{"id":5767172,"date":"2021-10-15T11:47:35","date_gmt":"2021-10-15T09:47:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5767172"},"modified":"2021-10-15T11:47:37","modified_gmt":"2021-10-15T09:47:37","slug":"le-voci-perdute-dei-meridionali-a-milano-col-permesso-di-andrea-di-consoli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rabatana.it\/?p=5767172","title":{"rendered":"LE VOCI PERDUTE DEI MERIDIONALI A MILANO (col permesso di Andrea Di Consoli)"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"648\" height=\"492\" src=\"http:\/\/www.rabatana.it\/wp-content\/uploads\/2021\/10\/torino-amara-7-kBUC-U3060759287462IGB-656x492@Corriere-Web-Torino.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5767173\" srcset=\"https:\/\/www.rabatana.it\/wp-content\/uploads\/2021\/10\/torino-amara-7-kBUC-U3060759287462IGB-656x492@Corriere-Web-Torino.jpg 648w, https:\/\/www.rabatana.it\/wp-content\/uploads\/2021\/10\/torino-amara-7-kBUC-U3060759287462IGB-656x492@Corriere-Web-Torino-300x228.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 648px) 100vw, 648px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Con la lettera lucana di oggi, Le voci perdute dei meridionali a Milano, Andrea Di Consoli immagina malinconicamente la stazione di Milano in un giorno del 1950 e l\u2019arrivo di emigranti meridionali. Non poteva immaginare che avrebbe suscitato in me il ricordo del mio arrivo a Milano, in quella stazione, l\u2019anno prima nel 1949. Avevo raccontato quell\u2019arrivo, eravamo due ragazzi di Tricarico, io e Amedeo, detto Benito Lauria. Il racconto \u00e8 molto lungo, mi \u00e8 piaciuto rileggerlo e questo, unitamente alla malinconia di Andrea, sono motivi sufficienti per ripeterlo. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Questo \u00e8 il racconto, che ho gi\u00e0 anticipato in un precedente commento in cui mi sono reso unico protagonista, di come io e Benito Lauria, con la nostra bella maturit\u00e0 classica appena conseguita, partiti alla conquista del mondo, non sapevamo fare una telefonata.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Io e Benito siamo stati due fratelli siamesi: imbranati antidiluviani, zuppa e pan bagnato. Ci chiamavano i santi medici. Io, per il vero, ero un po\u2019 meno imbranato: sapevo andare in bicicletta, Benito no, lo portavo in canna; giocavo al pallone, mi sono esibito come bravo portiere su vari campi, e Benito non ha mai dato un calcio a un pallone. Per il resto  ECG piatto. Ma assicuro che anche il pi\u00f9 <em>spicchio <\/em>della compagnia, con la telefonata, non se la sarebbe cavata meglio di noi.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dunque, conseguita la maturit\u00e0, partimmo alla conquista del mondo, puntando su Milano. Non era la prima volta che tutt\u2019e due uscivamo dai confini della Lucania. Li avevamo varcati per frequentare le prime due classi della scuola media. Benito le aveva frequentate a Livorno in un convitto per i figli bravi di postelegrafonici; io a Napoli. Le sorti della guerra ci costrinsero a tornare a Tricarico, dove ci preparammo privatamente per l\u2019esame di terza media. Quindi, le prime due classi del ginnasio le frequentammo a Potenza, compagni di banco. Benito prendeva 8 in ginnastica, perch\u00e9 il preside si chiamava Lauria. Al liceo ci separammo, io lasciai Potenza, diciamo per motivi familiari.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Andare a Milano non era come andare a Napoli o a Livorno. Decidemmo di dividere il viaggio in alcune tappe: Amalfi, Napoli e Roma, prima del grande salto. Uno dei motivi della decisione fu quello di salutare gli amici, quasi che stessimo emigrando per le lontane Americhe. Cosa che l\u2019aspetto del nostro bagaglio rendeva verosimile.