{"id":5767236,"date":"2021-10-29T18:02:58","date_gmt":"2021-10-29T16:02:58","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rabatana.it\/?p=5767236"},"modified":"2021-10-29T18:05:12","modified_gmt":"2021-10-29T16:05:12","slug":"i-nostri-cugini-marocchini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rabatana.it\/?p=5767236","title":{"rendered":"I NOSTRI CUGINI MAROCCHINI"},"content":{"rendered":"\n<p>La lettera lucana di oggi di Andrea De Consoli mi ha sorpreso. Non&nbsp; avrei mai immaginato che chiamassimo <em>cugini <\/em>i marocchini, segno, dice giustamente Di Consoli, di grande calore e di solidariet\u00e0 umana e mi ha fatto ricordare quanta inimicizia ci fosse ai miei tempi tra i nostri paesi e tra i rioni di ciascun paese. Non solo. Di questa inimicizia \u2013 odio, direi piuttosto \u2013 ho rilasciato diverse testimonianze sul mio blog, che mi hanno messo in difficolt\u00e0 nella scelta.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse perch\u00e9 \u00e8 un caso divertente e semplice e in un qualche modo allude al cattivo rapporto tra i vari rioni di Tricarico \u2013 tra la Piazza e la Saracena \u2013 ho scelto un racconto di Rocco Scotellaro, Salvatore. Per ora, forse torner\u00f2 con altri casi. Qualcuno incredibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Salvatore \u00e8 un compagno di Rocco. Pi\u00f9 grande di Rocco non necessariamente di et\u00e0 \u2013 erano tutti pi\u00f9 grandi di statura e di muscoli i compagni di Rocco, che dei compagni pi\u00f9 grandi e grossi era capo indiscusso. Non sapeva fare a botte \u2013 scrive Rocco in questo stesso racconto \u2013 ma era specialista dei lucchetti e delle serrature. E sembra darcene la prova quando, raccontando che si sent\u00ec sicuro toccando il catenaccio della porta di una cantina, si tolse la cinghia e cominci\u00f2 a manovrare con l\u2019ardiglione nella tacca del catenaccio, adoperando un vocabolo, ardiglione appunto, d\u2019incerto etimo greco o provenzale sconosciuto al linguaggio corrente, per dire che adoper\u00f2 il ferruzzo appuntato nella fibbia della cinghia.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo racconto, al contrario, non \u00e8 Rocco ma Salvatore che sembra condurre il gioco \u2013 un gioco da bulli, un\u2019incursione nella Saracena, dove Salvatore si doveva appostare, e Rocco doveva coprirlo, per toccare una ragazza che aveva gi\u00e0 le menne. Rocco non era un bullo, egli era il capitano che guidava i giochi di strada dei ragazzi del vicinato, il pi\u00f9 bravo a sganciare da una spirale di ferro una farfalla ritagliata da un pezzo di latta, che andava a colpire una rondine, ferendola o uccidendola (si legga la poesia <em>Storiella del vicinato<\/em>). Qui si fa coinvolgere da Salvatore in una comica avventura da puttaniere in erba e in una sfida &nbsp;in terra nemica, con un ruolo subalterno, dove gli tocca di stare a guardare.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201c Eravamo stranieri, io e Salvatore, nella Saracena \u2013 racconta -, perci\u00f2 ci&nbsp; chiamarono dietro \u00abMichelasciutti, imprenaove\u00bb che erano&nbsp; i nomignoli in voga e noi ci stemmo zitti e quelli aspettavano&nbsp; che ci voltassimo. \u201c<\/p>\n\n\n\n<p>Straniero significava nemico. Era l\u2019ethos del tempo: grassanesi contro tricaricesi; accetturesi contro sanmauresi, ecc.; saracenari e ravatanari contro chiazzaiulii, ecc. Entrare in un altro quartiere era una provocazione, una dichiarazione di guerra. Il rischio pi\u00f9 grosso lo correvano i \u201cchiazzaiuli\u201d i ragazzi pi\u00f9 odiati e derisi in tutti gli altri quartieri, specialmente nella Rabata e nella Saracena, dove ai \u201cchiazzaiuli\u201d era rigorosamente proibito entrare.<br>Rocco e Salvatore, due \u201cchiazzaiuli, si recano nella Saracena come fauni alla rincorsa di ragazze. Rocco non tarda ad accorgersi che il gioco si fa pericoloso e vorrebbe andare via. Non ci riesce, abbrancato viene buttato a terra e pestato, senza poter respirare. Una donna tenta di sollevarlo e, allora, Rocco ha il suo comico momento erotico.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201c Fui pestato, oramai non mi difendevo, cercavo un buco in terra per respirare.<br>\u2013 L\u2019affogate, \u2013 disse una voce di donna \u2013 fatela finita.<br>&nbsp;Fu lei che mi tocc\u00f2, la padrona di casa, e io nel rimettermi&nbsp; in ginocchio le alzavo la veste col capo, sicch\u00e9 mi sentii un&nbsp; altra sua botta sul collo:<br>\u2013 Eh, eh! Che sei una gallina? Alzati.<br>Vidi le scarpe sue e le calze e le mutande bianche, lunghe&nbsp; come i pantaloni degli uomini e, con tutta l\u2019aria che ora avevo&nbsp; per respirare, mi sentivo morto e volevo stare un altro poco&nbsp; disteso con la bocca a terra, la gonna mi girava attorno e&nbsp; la voce diceva:<br>\u2013 A chi sei figlio? Dove stai di casa?<br>Dovette piegarsi su me e io voltai da dove la gonna si apr\u00ec per rivedere le due gambe di mutande, che rassomigliavano a quelle delle bambole. \u201c <\/p>\n\n\n\n<p>Situazioni comiche, nascondigli, ricerca dell\u2019eros o di una emozione qualsiasi: questo, ancora, \u00e8 Salvatore, che, come gli altri racconti di Scotellaro, forse aveva bisogno di maturazione, forse Rocco ci avrebbe lavorato ancora, ma si legge con piacere e interesse.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La lettera lucana di oggi di Andrea De Consoli mi ha sorpreso. 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