Con la lettera lucana del 22 aprile lo scrittore Andrea Di Consoli si domanda se fare politica è un mestiere oppure no. E’ una domanda retorica. Di Consoli conosce bene Aristotele e sa benissimo due cose: 1) che ora si fa politica come mestiere; 2) che la politica come mestiere è la degenerazione della politéia, come la chiamava Aristotele.

Ho commentato la lettera ricordando che Aldo Moro non voleva che la politica diventasse un mestiere, riferendo un episodio della sua vita di docente universitario, uno tra i tantissimi della sua biografia umana e politica.
Giovedì 16 marzo 1978, il giorno della strage di via Fani e della prigionia di Aldo Moro. Quel giorno Moro aveva due impegni: la fiducia al governo Andreotti, che ebbe il voto favorevole del partito comunista, e una seduta di laurea. Nella sua borsa c’erano dieci tesi di laurea in Istituzioni di diritto e procedura penale, una tesi aveva come titolo Infermità di mente e pericolosità sociale: trattamento e rieducazione secondo il codice penale nel nuovo ordinamento penitenziario, e portava la firma di Maria Luisa Familiari, la studentessa che avrebbe dovuto discutere la tesi di laurea con Moro proprio quella mattina della strage di via Fani.

Il lavoro di preparazione della tesi era stato estremamente lungo ma era stato seguito con particolare interesse da Moro, il quale in origine aveva avuto qualche perplessità sul fatto che una donna affrontasse un argomento “pesante” quale quello dei manicomi giudiziari. Ma la determinazione della ragazza aveva avuto la meglio e il professore, per le visite ai manicomi giudiziari, l’aveva affidata spesso al suo giovane assistente universitario, Saverio Fortuna, magistrato distaccato al ministero di Grazia e Giustizia in via Arenula.

La sera della vigilia della seduta di laurea la studentessa, in preda alla naturale agitazione da vigilia, aveva deciso di telefonare all’assistente del professore per sincerarsi appunto che egli fosse presente alla discussione, data la particolare coincidenza con la presentazione alla Camera dei deputati del nuovo governo Andreotti. Rincuorata dalla certa presenza del professore, che “magari con un po’ di ritardo ma verrà”, assicuratale dal dottor Fortuna, la ragazza si restituì alle immancabili attività di ripasso. La mattina della tragedia di via Fani, la prossima dottoressa e i familiari erano talmente presi dagli ultimi preparativi da ricevere la notizia dell’accaduto solo per telefono ad opera di una cugina della ragazza, dipendente del Viminale. Recatasi lo stesso in facoltà per apprendere notizie al riguardo e indicazioni circa lo svolgimento della seduta di laurea, le veniva comunicato che per gli studenti del professore Moro la prova era rinviata a data da destinarsi.

Perché ho voluto ricordare questo episodio? Perché so – come sa chiunque sappia e conosca il pensiero e l’azione di Moro – che egli era un tenace oppositore della tesi del collocamento in aspettativa dei parlamentari professori universitari: guai, riteneva, a interrompere questo fecondo contatto dei politici con i giovani, col vivace mondo studentesco, ne sarebbe stata vittima la politica. Come, col suo assassinio, è stata vittima per tanti altri aspetti.

Durante la prigionia Moro scrisse tre lettere alla studentessa, che non le furono recapitate. (Le lettere sono pubblicate nel volume Aldo Moro, Lettere dalla prigionia a cura di Miguel Gotor, Gli Struzzi Einaudi, 2008, pp 57, 93, 134.)
Appare naturale che il suo pensiero andasse a lei al punto da invitare la moglie a telefonarle di sera per un saluto e che questo pensiero si possa coniugare nella mente del prigioniero con la possibilità di servirsi eventualmente anche di lei per attivare una via di comunicazione con l’esterno, sicura e non rintracciabile nell’immediato dalle forze dell’ordine.