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; A Milano giungemmo con un giorno di anticipo. Il direttore dell\u2019Istituto, l\u2019Agostinianum dell\u2019universit\u00e0 cattolica, ci fece osservare, senza calcare troppo la mano, che il nostro arrivo anticipato creava qualche problema: \u2013 Eh! Ma noi veniamo dalla Basilicata \u2013 ci giustificammo, come a dire che, a tanta distanza, non sarebbe stato facile calcolare con precisione il momento dell\u2019arrivo. Insomma, meglio in anticipo e che in ritardo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013 Basilicata? \u2013 disse con marcato accento milanese una ragazza venuta a informarsi di noi \u2013 Non so, che cos\u2019\u00e8? Non l\u2019ho mai sentita nominate! \u2013 Benito si infuri\u00f2 e strapazz\u00f2 con gli occhi fuori dalle orbite la saccente milanesina <em>emunctae naris<\/em> direbbe Orazio (Satire, 1,4,8), <em>cu mucc a lu nas, <\/em>volgarizziamo ancora meglio noi eredi del grande venosino.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Eravamo giunti nel primo pomeriggio, dopo l\u2019ora di pranzo. Il direttore ci chiese se avessimo mangiato e, avuta la scontata risposta negativa, dispiaciuto, ci disse che avremmo dovuto aspettare l\u2019ora di cena, perch\u00e9 la cucina era chiusa. \u2013 Non importa, da mangiare ne abbiamo noi \u2013. Ci accompagn\u00f2 al refettorio, si sedette al tavolo con noi e, con gli occhi sgranati e la faccia incredula e divertita, ci vide cavar fuori dalla valigia quanto restava delle nostre provviste di <em>ruccolo <\/em>e frittata<em>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il giorno dopo, puntuali, giunsero gli altri. A pranzo sedemmo a un tavolo con un giovane sacerdote cinese e tre ragazzi. Con questi avevamo scelto lo stesso tavolo data la comune provenienza dal profondo sud. Il sacerdote cinese, in Italia da un paio di settimane, pretese di correggere il mio italiano. Io avevo detto: \u2013 Le citt\u00e0 italiane \u2013 e lui, per l\u2019appunto, mi corresse: \u2013 Si dice le citt\u00e9. La citt\u00e0, le citt\u00e9 -. Senza successo tentai di spiegare, i miei compagni di tavolo, che se la ridevano, non mi dettero una mano.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dato tempo al tempo, questi compagni di tavola erano destinati a far parte di futuri governi, uno, di un futuro governo, sarebbe diventato presidente del consiglio. Si chiamavano: Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco e Riccardo Misasi. Con nomi cos\u00ec, c\u2019\u00e8 da raccontare, ma qui racconto altro e di questo fuori tema dir\u00f2 qualcosa in fondo e separatamente.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La prima tappa del nostro viaggio fu Amalfi. Ci andammo per dare l\u2019addio al sole e al mare del Sud. E Benito non conosceva la gemma della divina costiera. Una mia compagna di liceo e cara amica ci invit\u00f2 a prendere un te nella sua bella casa, che separa le due piazze amalfitane, la piazza del mare e la piazza della Cattedrale. Aveva invitato anche altre tre o quattro ragazze ex compagne di scuola. In una stanza con vista sul monumento a Flavio Gioia e sul golfo di Salerno aveva apparecchiato elegantemente una tavola con una bella tovaglia ricamata e una parata ben ordinata e di grande effetto di piattini e tazze, teiere, bricchi di latte, fettine di limoni, gianduia a forma di formaggini e tovaglioli,. Tutta roba fine, di classe. Era anche questa una prima volta, la prima volta del te, e di un te elegante. Ma siccome la bagatella tratter\u00e0 della prima telefonata, mi limito a raccontare che ce la cavammo non male, con umorismo. In fondo si trattava solo di capire se il te si beve solo col latte o col limone, o con tutt\u2019e due. Non lo capimmo.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Seconda tappa: Napoli. Niente di che, naturalmente. C\u2019erano tanti amici, li salutammo tutti. Andammo a cinema, dove si esib\u00ec in concerto Sergio Bruni, che mand\u00f2 in delirio il pubblico. Urla fischi rumori assordanti di piedi battuti sul pavimento c contro qualsiasi cosa facesse rumore, sembrava che la sala potesse crollare da un momento all\u2019altro. Pensai che il pubblico contestasse il cantante, non potevano avere altra spiegazione i fischi e la gazzarra mai uditi e mai vista, invece esprimevano entusiasmo al massimo grado. Fischiare per applaudire era l\u2019ultima novit\u00e0 importata dall\u2019America.