesti professionisti e due persone dabbene. Questo \u00e8 certo, anche se Levi preferisce offrirne una descrizione del tutto caricaturale, ricorrendo a toni fortemente grotteschi. Tant&#8217;\u00e8 che agli stessi contadini, che sarebbero stati le presunte vittime innocenti della loro incompetenza e della loro avidit\u00e0 di guadagno, fa asserire, senza giri di parole, che i due dottori di Aliano erano \u00abmedicaciucci, non medici cristiani\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Il fatto pi\u00f9 grave e che pi\u00f9 lascia perplessi, per\u00f2, \u00e8 che, sempre a dire di Levi, del tutto simili ai due medici di Aliano, al secolo Giuseppe Mele e Eduardo Scardaccione, era la maggior parte dei medici lucani, fatte salve pochissime eccezioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel \u201c<em>Cristo<\/em>\u201d, in effetti, solo di due medici vengono riconosciute ed esaltate le non comuni doti professionali. Uno \u00e8 indicato con lo pseudonimo di Zagarella, l&#8217;altro con il suo vero nome. Del primo si afferma che era \u201cun medico serio e colto\u201d, oltre che mite e benevolo podest\u00e0 di Grassano, perci\u00f2 del tutto diverso da don Luigino, il suo borioso e ipocrita collega di Aliano. Del secondo, il dottor Garaguso, si riconoscono e si apprezzano la grande competenza e il forte impegno nella lotta antimalarica.<\/p>\n\n\n\n<p>In effetti, il dottor Zagarella, il cui vero nome \u00e8 Carlo Mazzarella, era un valente medico analista e per i suoi notevoli meriti professionali, pi\u00f9 che per la sua fede fascista, fu nominato cavaliere nel 1936, pochi mesi dopo che lo scrittore torinese aveva lasciato il confino.<\/p>\n\n\n\n<p>Mario Garaguso, anch&#8217;egli grassanese, si era a sua volta segnalato per alcuni studi, che aveva condotto nel campo delle malattie endemiche sulle orme di Arcangelo Ilvento, un luminare suo concittadino nato nel 1877. Quest\u2019ultimo, infatti, come libero docente di Igiene Pubblica all&#8217;Universit\u00e0 di Palermo, gi\u00e0 nel 1908 aveva organizzato e tenuto importanti corsi di lezione sulla preparazione di disinfettatori per le epidemie coleriche.<\/p>\n\n\n\n<p>Al contrario di quanto sostiene Levi, spinto forse dal bisogno di rendere pi\u00f9 forte la sua denuncia politica o magari anche da ragioni letterarie, i due eccellenti medici grassanesi non erano delle mosche bianche in terra di Lucania. Non solo a Grassano, infatti, ma in molti piccoli paesi lucani in epoca fascista operarono molti valenti medici, che erano apprezzati anche fuori dai confini regionali. Si pu\u00f2 ricordare, ad esempio, che, proprio negli anni in cui Carlo Levi si trovava confinato ad Aliano, nella vicina Stigliano, un importante comune di oltre ottomila abitanti pi\u00f9 volte citato nel libro, operavano molti bravi medici, fra i quali spiccavano figure di altissimo livello quali Mario Salomone e Prospero Amorosi.<\/p>\n\n\n\n<p>Mario Salomone era nato a Paternopoli, in provincia di Avellino, il 12 agosto 1898, da Giuseppe, medico stiglianese, e da Luigia De Renzi, originaria di Alessandria. Finita la prima guerra mondiale, cui aveva partecipato meritando una medaglia di bronzo, il giovane Mario riprendeva gli studi e nel 1923 si laureava in medicina a Napoli. Dopo aver conseguito varie specializzazioni, torn\u00f2 a Stigliano, dove entr\u00f2 a far parte di un gruppo di lavoro che comprendeva, oltre a suo padre Giuseppe, il cugino Francesco Salomone e il professore Prospero Amorosi.