Ogni volta si raccomanda a Maria Luisa di ricordalo con intensissimo affetto a suoi studenti, a Mimmo, Manfredi, Gianni, Giovanna, Matteo, Lina: tutti, tranne Lina, identificati, dal curatore delle Lettere Miguel Gotor. Le lettere sono serene, amichevoli, talvolta ironiche, senza far pesare la sua triste condizione. Vogli anche tu un po’ bene a Luca (il suo amatissimo nipotino, figlio di Maria Fida), raccomanda a Maria Luisa. Avendo avuto sentore che la comunicazione con la sua allieva non avesse avuto successo o non potesse proseguire, scrive: “In questa drammatica vicenda, in questa forma ed intensità del tutto inaspettata, vengono a rompersi sul piano umano fili che si erano stretti in modo inaspettato nella prospettiva di una esperienza spirituale del tutto singolare … Penso a te e agli amici carissimi… Per te desidero sicurezza, pace e felicità.” Nella prima lettera scriveva: “quando dicevi che temevi di perdermi, ci scherzavo su sorridendo, quasi che pensassi a non so quale mio fastidio del quale volessi liberarmi. Ed invece avevi ragione; avevi capito tutto… È molto triste che si disperda tutto quanto ha rappresentato un valore così grande. Rimangono, però, intangibili, il ricordo, l’amicizia, la preghiera, un magistero spirituale che dovrebbe restare, per guidare al bene così come è destinato a fare”

La speranza di Moro, come accennato, andò delusa. Maria Luisa non ricevette nessuna delle tre lettere e neppure fu ascoltata dalle commissioni d’inchiesta sulla strage di via Fani e il caso Moro.
Con tristezza venni a sapere che è morta agli inizi degli anni 2000, quindi in età ancora giovane.

Concludo aggiungendo la testimonianza del prof. Carlo Curti Gialdino resa col saggio Aldo Moro tra storia e memoria, pubblicato sulla rivista online di diritto pubblico italiano comparato europeo Federalismi n. 10 del 9 maggio 2018.
Il saggio si sviluppa in 10 capitoli. Il primo capitolo è intitolato Le ragioni di una testimonianza, il decimo L’eredità e il ricordo. Riporterò brevissimi brani del primo e del decimo: l’inizio del primo e la conclusione del decimo.
«Ho avuto il privilegio di conoscere Aldo Moro. E oggi sono, fra i giuristi, l’unico dei suoi ex studenti ad insegnare in quella che fu la sua Facoltà. Spesso, varcandone l’ingresso o percorrendone i corridoi, mi riaffiorano alla mente alcuni episodi, immagini o situazioni che evocano gli anni della sua presenza qui e ancor più ravvivano quel senso di incompiuto da cui ogni evento successivo alla tragedia, alla storia interrotta, è inesorabilmente inficiato. Ho sempre preferito serbare come occasioni preziose della mia vita i molteplici incontri avuti con il Professore, come l’ho sempre chiamato, tra il novembre 1969 ed il marzo 1978, da studente, da laureato e da giovane assistente nella facoltà di Scienze Politiche de “La Sapienza”. Tuttavia, in occasione del quarantennale del suo barbaro assassinio da parte delle Brigate Rosse (1978-2018), sento di voler rendere una testimonianza, attraverso un contributo che prende spunto dal figurare tra gli oltre 70 firmatari del documento, reso noto il 21 aprile 1978, con il quale «gli allievi del Professor Aldo Moro esprimono la ferma richiesta al governo, alla DC e a tutte le forze politiche e sociali del Paese perché si impegnino ad accertare realisticamente le condizioni per la Sua liberazione, ritenendo che la difesa dello Stato non deve essere schematica e non può contrapporsi al valore della vita umana».
E così si conclude questa toccante testimonianza:
«Il Professore era solito chiudere il ciclo delle lezioni, prima di fare per l’ultima volta l’appello dei presenti, con un saluto affettuoso ai suoi corsisti, nel quale il tratto umano prevaleva sulla componente rigidamente accademica: «Ho cercato di stabilire –diceva – un rapporto di confidenza e di amicizia con voi” [avrei] “voluto dimostrare a tutti individualmente il mio apprezzamento, il mio rispetto, il mio affetto, la mia amicizia «questi sentimenti sono quelli che hanno dominato il corso di questa esperienza» E terminava, invariabilmente, con queste parole: «Io mi ricorderò ancora; qualche volta in modo approssimativo, qualche volta in modo preciso, ma mi ricorderò ancora di coloro che hanno riempito un anno della mia vita».

 

2 Responses to LA VERSIONE DEGENERATA DELLA POLITICA

  1. politicon zoon ha detto:

    La celeberrima definizione di Aristotele dell’uomo animale politico non ci proietta nell’Empireo ma ci tiene saldamente fissati coi piedi nella nostra umanità. Siamo noi uomini della strada a dar vita alla politéia o a provocarne la degenerazione. I politici puri si adeguano a noi, non avviene il contrario.

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