STORIA DI UN’ANIMA

Per parlare di Isabella di Morra (Favale, oggi Valsinni, Matera, ca. 1520 – ca.1545) la più interessante figura di poetessa che la terra di Basilicata ci abbia regalato, abbiamo ripreso una definizione leopardiana. Al poeta recanatese si lega idealmente il percorso biografico d’Isabella, l’isolamento forzato e costretto in una plaga sperduta, lontana dai centri di produzione artistica, fuori dalle splendide corti rinascimentali. I pochi componimenti della raffinata poetessa, sottratti all’oblio del tempo e della storia, sono giunti a noi attraverso un’antologia cinquecentesca curata da Ludovico Dolce (Venezia, Gabriele Giolito de Ferrari, 1552), che contiene dieci sonetti e tre canzoni: nessun altro scritto si conosce di lei, né in prosa né in poesia. La sua produzione però dilata il nostro sguardo sull’abilità artistica, l’aggiornamento culturale, la capacità rielaborativa di una giovinetta del mezzogiorno e smentisce, nel momento stesso in cui lo dichiara nei versi,  l’solamento. Non avrebbe potuto produrre poesia «petrarchista», obbediente alle regole dettate da Pietro Bembo, non avrebbe potuto dedicare un sonetto a Luigi Alamanni, il poeta esule in Francia dopo il fallimento della congiura medicea a Firenze, non avrebbe rimpianto l’ideale della corte rinascimentale, chi fosse vissuto senza contatti culturali e senza libri.

Gran parte della poesia d’Isabella risponde, prima che alle esigenze della sua anima o almeno insieme ad esse, alle mode culturali del tempo, che dettano il trionfo della lirica, del sentimento, del Canzoniere petrarchesco, sugli altri generi letterari. I temi di moda vengono però trasfigurati dalla straordinaria personalità della fanciulla,

Valsinni in una foto d’epoca (da «La Basilicata nel mondo» 1925)

dalla capacità sentimentale di esprimere in immagini lucide e vivide la semplice complessità della sua vicenda umana. Isabella ritrae con forza il paese in cui, con l’anima in rivolta, è costretta a vivere, dipingendo spesso i paesaggi con aggettivi danteschi, la valle inferna, le orride contrade, le selve incolte, i ruinati sassi, il torbido Siri. Il senso della Fortuna crudele, del destino avverso, che ha una parte consistente in questi versi, si concretizza nella tragica vicenda biografica, ricostruita e consegnata alla storia solo recentemente per la paziente opera erudita di Benedetto Croce.

Valsinni

BENEDETTO CROCE E LA TRAGICA STORIA D’ISABELLA.

L’incontro ideale tra Benedetto Croce e Isabella di Morra avvenne per il tramite di un celebre orientalista, Angelo De Gubernatis, che recuperò lo scarno canzoniere della fanciulla e la restituì alla sua terra. Siamo nel 1907 e Croce, nella smania erudita dei suoi studi, abituato a ripercorrere leggende peregrine e a tracciare indimenticabili profili di uomini e donne dell’Italia meridionale, si mette sulle tracce della fanciulla. Si imbatte così nella cruda narrazione di un nipote d’Isabella, figlio del fratello più piccolo di lei. Marco Antonio de Morra, nella genealogia della sua famiglia, Familiae nobilissima de Morra historia (Napoli, 1629) racconta l’incredibile vicenda di violenza, di cui rimase vittima Isabella. Una vicenda, sostiene Croce, credibile, giacché è così disonorevole e dolorosa per tutti i componenti della famiglia, che il fatto che sia narrata da un nipote della donna «ha in ciò stesso argomento dei veridicità».

Isabella viveva nel castello di Favale, l’antica Valsinni, insieme alla madre e ai fratelli. L’avvicendamento tra francesi e spagnoli nel Regno di Napoli provocò il cambio della fortuna dei Morra: il padre Giovan Michele barone di Favale, filofrancese, fu costretto all’esilio a Parigi nel 1528, dove lo seguì Scipione, il secondogenito,mentre il resto della numerosa famiglia rimase con la moglie Luisa Brancaccio in Basilicata, adattandosi ai rapporti – piuttosto difficili, in verità – con i nuovi governanti. Il feudatario della vicina Bollita, Diego Sandoval de Castro, iniziò a frequentare con la moglie Antonia Caracciolo, la famiglia dei Morra, mostrando, lui letterato, una certa simpatia per la letterata Isabella.

Benedetto Croce

Una rapporto fondato, come sembra, più su affinità elettive, su scambi di poesie e lettere, affidate alla mano complice di un pedagogo, che su una passione erotica. In ogni caso, la scoperta della segreta intesa tra Isabella e Diego provocò la reazione dei fratelli della poetessa, Cesare, Fabio e Decio, imbarbariti, sostiene il cronista, dall’isolamento e dalla mancanza del padre. Essi quindi uccisero prima il pedagogo, poi la fanciulla, infine, in un agguato, Diego Sandoval de Castro. I tre giovani furono poi costretti all’esilio: fuggirono per sottrarsi alla giustizia. Ci fu un processo: Croce ne cercò le tracce negli archivi napoletani e iberici, trovando solo le carte relative al delitto di Diego. Nessuna menzione dell’omicidio di Isabella e del pedagogo, sottratti dall’oblio solo nel racconto di Marco Antonio. E se dietro il triplice delitto si celassero ragioni politiche?

