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L’avventura del ragazzo di Tricarico è una storia che sembra evocare il tono drammaturgico sullo  sradicamento di famiglie lucane, scene del film di Luchino Visconti Rocco e i suoi fratelli. Il ragazzo di Tricarico era mio fratello detto Franchino. Egli fu il primo della famiglia a giungere nella città che ha amato le stelle per completare i suoi studi universitari in Fisica appena iniziati all’Università La Sapienza di Roma. Di stelle e di città che ama le stelle Franchino non sapeva nulla, come tutti noi.

In realtà non aveva inizio una delle tante storie di sradicamento di famiglie meridionali, ma della (strana) formazione di una nuova famiglia alla quale io e Titina  avevamo progettato di dare vita. Modena mi era stata assegnata come sede di servizio ed essendo sede universitaria lì Franchino avrebbe potuto portare a termine i suoi studi. Il suo futuro appariva a tutti scontato: una volta laureato sarebbe tornato a Tricarico a fare il professore di Matematica e Fisica.

Donna Giuditta, madre di Titina, in giovane età fu colpita dal morbo di Parkinson e fu resa totalmente invalida da un intervento chirurgico  eseguito da un famoso neurochirurgo di Milano, intervento che, secondo il battage messo in circolo a quell’epoca sull’onda del medesimo o analogo intervento eseguito su un noto ciclista velocista più volte campione del mondo, si riteneva che avrebbe debellato la malattia. Donna Giuditta venne quindi con noi a Modena (e poi ancora a Ferrara dove morì),  assistita da una giovanissima vedova di Tricarico, con una figlia allora bambina.

Dunque, in partenza eravamo sei. Titina, prima che la famiglia si impiantasse a Modena aveva affittato un grande appartamento al quinto piano del condominio n. 20 di piazza Natale Bruni e un bilocale a livello della soffitta.

Eravamo arrivati in sei e diventammo subito otto con la nascita dei nostri figli Luigi e Rosalba, a qualche giorno in più di dieci mesi dell’una rispetto all’altro.

Gli otto elementi stabili si allargavano come fisarmonica fino a tredici in determinati periodi o circostanze e forse secondo programmazione, perché, ritengo, tutt’e tredici assieme non ci potevamo stare.

Mia madre veniva a trascorrere l’inverno  a Modena; la sorella e il fratello di Titina, Paola con la sua famiglia e Giovanni, venivano a trascorrere con la madre Natale e Pasqua e altre Feste comandate.

Franchino, dicevo, fu il primo a giungere Modena. Di poco, un paio di ore. Franchino ero il nome con cui lo chiamavamo in famiglia, ma a Tricarico, ad Amalfi e a Roma, dove visse qualche tempo per ragioni di studio, e a Modena lo chiamavano Franco. In questo racconto lo chiamerò col nome di famiglia.

Egli arrivò da Tricarico a Modena con un camion per il trasporto dei mobili della stanza da pranzo. Erano mobili dei nonni di Titina, Giovanni De Maria e Cristina Lavecchia, passati poi con la successiva generazione al casino di Santa Maria. Titina ne era innamorata, li  fece restaurare da un bravo ebanista di Grassano e sono il pezzo pregiato dell’arredamento della nostra casa.

Arrivato a Modena, Franchino attese seduto sul gradino del condominio l’automobile che portava il resto o parte del resto della famiglia con Titina, che aveva le chiavi del portone e dell’appartamento affittato.

Franchino si laureò, non tornò a Tricarico, divenne a Modena professore di Fisica presso un rinomato Istituto Tecnico Industriale e l’Accademia Militare, sposò Alberta Goldoni, sua compagna di Università, la carissima Alberta, ebbe due figlie, Francesca e Carla e vita breve, morì a soli 50 anni.

