La cantina è un locale completamente interrato destinato alla corretta conservazione principalmente in botti prima del consumo o della vendita del vino e di altri cibi o bevande. Il vino, essendo una sostanza delicata e in continua evoluzione va conservato in un luogo protetto ma aerato, scuro, umido, fresco, al riparo da vibrazioni, esente da fonti di cattivo odore. Ogni cantina, quali che siano le sue caratteristiche, rispetta quindi dei principi oggettivi.

La cantina diventa un luogo particolare. Il rituale della sua maturazione e conservazione ne fa un luogo sacro destinato a una bevanda che inebria e libera dagli affanni. La mitologia l’attribuisce a una divinità: Dioniso per i Greci, Bacco per i Latini. Bacco deve il nome all’appellativo con cui Dioniso veniva indicato nel momento della possessione estatica. Si crea il boccanale, un culto di Bacco per celebrare la liberazione dagli affanni, il piacere dei sensi anche erotici e del divertimento.

In un precedente posto in tema mi sono definito asino che ragiona. Pensando al prosieguo della conversazione mi venne in mente la poesia Il canto del cafone. E’ una poesia di Michele Parrella, dedicata a Ignazio Silone. Il cafone, dice Silone, è un asino che ragiona, perciò la sua vita è pegiore degli asini veri, che non ragionano.

Sono stato compagno di Michele Parrella quando eravamo molto giovani. Eravamo convittori del Nazionale di Potenza in Piazza Duca della Verdura, che formava corpo unico con l’edificio del Ginnasio-Liceo Orazio Flacco. Io e Parrella (a scuola e in convitto ci chiamavamo col cognome) diventammo veramente amici. Egli aveva un anno più di me e frequentava una classe avanti la mia. Io avevo iniziato  a frequentare a Napoli la seconda media, che interruppi dopo alcuni giorni per un lutto. Passato al Convitto Nazionale di Potenza fui assegnato a una sezione con ragazzi di terza media, quarto e quinto ginnasio e nessuno di prima e seconda media. Mi sentivo solo, ignorato, senza alcun riferimento. Parrella mi dette la sua amicizia.

Andavamo a passeggio, in fila per due per via Pretoria, io e Parrella in coppia, a refettorio mangiavamo allo stesso tavolo, uno di fronte all’alto, in sala studio i nostri banchi erano affiancati e così pure i nostri letti. Mio padre conobbe suo padre, medico a Laurenzana; andai a casa sua e lui venne a Tricarico.

Finito il ginnasio, cambiai la sede dei miei studi e ci perdemmo di vista, non lo cercai e non mi cercò, a quell’epoca solo le lettere mantenevano i contatti. Quando si cominciò a conoscerlo come poeta non fui interessato anche perché mi ero trasferito al Nord e non ricevevo informazioni. In verità c’erano anche altri motivi insignificanti sui quali quindi non è il caso che mi soffermi.  

La poesia di Michele Parrella è pertanto una poesia che ho recuperato tardi. Tra i pochi libri sempre sul mio tavolo, che quindi torno a sfogliare, ci sono le sue poesie con la prefazione di Giuseppe Lupo e la postfazione di Andrea di Consoli, i libri di Giovanni Caserta, Michele Parrella – il rapsodo che raccontò la storia al suono del cupo cupo e di Gaetano Fierro, Omaggio a Michele Parrella, che mi sono stati donati dall’Editore Villani.

Parrella ha un problema, mi pare che l’abbia rilevato benissimo Andrea Di Consoli: un conflitto tra il corpo del personaggio e il corpo della poesie. Leggendo le sue poesie talvolta riaffiora il corpo del personaggio, cosa che mi disturba. Torna immancabilmente se leggo, o penso al canto del cafone: il suo corpo e il suo vissuto. lui elegantissimo, col panama e il sigaro toscano spento in bocca, la sciarpa di seta bianca e il foulard di seta colorata annodato al collo, il bastone col manico d’argento. Un dandy e penso a Rocco Scotellaro e credo di sapere che cosa Rocco avrebbe pensato e detto. Mi dispiace, ma è quello che penso e non riesco a non pensare.

La poesia è dedicata a Ignazio Silone, la voce dei cafoni. Silone fu amico di Rocco Scotellaro prima di Carlo Levi.
Fontamara, il suo libro ingiustamente dimenticato, scritto sotto il regime fascista e stampato in Francia o Svizzera (non ricordo bene), con dedica dell’autore, è stato il primo libro di formazione che ho letto, prestatomi da Rocco Scotellaro, alla caduta del fascismo e guerra ancora in corso. Quando Rocco fu arrestato, nel 1950, con Antonio Albanese ero a casa sua piena di gente; leggevamo i telegrammi e i biglietti e le lettere di solidarietà. C’era anche una lettera di Ignazio Silone, non era come le altre, conteneva dei soldi. Mi venne un nodo alla gola, quella lettera mi fece capire molte cose.  