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ultima tappa prima di affrontare la lunga traversata dello stivale: Roma. Qui successe il fatto. Partimmo da Napoli ad ora tarda, dopo la mezzanotte, e viaggiammo tutta la notte. Napoli-Roma di quei tempi, con treni a trazione a vapore, e con la terza classe, che dopo un\u2019ora ti aveva spezzata la schiena, era un\u2019altra cosa! A Roma c\u2019erano Gino, fratello di Benito, e Giovanni De Maria, che avevano affittato una camera in comune in una pensione. Avevamo il loro numero di telefono e ci accingemmo ad avvertirli del nostro arrivo.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Matteo Renzi, quando era presidente del consiglio, accus\u00f2 il segretario della CGIL Susanno Camusso che una sua proposta era come pretendere di mettere un gettone nell\u2019IPhone. Per noi il compito si rivel\u00f2 pi\u00f9 difficile. La mansione tocc\u00f2 di diritto a Benito, figlio di don Michele <em>La Posta<\/em>, che era responsabile anche della gestione del servizio telefonico. Se non lui, chi? Benito si avvicina a un telefono a gettoni, una cassetta di non modeste dimensioni, collocata al di sopra del livello delle nostre spalle. Si pianta davanti, riflette, scruta, finalmente prende una moneta e tenta di infilarla nell\u2019 apposita scanalatura, la moneta \u00e8 troppo grande o troppo piccola, non scende. Benito ritenta. L\u2019infernale macchinetta non ne voleva sapere. Ci consultammo e decidemmo che nessuna moneta poteva calare, perch\u00e9 un congegno posto nella scanalatura le bloccava. Ci consultiamo ancora, ci guardiamo attorno, vediamo come facevano quelli che a telefonare ci sapevano fare. Riusciamo a capire che non servivano soldi, ma che il telefono funzionava a gettoni. Trovati i gettoni e comperatone uno, torniamo al telefono. Benito aveva perso il diritto, eravamo alla pari e ci provai io. Patatrac: infilo il gettone, porto il microfono all\u2019orecchio e premo il bottoncino che bloccava il gettone. Il gettone scende ed \u00e8 perso. Avevo sbagliato anch\u2019io. Benito mi scosta per sostituirsi a me, io scosto lui, perch\u00e9 credevo di aver capito come fare. Ci scostiamo vicendevolmente a spallate, mettendo in scena una gag che avrebbe fatta invidia a Tot\u00f2 e a Peppino De Filippo. Un signore, osservata la scena, si avvicina, ci chiede il numero al quale dovevamo telefonare, mette il gettone, fa scorrere la rotellina dei numeri, aspetta un poco, preme un pulsantino \u2013 sentiamo il tonfo del gettone \u2013 e ci passa il microfono \u2013 a Benito o a me, non ricordo \u2013 : \u2013 Ecco, parli -! Parlammo tutt\u2019e due. Perbacco!<\/p>\n\n\n\n<p><strong>E ora qualcosa sui tre compagni di tavola.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>De Mita aveva ventuno anni, due pi\u00f9 di noi. Ci sarebbe da raccontare, e tornerebbe a suo onore, perch\u00e9 iniziasse l\u2019universit\u00e0 in ritardo. Era molto alto, magro come un chiodo e aveva capelli che sembravano poggiati provvisoriamente sul cranio, sul punto di volar via. Un colpo di tosse, un refolo di vento, un niente. Benito, che \u00e8 stato suo compagno di corso, e non era un presuntuoso ma difficilmente era disposto a riconoscere che un altro fosse pi\u00f9 bravo di lui, mi diceva che De Mita era il pi\u00f9 capace dell\u2019Agostinianum e della facolt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Quando Benito fu eletto sindaco, e io ero segretario della sezione D.C., invitammo De Mita a tenere un comizio per la campagna elettorale. Era ben noto nella ristretta cerchia delle giovani teste d\u2019uovo della sinistra di Base della D.C. e tra gli amici, ma per il resto era del tutto sconosciuto, mancavano sei anni alla sua prima elezione a deputato. Quando andai in caserma, secondo le disposizioni di pubblica sicurezza del tempo, ad annunciare il comizio e a chiedere l\u2019autorizzazione per l\u2019uso della piazza, il maresciallo mi disse: \u2013 Ma voi potete chiamare a fare comizi ministri e le pi\u00f9 illustri personalit\u00e0 della politica, e invitate uno che si chiama Ciri\u00e0aaaco! \u2013<\/p>\n\n\n\n<p>Gli aveva telefonato Benito, gli avevo telefonato io, a tutt\u2019e due assicur\u00f2 che sarebbe venuto, ma non si fece vedere, senza darci nessun preavviso. Da un balcone in piazza annunciavo a gran voce il comizio del dott. Ciriaco De Mita, fidando nel suo miracoloso arrivo da un momento all\u2019altro. Non so come ce la cavammo.