Convinto assertore del valore formativo dell’Astronomia, si è adoperò per la realizzazione del Planetario di Modena (la romantica avventura!), tenne numerosi corsi di aggiornamento per insegnanti di ogni ordine di scuola ed è autore di diversi articoli di didattica e di un libro per le scuole superiori.

A Modena visse una breve e intensa avventura.  

2.


Così Cesare Monaco, suo amico e compagno delle elementari, racconta Franchino, la loro amicizia, la sua morte.

«  L’amicizia ha tanti volti che sono anche  quelli delle varie  epoche della nostra vita. L’amicizia con Franchino risale al periodo più bello e spensierato  della gioventù.

E’ stata un’amicizia breve  ma intensissima, nata nel periodo delle scuole elementari, quando l’immaturità  rendeva il rapporto superficiale, maturata poi in gioventù quando le nostre vite, pur divise dalle diverse strade degli studi liceali ed universitari,  si ritrovavano d’estate a Tricarico.

Sono di quell’epoca i ricordi più belli ed imperituri di Franchino che è stato per me il mio vero  indimenticabile amico fraterno.

Mi è capitato recentemente di trovare, in rete, su “Rabatana  bagattelle e  cammei tricaricesi”, della quale non sono un gran frequentatore, un articolo di Antonio Martino (Tonino) , fratello maggiore di Franchino, riguardante il planetario di Modena. Una   bella fotografia di Franchino, in età matura,  ha acceso i sopiti ricordi e sentimenti. Gli occhi si sono perlati di lacrime, il cuore e la mente hanno sussultato   sotto l’onda dei ricordi dell’amico di quei tempi. Come per esorcizzare quel rapporto, sono sprofondato piacevolmente in quei ricordi ed ho avviato la vecchia pellicola, facendo rivivere nitidamente nella mia mente quell’epoca felice e l’amico che non c’è più.

Franchino era tra gli amici di Tricarico  degli anni 50-60 un adone, molto corteggiato dalle ragazze,  prestante ed atletico,  giocava a calcio con  buon valore (faceva parte della squadra del Tricarico che credo militava in promozione),  ed era imbattibile nel ping-pong. Era anche  un provetto centauro con la “Guzzi Airone  250“ che talora sgraffignava al fratello Michele con la quale,  in una mattina di agosto, avemmo una rovinosa caduta (almeno per me). Aveva un’intelligenza fulgida  ed un sorriso mite, che contrastava con il portamento austero, ereditato dal padre. Il suo volto faceva trasparire un animo buono e generoso,  rendendolo  immediatamente simpatico. Era  considerato, tra le altre “virtù”, uno specialista nella cattura dei grilli, tanto che era stato soprannominato  “grillanetto”.

Aveva un segno di riconoscimento unico  e particolare: il suo dito mignolo  della mano destra, non si fletteva  più a seguito di una lesione del tendine, avvenuta  durante le nostre lunghe passeggiate sulla via Appia,  dopo essersi seduto su un vetro  che si trovava sul ciglio della strada.

In Ospedale ebbe la disavventura di imbattersi  in un medico (del quale non faccio il nome) che non fece caso a sistemare anche l’integrità del  tendine, con il risultato finale che non potè, da allora, più flettere il dito. Questa sua invalidità  la usava spesso per giocarci. Al Ginnasio-Liceo di Amalfi, quando doveva  uscire dalla classe, chiedeva il permesso con il classico dito indice alzato, essendo il mignolo  esteso, si creava un gesto inequivocabile, come quello che   si  mostra agli arbitri di calcio, generando una  certa ilarità della classe e le ire del professore.

Il padre, Don Luigi “il daziere”(direttore dell’Ufficio del Dazio sui consumi), aveva un aspetto austero ed era molto severo (almeno così appariva a noi ragazzi).  Non tollerava la sciatteria nel vestire dei figli, tanto che talora  accadeva, che Franchino passando nel Corso davanti al suo ufficio, che era di fronte a casa Molinari, vedendolo ritto sulla soglia dell’ufficio, mentre nascondeva la sigaretta accesa nel pugno della mano,  veniva “passato in rassegna”   dal  suo sguardo severo  e  rinviato a casa a lustrarsi le scarpe.

