Ieri sera, 68.mo anniversario della morte di Rocco Scotellaro. Cade sfogliando un vecchio libro. È la copia dattiloscritta di una lettera di Angelina Gagliardi La Gala a Titina, mia moglie. Angelina la chiamava Tita, l’ha sempre chiamata Tita. Angelina scriveva con la biro su larghi fogli con una scrittura a caratteri tondi e leggibili. Questi fogli caduti dal libro devono essere una copia fatta da Titina, chi sa perché. Forse per archiviarla nel suo computer. La lettera, senza data, riferisce il suo intervento a un convegno che si tenne il 26 gennaio 2004 a Potenza, dove Angelina risiedeva.

Mi ricordo di averla letta questa lettera nell’originaria versione autografa e quindi la rileggo, senza chiedere il permesso a Titina. Ci sono tante cose: un piccolo mondo antico. Una poesia di Beatrice Viggiani, che vive in Venezuela, dice Angelina. Mi ricordo di lei, compagna di scuola di mia cugino al ginnasio, e ricordo la sua bella casa, dove solo mio cugino era entrato, e non io, la bella casa di una delle famiglie più ragguardevoli  di Potenza, vicino la villa comunale.

Questa mattina leggo la lettera lucana di Andrea di Consoli e il commento di Angelo Colangelo. Secondo me toccano i due lati della medaglia dell’assistenza sanitaria e ospedaliera; la lettera di Angelina è pertinente a questo argomento e a altri trattati da Di Consoli in questi giorni.
Quindi, senza disturbare Titina, pubblico la lettera di Angelina.

Cara Tita,
ti mando quanto ho detto il 26 gennaio 2004.
Ti riscrivo anche una poesia che mi ha dedicato la mia amica Beatrice Viggiani che vive in Venezuela:

“ Raccogliamo gli anni,
ammucchiamoli alla montagna più lontana
e tra le ginestre fiorite
prendiamoci per mano
nascondiamo ombre e danni,
accendiamo tutte le stelle, le strade,
le nuvole”

°°°

Vorrei avere, per questa testimonianza, una grande capacità di registrazione visiva e auditiva per non falsare il ricordo che ho di Rocco Scotellaro, per non tradire, attraverso il filtro nostalgico della memoria la verità di quei lontani incontri. Vorrei che il mio intervento sia sopra tutto una partecipazione verso le persone che non ci sono più.

Ho pensato di selezionare due momenti significativi. Avevo 22 anni, Rocco quasi trenta. Primavera del 1953: c’è un sole tenero lungo Corso Garibaldi di Tricarico, il ragazzo dai capelli rossi mi viene incontro, ho fretta ma non tanta da non essere sollecitata da quella occasione: potrò dirgli quale è l’argomento della mia tesi “Il mestiere di vivere di Cesare Pavese: analisi di un itinerario umano e letterario” . Accenno alcuni dati che riguardano la struttura del mio lavoro con un atteggiamento spavaldo e presuntuoso di chi lavora a una tesi di grande attualità (Pavese si è suicidato nel ’50 – la sua scelta – il piccolo alberghetto di Piazza Statuto – in una calda giornata di agosto – ha diviso per ragioni ideologiche contrapposte cattolici e comunisti e io…sono coì brava e intelligente…da scrivere su questo autore contestato e discusso nientemeno…alla Cattolica di Milano!) Rocco mi ascolta colgo subito il suo atteggiamento perplesso e critico verso la intellettualina borghese e divergente che vuole essere “a la page”. Ma io ho fretta quella mattina  – Ti scriverò – mi dice salutandomi. E la lettera arriva a Milano “Cara Pavesina parto per Portici. Il piede di partenza è già lavato da ieri. Il discorso sulla tua tesi si è fermato in un grumo di cose non dette. E allora ti canterò la ballata del grumo infranto”. Con la sua ironia e il suo rigore intellettuale mi metteva in guardia nel non fare incursioni nel campo etico e ideologico dell’autore – presi atto che poteva condizionarmi – mi suggeriva di limitarmi ad una analisi oggettiva delle opere letterarie, attraverso la lettura del Diario. “Più che il mestiere di vivere studia criticamente il laboratorio dell’autore”. Devo dire che ho tenuto conto, in parte, delle sue indicazioni. Mi sono laureata nel nov. del 1955. Rocco non c’era più: sarebbe stato bello parlare con lui almeno una volta.

La seconda testimonianza è una conferma delle analisi ricostruttive e dei pertinenti giudizi di Rocco Mazzarone sulle origini dell’ospedale civile di Tricarico. Nel pregevole saggio l’autore valuta “diverso e originale il contenuto di Scotellaro in quanto egli trasformò quella che poteva essere una vera operazione amministrativa in un movimento di partecipazione”. Era l’inverno del ’46. Il caminetto della mia casa di Tricarico era acceso. Mi vedo silenziosa leggere nel volto stanco di mio padre – chirurgo della scuola di Torino – i segni della lunga prigionia di guerra (cinque anni sono tanti!). accanto a lui c’è Rocco, il ragazzo dai capelli rossi. Sulla radice umanitaria e la professionalità di un cattolico borghese illuminato si innesta una precisa richiesta:  non una clinica privata – esigenza avanzata in prima istanza dai medici locali – ma che sia un ospedale civile la struttura da aprire. Risento la voce di Rocco: “ Impegnamoci professore a superare le difficoltà burocratiche che si stanno frapponendo, utilizziamo per il bene comune la disponibilità dei locali che vi ha offerto il Vescovo”. Nel senso di questa ricostruzione ritrovo conferma nella lettera di monsignor Delle Nocche del 18 dic. 1946, che può essere consultata nel pregevole saggio di Rocco Mazzarone.

Quando a Tricarico vada al cimitero a salutare le persone che non ci sono più mi fermo sempre accanto alla tomba di Rocco. Non so cosa abbia pensato nel progettarlo l’architetto. Ma da quella feritoia si vede il Basento e, se la giornata è limpida si vede il mare – o meglio sembra a me di vederlo.
E penso: io oggi ho 72 anni, Rocco ne avrebbe 80 che cosa avrebbe detto al suo grande amico, Rocco Mazzarone di questo nostro tempo?

 

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