<\/p>\n\n\n\n<p>De Mita \u00e8 stato una delle menti pi\u00f9 brillanti della politica italiana e ha avuto intuizioni geniali per dare una svolta a un declino della politica, che si \u00e8 rivelato inarrestabile. La sua pronuncia, delizia degli imitatori, \u00e8 stata riabilitata dal linguista Tullio De Mauro, che nel libro di ricordi \u00abParole di giorni lontani\u00bb (Il Mulino) racconta al Corriere del Mezzogiorno: \u00abI ben parlanti, come mio padre e De Mita dicono certe parole come nazione o pozione o paziente con una pronunzia che impressiona gli incompetenti e viene confusa con le sonorizzazioni indebite in cui possono cadere i napoletani\u00bb. Sul suo linguaggio politico \u00e8 stata presentata una tesi di laurea che ha meritato un 110 e lode.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo averlo lodato a dritta e a manca, come sentivo il dovere di fare, devo amaramente concludere che a un certo momento il suo cervello si \u00e8 ingrippato e ha smesso di ragionare di politica, come nessun altro aveva saputo ragionare prima. Non ha capito quando la musica era finita e l\u2019orchestra si era ritirata. E\u2019 voluto rimanere caparbiamente sul podio a costo di ricorrere a logiche clientelari e familistiche, che hanno appannato il suo glorioso passato e, a 93 anni, \u00e8 ancora pateticamente l\u00ec, sindaco del suo comune irpino suffragato con l\u201980 per cento dei voti, ma bersaglio di frizzi e lazzi di squallidi guitti dei media e della politica.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Bianco, nonostante che la politica l\u2019abbia intensamente impegnato, \u00e8 stato uno studioso, un latinista prestato alla politica. Ha visto prima d\u2019ogni altro la parabola dell\u2019Ulivo e i successivi tragici errori degli eredi della balena bianca.<\/p>\n\n\n\n<p>Aveva grande amicizia e considerazione di Benito. Quando era segretario del PPI venne a Ferrara. Con lui parlammo anche di Benito (Amedeo lo chiamava lui, col suo nome anagrafico). Tra l\u2019altro, Bianco mi disse che \u201cAmedeo\u201d era capo della segreteria politica di Francesco D\u2019Onofrio, in quel periodo ministro della pubblica istruzione. \u2013 Che??? \u2013 chiesi meravigliato \u2013 Benito ha fatto il salto a destra? \u2013 Mi rispose: \u2013 Ma come puoi pensare questo? \u201cAmedeo\u201d \u00e8 la coerenza fatta persona -.<\/p>\n\n\n\n<p>Considerato grande meridionalista, \u00e8 presidente dell\u2019A.N.I.M.I. \u2013 Associazione Nazionale degli Interessi del Mezzogiorno d\u2019Italia, Bianco \u00e8 andato a ricoprire un ruolo che nel corso degli anni hanno ricoperto personaggi illustri come Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Umberto Zanotti Bianco e Manlio Rossi-Doria.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Misasi era il pi\u00f9 giovane e mostrava una invincibile idiosincrasia non dico per ogni forma di ginnastica o di cura dimagrante, bens\u00ec per ogni minimo movimento che giudicasse inutile. A diciassette anni aveva preso la maturit\u00e0 con la media del 10. Come cavolo aveva fatto? Era il pi\u00f9 giovane ed \u00e8 morto ben ventuno anni fa. Percorreva una carriera precoce e brillante visse un calvario segnato di calunnie e d\u2019ingratitudine, un percorso doloroso di cui fu sancita l\u2019ingiustizia. Di lui lascio il ricordo di un libro pubblicato nel 1998 sulla storia del comune d\u2019Orvieto (lui calabrese) dal titolo \u201cStoria di un libero comune. Dall\u2019esperienza antica di Orvieto provocazioni e pensieri per oggi\u201d (Rubettino editore). Un bel libro ben informato e scritto e intelligentemente ragionato, dove c\u2019\u00e8 la zampata di un ragazzo che a diciassette anni supera l\u2019esame di maturit\u00e0 con la media del 10.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Con la lettera lucana di oggi, Le voci perdute dei meridionali a Milano, Andrea Di Consoli immagina malinconicamente la stazione di Milano in un giorno del 1950 e l\u2019arrivo di emigranti meridionali. Non poteva immaginare che avrebbe suscitato in me il ricordo del mio arrivo a Milano, in quella stazione, l\u2019anno prima nel 1949. 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