Franchino frequentava spesso la mia  casa, era amico delle mie sorelle  e di mio fratello più piccolo, Gaetano, i quali  lo amavano e lo consideravano come  uno di famiglia, come anche i miei genitori e le  zie che vivevano con noi. Era sempre molto discreto e cortese nei rapporti con i miei, ma non resisteva di fronte ad un piatto di peperoni  fritti e pomodori (pietanza tipica estiva) che la mia vecchia zia Gaetana preparava per la cena con una maestria unica. Venendo a casa sentiva il profumo inebriante  della pietanza e si faceva preparare un panino con il “ruccolo”  (una specie di pan- focaccia tipico di Tricarico) imbottito con quel ben di Dio, che consumava con un piacere ed un gusto invidiabile.

Nelle vacanze estive degli ultimi anni di liceo ed università,  il gruppo degli amici si rinfoltiva. Ne facevano parte: Amerigo Restucci  – Santoro, Rocchino Ferri, Giannino Santoro, Enzo Menonna , Gerardo Nido, Ninuccio Zasa  e quegli più grandi: Michele Santoro , Ninuccio Bruno, Gigino Menonna,  Peppino Ercoliani, Orazio Molinari e  Franco Pinto,  questi ultimi  che, possedendo  la  “Lambretta Innocenti   125 con avviamento a strappo”, scorazzavano  per il paese ed andavano a “prendere i bagni “ alla “Ajemàre “ o fiume Basento con grande invidia degli altri appiedati. Durante le lunghe passeggiate  tra la “piazzetta” , il  corso, la Piazza, via Regina Margherita e la via Appia,  si parlava  tra le altre facezie,  della nostra insoddisfazione di  vivere in un piccolo paese.

Franchino avvertiva più di tutti questo malessere. La sua carica interna , la sua intelligenza   lo rendevano impaziente   di  uscire da quel ristretto e mortificante  ambiente, per poter realizzare al più presto  qualcosa di utile.  Dopo  la laurea in Fisica, i nostri incontri a Tricarico si diradarono di molto fino a cessare del tutto, dopo la morte della mamma. Sapevo però dei suoi successi in ambito professionale, nell’insegnamento della   Fisica e dell’astronomia, che faceva con  grande passione ed appezzamento; in una delle sue ultime visite a Tricarico mi regalò una sua pubblicazione che custodisco gelosamente.(“Stelle e sistemi stellari”) con  la dedica “a Cesare con affetto fraterno ricordando  i bei tempi andati”.

 Mi aveva parlato  della sua  famiglia e della  piena integrazione  che aveva realizzato a Modena. Sebbene  non ci vedevamo e sentivamo più,  custodivo nei ricordi la sua amicizia come un bene prezioso.

Verso la fine del 1989 gli telefonai comunicando che mi trovavo a Roma per un  Congresso e che avrei avuto  piacere di  rivederlo, mi disse che purtroppo era stato operato  da un luminare della chirurgia di Modena , per una patologia severa. 

Non esitai un attimo a partire e con la morte nel cuore giunsi a casa sua, dove fui  accolto  con tanta tenerezza ed affetto. Le sue forze erano ormai compromesse, tanto che non volle alzarsi dal divano chiedendomi scusa  di ciò. La sua mente era lucidissima, era perfettamente consapevole  dell’ineluttabilità del suo male ma era sereno. Parlammo di tutto per più di due ore, ricordando i periodi più belli della nostra gioventù, mi mostrò le tantissime fotografie degli amici di un tempo di Tricarico, mi parlò del suo lavoro e del grande rimpianto di non poter vedere realizzato il  sogno del suo Planetario. Mi parlò della sua famiglia con tanta tenerezza ed amore, raccontandomi delle figlie e dell’adorata moglie Alberta. Mi disse della passione di una delle figlie per il Pianoforte,  la chiamò e le chiese di suonare un brano di musica classica, ella  si scherni più volte,  ma dietro le sue insistenze  acconsentì  come a  soddisfare  un suo ultimo desiderio. Fui molto colpito da quel gesto di amore della figlia, tanto che divenne per me qualcosa di straziante, ben sapendo che tra non molto  il padre non ci sarebbe più stato.