Croce cercò allora altre testimonianze e infine dimostrò che quel padre, tanto implorato dalla giovane, avrebbe potuto tornare dall’esilio ben prima che fosse consumata la tragedia della sua famiglia. Fin dal 1533, infatti, era stato sciolto dall’accusa di tradimento. Giovan Michele invece preferì rimanere a Parigi, nella splendida corte di Caterina de’ Medici, disinteressandosi della sorte dei suoi figli.

Croce percorse poi i luoghi della tragedia, in una sorta di pellegrinaggio alla ricerca dello spirito poetico d’Isabella: vide il castello di Valsinni e dal castello il Sinni e il mar Ionio, implorati nei versi; verificò l’asprezza selvatica dei paesaggi, esecrati nelle rime. Ma non trovò altro: nessun manoscritto, nessuna leggenda popolare, nessuna traccia né d’Isabella né tanto meno di quella passione amorosa che procurò la morte a una giovane così geniale. Una passione che è difficile trovare anche nei versi della poetessa.

LA POESIA

 Tredici componimenti che sono arrivati fino a noi ed è ancora aperto il problema del come (così pochi anche per la mancanza di una tradizione manoscritta o a stampa diversa da quella antologica) lasciano intravedere in filigrana una sorta di canzoniere, che seguendo il modello petrarchesco, doveva culminare nella Canzone della Vergine. Perciò l’ordinamento e il commento di Maria Antonietta Grignani di questo possibile Canzoniere d’Isabella restituisce ai componimenti un valore culturale oltre che poetico in senso stretto: il petrarchismo è cioè ben assimilato dalla poetessa, che lo dimostra proprio nella devianza rispetto al modello dato; se manca la tematica amorosa, il ritratto di Cristo della canzone XII (secondo l’ordine della Grignani), compensa e supera l’esigenza di amore terreno. Ma nel linguaggio e nella compenetrazione con il paesaggio, la poesia d’Isabella si eleva in accenti solenni e originali, in cui «il dato descrittivo non è più solo lo specchio di un’analisi psicologica come nel Petrarca, ma allarga l’orizzonte tematico all’unisono con l’indugio sugli affetti familiari» (Grignani). La mancanza del padre, il rimpianto per una corte che è lontana, l’assenza di interlocutori capaci di parlare la lingua della poesia, l’avversa fortuna, i temi della tradizione letteraria insomma sono rivisitati e vivificati dalla fanciulla con una forza e una volontà capace di spezzare anche il luogo comune letterario.

Dal castello, ella guarda lontano, oltre l’arco ristretto della sua breve tragica

vita.

D’un alto monte onde si scorge il mare

miro sovente io, tua figlia Isabella,

s’alcun legno spalmato in quello appare,

che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia adversa e dispietata stella

non vuol ch’alcun conforto possa entrare

nel tristo cor, ma, di pietà rubella,

la calda speme in pianto fa mutare.

Ch’io non veggo nel mar remo né vela

(così deserto è l’infelice lito)

che l’onde fenda o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna alor spargo querela

ed ho in odio il denigrato sito,

come sola cagion del mio tormento.

Una linea culturale che affonda le sue radici nella poesia di Dante, più ancora che nel modello petrarchesco, ma che lascia anche intravedere una tonalità napoletana, con il richiamo alle Rime e all’Arcadia di Jacopo Sannazaro, autore assai apprezzato in Basilicata fino a tempi a noi più recenti (si veda la testimonianza del critico Francesco Torraca), e insieme una discendenza classica, virgiliana sono gli elementi che creano la suggestione di questo sonetto, dove la natura sembra gridare insieme alla poetessa il dolore per l’infelicità. La voce che si innalza dai versi diventa quasi profetica: il viandante può ancora ascoltare nei luoghi d’Isabella la sua tragica testimonianza.

Ecco ch’un’altra volta, o valle inferna,

o fiume alpestre, o ruinati sassi,

o ignudi spirti di virtute e cassi,

udrete il pianto e la mia doglia eterna.

Ogni monte udirammi, ogni caverna,

ovunqu’io arresti, ovunqu’io mova i passi;

ché Fortuna, che mai salda non stassi,

cresce ogn’or il mio mal, ogn’or l’eterna.

Deh, mentre ch’io mi lagno e giorno e notte,

o fere, o sassi, o orride ruine,

o selve incolte, o solitarie grotte,

ulule, e voi del mal nostro indovine,

piangete meco a voci alte interrotte

il mio più alto miserando fine.

Un altro sonetto ripropone l’accostamento tra il paesaggio e lo stato d’animo della poetessa. L’accorato richiamo al padre, il presagio della morte, ancora un appello all’aspra fortuna e al fato avaro, infine l’immagine già barocca dei fiumi per le lacrime della fanciulla mettono in rilievo la rara bravura tecnica di Isabella:

Torbido Siri, del mio mal superbo,

Or ch’io sento da presso il fine amaro,

Fa’ tu noto il mio duolo al padre caro,

Se mai qui ’l torna il suo destino acerbo.

Dilli com’io morendo, disacerbo

L’aspra fortuna e lo mio fato avaro,

E, con esempio miserando e raro,

Nome infelice a le tue onde io serbo.

Tosto ch’ei giunga a la sassosa riva

(a che pensar m’adduci, o fiera stella,

come d’ogni ben mio son cassa e priva !)

inqueta l’onda con crudel procella,

e dì : «M’accrebber sì, mentre fu viva,

non gli occhi no, ma i fiumi d’Isabella».

 

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