<\/p>\n\n\n\n<p>Non potendo accettare che alla sua regione toccasse \u00abil triste privilegio di tenere in Italia il primo posto per gli ammalati di carbonchio\u00bb, s&#8217;impegn\u00f2 in un&#8217;intensa e feconda attivit\u00e0 di ricerca in collaborazione con l&#8217;Istituto Sieroterapico di Milano. I suoi studi sul carbonchio, sulla meningite e sul \u201cTrattamento della pustola maligna nei suoi vari stadi\u201d, pubblicati su alcune autorevoli riviste scientifiche, gli valsero importanti riconoscimenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Mario Salomone mor\u00ec a Stigliano a soli 52 anni per un male contratto nel 1944, quando, impegnato come capitano medico negli ospedali da campo in Libia, era stato fatto prigioniero durante la seconda guerra mondiale. Se lo diagnostic\u00f2 tempestivamente egli stesso. Non solo. Appena fu consapevole che l\u2019ora suprema si avvicinava, realizz\u00f2 un disegno della sua bara e provvide a consegnarlo personalmente al falegname Oronzio Capalbi, ordinandone la realizzazione subito dopo la sua morte.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo curioso e incredibile particolare fu reso di pubblico dominio da Francesco Campobasso, anch&#8217;egli medico e gi\u00e0 podest\u00e0 di Stigliano dal 1929 per circa un decennio, il quale chiuse la sua commossa orazione funebre dicendo: \u201cCaro Mario, giace ora il tuo corpo racchiuso nel legno che tu stesso ordinasti e vai nell\u2019eterna dimora. La prigionia ti ha abbattuto ed \u00e8 stato quel terribile e inesorabile male che ti ha portato alla tomba\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Sulla bara del grande medico, prima che la salma fosse tumulata nella cappella di famiglia, per iniziativa di alcuni pazienti, che vollero manifestargli un segno di sincera gratitudine, e con il consenso dei familiari del defunto, fu fissata una mano di bronzo, quasi a voler simboleggiare la valentia di un chirurgo che con le sue mani prodigiose aveva per molti anni beneficato, curandoli con sollecitudine e competenza, un grande numero di stiglianesi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il professore Prospero Amorosi, a sua volta, era nato a Stigliano il 1\u00b0 aprile 1884. Negli anni precedenti il primo conflitto mondiale, che lo vide operativo in diversi ospedali militari, inizi\u00f2 la sua attivit\u00e0 medica nella Divisione delle Malattie Contagiose di Verona e, poi, nel reparto di Chirurgia Operatoria di Venezia, dove, fino al 1919, si occup\u00f2 di interventi di tracheotomia e intubazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Negli anni successivi comp\u00ec studi importanti sull&#8217;etiologia del gozzo, che si riscontrava con particolare frequenza a Noepoli, Cersosimo, Terranova di Pollino, San Paolo Albanese, Corleto Perticara, Pietrapertosa e, nella provincia di Matera, a Cirigliano, Gorgoglione, Stigliano e Tricarico.<\/p>\n\n\n\n<p>Sarebbe stata una malattia molto diffusa ancora per lungo tempo, come dimostrano gli studi successivi di Guido Hermitte Barbieri, un altro brillante chirurgo proveniente dalla prestigiosa scuola romana del professor Pietro Valdoni, che, arrivato giovanissimo a Tricarico nel 1952, rimase poi legato alla Lucania-Basilicata per tutta la vita, svolgendo per intero la sua splendida carriera professionale negli ospedali di Matera e di Potenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Tornando a Prospero Amorosi, va ricordato che il suo lungo e significativo percorso medico si snod\u00f2 perlopi\u00f9 tra gli ospedali e le Universit\u00e0 di Palermo e di Bari, dove fu docente di Chirurgia e di Medicina Operatoria. Significativo fu comunque il suo operato nelle cliniche private di Taranto e Stigliano, che \u00e8 documentato in maniera dettagliata in tre corpose pubblicazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Tralasciando gli aspetti pi\u00f9 eclatanti della sua luminosa carriera, che si protrasse fino alla morte, avvenuta a Taranto il 7 dicembre 1942, merita di essere segnalato un particolare, che pu\u00f2 essere utile a smentire alcune affermazioni fatte da Carlo Levi nel suo celeberrimo libro. A conferma del buon livello della classe medica lucana a Stigliano e in molti altri paesi lucani Amorosi spesso si avvaleva della competente collaborazione di molti medici locali.