Tomba di Aldo Moro nel cimitero di Torrita Tiberina

Sono uscito dal mio isolamento e tornato a rileggere l’omaggio che sul mio blog Rabatana resi a Giuseppe Giannotta e ne consiglio la lettura. Di tutto il mio blog gli studi oraziani del dimenticato poeta-magistrato tricaricese, da me riportati e annotati nell’Omaggio a Giuseppe Giannotta (se lo dessi alle stampe ne verrebbe un grosso volume) questo Omaggio è il più bello. Forse dovrei ringraziare Andrea Di Consoli per l’ispirazione a rileggerlo.

Guarda la neve che imbianca tutto il Soratte e gli alberi che gemono al suo peso, i fiumi rappresi nella morsa del gelo. Sciogli questo freddo, Taliarco, e legna, legna aggiungi al focolare, poi senza calcolo versa vino vecchio da un’anfora sabina.

 Il monte Soratte, posto a destra del Tevere, caratteristico per il suo isolamento e per i versanti ripidi e rocciosi, domina quella regione della valle del Tevere. Lì conosco due paesi: Civitella San Paolo e Torrita Tiberina.

A Civitella San Paolo, fuori del paese, isolato, sorge un Monastero nel quale mia nipote Rosanna, figlia di mia fratello Michele, ha deciso di vivere la sua vita di clausura monastica col nome di suor Maria Gabriella, interrompendo gli studi di medicina quasi ultimati. Il nome Maria Gabriella ricorda il nome di sua madre, Annunziata: – l’Angelo di Dio Gabriele recò l’annuncio a Maria -. Sono suore benedettine e il convento è dedicato a Santa Scolastica, sorella di San Benedetto.
La regola di San Benedetto ha tra i suoi comandamenti l’obbligo dell’ospitalità, e perciò, esterna al monastero, c’è una foresteria. Per non pochi anni, fin quando le forze e la mia indolenza me l’hanno consentito, io e mia moglie abbiamo partecipato due volte l’anno a incontri frequentati da oblati e da amici del Monastero. La Superiora, Madre Francesca, prima di prendere i voti, era stata Presidente nazionale della FUCI femminile, in un periodo in cui del ramo maschile erano stati presidenti, nell’ordine, Andreotti e Moro. Gli oblati e la oblate erano appartenuti a quel mondo, compresa la vedova Moro, signora Eleonora, che ha frequentato gli incontri per tutta la sua lunga vita e, ovviamente, negli anni della partecipazione mia e di Titina.
Nel monastero, sottratta al regime di claususa, c’è una biblioteca ricca di alcune decine di migliaia di volumi.
La sera, dopo cena, quando per le monache scattava il tempo del silenzio notturno, noi ospiti ci concedevamo una pausa per conversare. Erano conversazioni con testimoni della storia religiosa, ecclesiale e politica del mondo cattolico. Il tempo, come aveva cancellato e stava cancellando quella storia, ha man mano cancellato chi ne testimoniava la memoria. Senza alcuna particolare intenzione, lontana da me, voglio riferire un particolare che riguarda una figlia di De Gasperi, che poi prese i voti col nome di suor Lucia.
Giovanissima, partecipò a una Tre giorni di esercizi spirituali, alla quale partecipava anche una oblata più grande, che si chiamava Giovanna. Titina la chiamava Il libro di storia.
Giovanna ci raccontò quando fu annunciata la grande vittoria elettorale della DC del 1948. Lei era a casa Moro. Aldo Moro, con un pacco di giornali sotto il braccio, si aggirava con aria preoccupata: – Come faremo a gestire tutti questi voti?
La prima sera della Tre giorni di esercizi spirituali la figlia di De Gasperi le disse: – Mia madre, la sera, prima di andare a dormire, mi da la benedizione. Queste sere, Giovanna, la benedizione dammela tu.

 Nel cimitero di Torrita Tiberina è sepolto Moro. La sua tomba è posta nella parte opposta all’ingresso del cimitero, che si protende come un promontorio su un’ansa del Tevere, che scorre girando attorno al monte. Si ammirava ( e si ammira) un bel panorama – un monte e un’ansa del Tevere – dal posto dove Moro è sepolto, che andavamo a visitare tutte le volte che andavamo a Civitella. Una volta trovammo costruito, nello stretto spazio tra la tomba e il muro di contenimento del cimitero, un loculario stretto e largo, una brutta fabbrica che toglieva la vista dell’ansa del Tevere.
Si sa che le tombe sono fatte assai più per i vivi che per i morti. Il carme foscoliano s’apre con l’affermazione dell’inutilità delle tombe per i morti, basata sulla negazione di ogni trascendenza, ma afferma l’utilità per i vivi.
A egregie cose il forte animo accendono
l’urne dei forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.