Visuale di Pietragalla

Andrea di Consoli denuncia in una sua lettera lucana che la segnaletica è il problema delle strade lucane e che, benché uno dei suoi vanti sia quello di aver girato in lungo e in largo la Lucania (o Basilicata come mi pare preferisca chiamarla ed è detta nella Costituzione) è talvolta costretto a far uso del navigatore digitale.

Di Consoli è troppo giovane ed è nato in Svizzera: non ha fatto esperienza di cavalli, muli e asini che il navigatore digitale avevano incorporato nella testa. Non per nulla i percorsi di strade e viottoli erano stati segnati dai ciucci (Sono fresche le foglie dei mandorli / i muri piovono acqua sorgiva /  si scelgono la comoda riva / gli asini che trottano leggeri, Rocco Scotellaro).
Né Di Consoli può aver conosciuta la vita del trainiere o trainante come sempre Rocco chiamava il padre della sua Isabella.  

Viaggi lunghi lenti faticosi scomodi, sotto il sole, la pioggia e la neve, protetti da enormi ombrelli verdi rigati, che riparavano come tende. Ho fatto in traino molti viaggi, non c’è modo migliore di conoscere palmo a palmo contrade e paesi. Una volta andammo col traino a Campomaggiore a disputare una partita al pallone. Partimmo all’alba.

Il   viaggio che, nonostante quello che mi accadde e sto per raccontare, ricordo con più piacere lo feci nell’estate del 1943, quella della caduta del fascismo e dell’armistizio, tra l’uno e l’altro evento, 25 luglio – 8 settembre.
Accompagnai mia madre, col traino di Implicito, a Palazzo San Gervasio. Fu un viaggio di quattro giorni, due all’andata e due al ritorno, con sosta e pernottamento a Pietragalla. Carlo Levi nel Cristo la nomina per i suoi famosi costumi.
A Pietragalla c’era una taverna e una locanda con un paio di camerette, gestita dallo stesso taverniere. All’andata la locanda era tutta occupata e, solo dopo lungo insistere e supplicare, si trovò modo di arrangiare mia madre, ma per me non ci fu alcuna possibilità di trovare una qualsiasi sistemazione. Mi dovetti rassegnare a dormire nella taverna, che ospitava cavalli, muli e trainieri. Costoro cedettero immediatamente al sonno e presero a russare così sonoramente e dare libero sfogo al vento compresso nel ventre, così rumoroso da sembrare un cannoneggiamento, l’avanzata di una colonna di carrarmati. Con gli occhi spalancati, incredulo, mi guardavo attorno, quando improvvisamente davanti ai miei occhi si presentò lo spettacolo più spaventoso che avessi potuto immaginare e a cui avessi mai assistito. Come dal nulla sbucarono decine di topi, grossi come gatti, che sembravano danzare ritti sulle gambe posteriori, tra le gambe dei muli e dei cavalli alle greppie e attorno ai trainieri ronfanti da una parte e dall’altra del corpo. Fuggii velocissimamente, col cuore in gola e la voce strozzata per il terrore, e passai la notte su una panchina che fortunatamente c’era nella piazza del paese.

 

4 Responses to CARO DI CONSOLI, IL NAVIGATORE DIGITALE CAVALLI MULI E ASINI L’HANNO INCORPORATO NELLA TESTA

  1. Angelo Colangelo ha detto:

    Caro Antonio, bella e interessante come sempre la tua testimonianza, a commento della lettera di Diconsoli. Voglio solo segnalarti, peró, che questi, a parte la giovane età, beato lui, non ignora i muli, gli asini e i cavalli. È significativo, in proposito, che il suo romanzo più bello, almeno a mio modesto avviso, è “Il padre degli animali”. Un abbraccio, Angelo

    • antonio-martino ha detto:

      Ma gli animali di Di Consoli, nato nel 1976, non avevano il navigatore digitale incorporato nella testa. Troppo giovane, beato lui certamente, ma le cose erano cambiate, e anche gli animali.

  2. Maria Paola Langerano ha detto:

    Caro Antonio, è quello che tu descrivi il vero senso del viaggio:l’attraversare il paesaggio, il percorrerlo contrada per contrada. Ma l’immagine dell’incursione notturna dei ratti mi ha letteralmente fatto accapponare la pelle!

    • antonio martino ha detto:

      Figurati la mia 78 anni fa. Ora è un ricordo e la pelle non me la fa accapponare. Ho poi sempre pensato che fosse la vita dei trainieri, che non ci facevano caso.

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