NOSTALGIA DELL’INFANZIA IN UN POESIA DI VINCENZO CARDARELLI E NOSTALGIA DELLE PAROLE

Titina pesca un mio sperso appunto senza alcun riferimento e lo mette nelle sue ? mie ? nostre RIPROPOSTE.
Contiene una poesia di Vincenzo Cardarelli, Passaggio Notturno, sulla nostalgia dell’infanzia con una breve introduzione, non si sa se mia o di chi, e tre strane parole di Wislawa Szymborska .
Vincenzo Cardarelli Passaggio notturno
L’infanzia, ma soprattutto il luogo in cui l’infanzia è nata, nutrita e si è cristallizzata dentro la memoria. È nostalgia, ma anche senso di colpa di avere abbandonato una terra tanto sacra.
Giace lassù la mia infanzia.
Lassù in quella collina
ch’io riveggo di notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odor di stoppie bruciate
m’investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M’è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch’io sorvolo
come un ignoto, come un traditore.
La nostalgia delle parole
C’è un’impossibilità, nelle parole: non si può pronunciare qualcosa senza che ne manchi il suo stesso significato. Sono le tre parole più strane. Quelle che, una volta pronunciate, creano il pieno della propria vuotezza.
Wislawa Szymborska era così: vedeva le cose tanto al contrario da vederle alla perfezione.
Quando pronuncio la parola Futuro la prima sillaba va già nel passato.
Quando pronuncio la parola Silenzio, lo distruggo.
Quando pronuncio la parola Niente, creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.
4 Responses to NOSTALGIA DELL’INFANZIA IN UN POESIA DI VINCENZO CARDARELLI E NOSTALGIA DELLE PAROLE
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NOSTALGIA DI CASA
Nel V libro dell’Odissea c’è una scena, descritta intorno al verso 190, in cui Ulisse piange. E’ seduto sulla sponda del mare con le guance rigate di lacrime, consumato dal pensiero del ritorno. In quel momento Ulisse è da sette anni sull’Isola di Ogigia e anche se accanto a sé ha Calipso, una ragazza incredibilmente bella, se ne vuole andare.
Non serve a nulla il fatto che Calipso lo ami follemente e nemmeno che sia una ninfa, figlia del titano Atlante e di un’oceanina. Non serve nemmeno l’incredibile promessa che lei è disposta a fargli pur di farlo restare: offrirgli l’immortalità, insieme alla promessa di passarla insieme, in quel luogo paradisiaco. Niente, non serve a niente.
Ulisse deve partire, ammette che la sua Penelope non regge il confronto con Calipso, che è più bella, ma soprattutto, che è immortale, ma deve tornare a casa lo stesso.
Vuole tornare a Itaca, vuole tornare a casa.
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