<\/p>\n\n\n\n<p>In tal modo, annota egli stesso in un resoconto della sua intensa attivit\u00e0 chirurgica in tanti paesi lucani, \u00abriuscii a effettuare 170 interventi personali di alta e media chirurgia, praticati a domicilio degli infermi in paesi privi di ospedali o altri luoghi di cura. Paesi in cui ogni volta ho dovuto io personalmente preparare la stanza operatoria, vigilare direttamente l\u2019ebollizione dei panni, delle garze, del cotone, degli strumenti e del materiale di sutura&#8230;\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Non si pu\u00f2, infine, non ricordare, seppure <em>en passant<\/em>, la figura eccezionale del medico tricaricese Rocco Mazzarone, che si laureava a Napoli nel 1936, proprio nello stesso anno in cui Carlo Levi si trovava ad Aliano come confinato politico. Mazzarone, in verit\u00e0, avrebbe dato il meglio di s\u00e9 come medico e come intellettuale eclettico solo a partire dalla conclusione della guerra. In molte iniziative cooper\u00f2 con lo stesso scrittore e artista torinese, di cui era diventato amico dopo averlo incontrato a Tricarico nel 1946, in occasione della campagna elettorale per l&#8217;Assemblea Costituente.<\/p>\n\n\n\n<p>Rientrato dall&#8217;Egitto, dove era stato prigioniero degli inglesi, Mazzarone non esit\u00f2 a rinunciare alla possibilit\u00e0 di una gratificante carriera accademica, preferendo adoprarsi per il riscatto sociale e civile della sua terra. Realizz\u00f2, allora, significative indagini sulle condizioni igieniche sanitarie lucane, affrontando in particolare i drammatici fenomeni della mortalit\u00e0 infantile e della malaria e condusse nella regione molte e importanti campagne epidemiologiche. In particolare, si dedic\u00f2 con competenza e solerzia a contrastare la diffusione della tubercolosi, dirigendo per molti anni il Dispensario Antitubercolare Provinciale di Matera. Sempre nella sua attivit\u00e0 di medico mostr\u00f2 uno zelo e uno spirito missionari, perch\u00e9, come amava sottolineare, si proponeva di curare i malati e non le malattie.<\/p>\n\n\n\n<p>La limitata e lacunosa rassegna di eccellenti medici, che operarono in Lucania nella prima met\u00e0 del secolo passato, non vuole n\u00e9 ridimensionare, n\u00e9 tanto meno negare la grave emergenza sanitaria denunciata da Levi.<\/p>\n\n\n\n<p>Divagando, anzi, si sarebbe tentati di dire, neppure tanto &nbsp;paradossalmente, che, considerata la penosa condizione in cui oggi versa la Sanit\u00e0 nella Lucania-Basilicata soprattutto a causa dell\u2019irresponsabile politica adottata a livello regionale da moli anni a questa parte, forse si stava meglio quando si stava peggio. Ma al riguardo il discorso \u00e8 troppo serio e complesso per rinchiuderlo ed esaurirlo in una semplice boutade.<\/p>\n\n\n\n<p>Piuttosto, ai fini di una pi\u00f9 completa e corretta informazione \u00e8 doveroso precisare che il problema della malasanit\u00e0 ai tempi del confino di Carlo Levi non riguardava esclusivamente la Lucania e il Mezzogiorno. Del tutto simile, per la sua gravit\u00e0, era la situazione sanitaria nel centro e nel nord dell&#8217;Italia, in Piemonte e nel Veneto, nelle campagne dell&#8217;Appennino tosco-emiliano e della pianura padana. Come ben documenta, peraltro, una copiosa letteratura prodotta da molti e importanti scrittori del Novecento.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nell\u2019analisi della complessa e triste realt\u00e0 lucana negli anni Trenta del &#8216;900, Carlo Levi mette in risalto, tra le molteplici concause, la drammatica situazione igienico-sanitaria che affliggeva la regione. 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