 Nel canto del cafone – è più forte di me – vedo il dandy che fa mostra di sapere che Ignazio Silone è la voce dei cafoni della Marsica e dei contadini di tutto il mondo e intende apparire come voce dei contadini lucani. Sbaglia Giuseppe Lupo scrivendo nella prefazione «Addirittura la strofe iniziale di Il canto del cafone è costituita dall’incipit di una canzone dialettale: “Se mio padre fosse morto / e l’asino vivo. L’asino andava a legna/ e mio padre a vino”». A me invece pare che non ci sia nulla di più diverso di più imparagonabile della strofe iniziale della poesia con l’incipit della canzone popolare, un (non) incipit che non si fa leggere ma cantare. La canzone nasce per piangere la morte dell’asino, l’unità lavorativa della famiglia più valida di ogni altra. “Quann murette muglierema / io mi mangiai lu prusutt / e mo ch’è mort u ciucciu mio / io m’aggia mette lu luttu. / Chiagniti, chiagniti guagliuni / ch’è murt un ciucciu mio / accussì ha vulut Dio / e io nun sacc com’aggia fa” Si aggiunse quindi una quartina, che Lupo ritiene sia l’incipit “ E fosse murt tatta e none u ciuccio ! / U ciuccio scìa a lèuna e tatta none / u ciuccio guadagnava li quattrini / e tatta si li frecava inda cantina”. A me pare che nella strofe iniziale risulti smarrito il suono musicale e “cantabile” della poesia di Parrella. L’assoluta estraneità del poeta dal mondo di cui vuole essere voce sta proprio nella mancanza della parola cantina.
Nella canzone contadina il vecchio padre chiude con brio e ironia, bevendo vino nella cantina il suo animo si è rinrancato. “Peau Peau Peau / So fatt vecchio e none vale cchiu / la peddecchia è arrippilata / e la pistola nun spara cchiu”.” Nella poesia si vede solo un vecchietto che col rizzulo in mano che va a comperare il suo quarto di vino coi soldi guadagnati dall’asino appena morto.

L’insegna della cantina, INGRESSO DI AMICI E OTTIMO VINO si completa con altri segni scolpiti sulla parete della cantina: una mano col dito indice puntato verosimilmente verso l’ingresso della cantina e un mascherone ricco della narazione del bacconale. Suppongo che la narrazione sia scolpita sulle pareti di altre cantine e che tra le diverse narrazioni ci siano differenze secondo l’abilità dello scalpino e la visione della Mitologia del tempo e del luogo.

 

2 Responses to CANTINA TARDOMEDIEVALE, NON TAVERNA, IN VIA SANTA TERESA DI TRICARICO (Terzo e ultimo post)

  1. Giuseppe Angiuli ha detto:

    A proposito della cantina di via Santa Teresa, ecco cosa scriveva il reverendo Daraio nel suo libro “Per la Storia di Civita, di Tricarico e di Calle”, edizioni G. Liantonio, Matera, 1954:
    “Nella parte bassa del paese, c’è ancora quella che doveva essere un’antica ‘cantina’ medievale.
    Scolpita sulla porta di accesso, una scritta in latino, oscura, enigmatica : OSTIUM NON HOSTIUM OPTIMI SED LIEY;
    La cantina Benevento, forse androne di un palazzo signorile di cui non rimane che il portale e il motto ‘Ostium non Hostium optimi sed Liey’ ricorda la grande ospitalità che ivi si praticava. Il motto significa ‘Casa non di nemici ma dell’ottimo Lieo’. Lieo, alias Dioniso, divinità greca dio del vino, sinonimo di vino. Lieo e non Bacco, l’uno divinità greca e l’altro romana, cambiata in greco quando i Greci Bizantini occuparono Tricarico.
    In fondo alla scritta, dopo Lyei, una mano nell’atto di indicare, forse, l’accesso all’adiacente locanda.”

    • Antonio Martino ha detto:

      Grazie. Anche mons. Daraio la chiama cantina e non teverna, definendola enigmatica per il riferimento a Lieo e non a Bacco, spiegando l’enigma. Ho avuto il libro di mons. Daraio, che gira e rigia in prestiti,persi.

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