Un commento fuori tema a un bel post poetico e nostalgico di Andrea Di Consoli chiede di conoscere il punto di vista dello scrittore lucano su un recente intervento di Gaetano Cappelli sulla Gazzetta del Mezzogiorno, subito sottolineando che la rilettura del Cristo si è fermato a Eboli fatta da Cappelli lascia perplessi.
La parola rilettura mi ha molto incuriosito. Cappelli oltre a parlare di dolorismo di Rocco Scotellaro molti anni fa aveva scritto che proprio non ce l’aveva fatta a finire di leggere il “capolavoro” di Carlo Levi.
Vuo’ vedè che fussa la vòta bbona, mi sono detto come diceva molti anni in TV non ricordo chi ?.
Ebbene sì. Cappelli ha letto per intero il Cristo. Ce l’ha fatta.
Per vedere se il miracolo fosse avvenuto ho quindi letto il suo intervento dal titolo un po’ pretenzioso “Sfatare il mito di Levi «C’è l’ha coi terroni».
Ho letto l’intervento per intero, come per intero Cappelli assicura di avere ora letto il Cristo, addirittura di averlo letto appassionatamente.

La mia lettura non mi ha lasciato perplesso, nell’intervento di Cappelli ho trovato quello che da lui ci aspetta quando decide di fare l’originale indossando tre e forse anche quattro cappelli.

Il mio amico Angelo Colangelo ha messo una reazione al commento fuori tema, ma per me non c’era bisogno di riconferma per sapere che Angelo la pensa come me. Voglio però qui sollecitarlo a informare i suoi lettori di una critica al Cristo di Levi, che suppongo egli avesse o tuttora abbia voglia di scrivere. Questa critica è di Giorgio Bassani e non ha nulla di originale, perché non ha nulla di originale una critica seria – ripeto seria – a un capolavoro osannato, e continuamente osannato in tutto il mondo.

“Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia (…) Ma chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato rimandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte.»
La stanza chiusa dell’incipit è la stanza in cui Levi visse, a Firenze, dal 1941 al 1945, nell’appartamento di Anna Maria Ichino, in piazza Pitti. Firenze era occupata dai nazisti e per questa ragione, mentre scrive del suo confino in Basilicata, più che al mondo chiuso della Basilicata, Carlo Levi sta pensando alla sua immutata condizione umana di prigioniero, alienato, ebreo a Firenze.

Questo passaggio, mai approfondito, se non da Giorgio Bassani, permise allo scrittore ferrarese di interpretare il Cristo diversamente, e con esso anche la storia d’Italia.
Giorgio Bassani e Carlo Levi si incontrano a Firenze tra i tanti perseguitati dal fascismo; Bassani, membro del Comitato toscano per la liberazione, in fuga da Ferrara, diventa il procacciatore di farina e di olio di Levi. Questo permetterà ai due di avere una consuetudine umana, al punto tale che Giorgio Bassani fu l’unico a stroncare il Cristo di Carlo Levi, già nel 1950 , su la rivista “Paragone”: mensile di arte figurativa e di letteratura diretta da Roberto Longhi.

 

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