 Bisognava che ripartissi, ci abbracciammo e salutammo in silenzio, presi un taxi e scappai via con il cuore a pezzi. Durante tutto il viaggio in treno  da Modena a Roma il suo ricordo non mi lasciò più, ero confuso, prostrato, in preda ad una grande amarezza, ero come isolato dal mondo esterno, non feci altro che piangere per l’amico perduto.

Dopo qualche giorno mi giunse la  notizia della Sua morte, codardamente  non volli andare al Suo funerale; Franchino per me era morto il giorno della mia visita  a Modena e non volevo più piangerlo ma ricordarlo da Vivo.»

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Franchino ha ancora molti amici a Tricarico, che si ricordano di lui, gli vogliono bene e della sua romantica avventura modenese sanno poco o nulla. Di questo sono felice, perché significa che il bene che questi amici gli vogliono, a trentadue anni dalla sua morte, è spontaneo, gratuito e vivo.

D’altra parte non è semplice capire che cosa abbia fatto di speciale il “fondatore” di un planetario, quale sia il merito di Franchino, il significato e l’utilità del suo appassionato impegno di oltre vent’anni, che richiama ancora ogni anno, a oltre trent’anni dalla sua morte, migliaia di visitatori, studenti e studiosi.

Il termine planetario si riferisce infatti ad uno strumento ottico utilizzato per riprodurre in modo estremamente realistico la volta celeste su uno schermo di proiezione. Per estensione, spesso viene usato anche per indicare l’edificio che ospita tale apparecchiatura. Se si dice planetario si pensa a un telescopio, che in verità come strumento ottico non ha nulla a che vedere col planetario. In ogni caso resterebbe senza risposta la domanda: di che cosa è fondatore chi compera o acquisisce un planetario?   

Non so cosa sappia il c aro amico Peppino Passarelli. Certamente nutre nei confronti di Franchino un profondo affetto e ha per lui una grande considerazione. Una volta mi fece sapere di aver proposto al sindaco di Tricarico che una via del paese fosse a lui dedicata, suggerendo, come soluzione pratica, di sostituire il nome di una città, che attualmente intesta una via, col nome di Franchino.

Ringraziai Peppino con profonda commozione e, in spirito di verità, con le lacrime agli occhi, e gli espressi il mio parere sulla sua proposta. Franchino, gli dissi, ha donato alla Città di Modena una istituzione educativa e scientifica monumentale, che resiste nel tempo, a oltre trent’anni dalla sua morte, consentendo di svolgere una grande e intensa attività culturale e didattica. La Città di Modena ha apprezzato il contributo che un giovane lucano aveva dato alla Città della Ghirlandina, che aveva amato le stelle e non poteva non amarle ancora, costellando anche di Meridiane i Paesi del Circondario (particolarmente interessante e significativa quella di Nonantola, la città della notissima Abbazia), e ha dedicato il Planetario a mio fratello nella stessa occasione della sua inaugurazione. Il nome di Franchino è scritto sul logo del Planetario, a grossi caratteri  sulla torre di ingresso affacciata su una via di intenso e veloce scorrimento, e l’opera e la personalità a cui essa è dedicata sono visibili, ogni giorno, a centinaia di persone, a parte la frequenza del Planetario da parte di migliaia di studenti e studiosi.

Franchino, feci notare a Peppino, ha dato molto a Modena, dove giunse amcora ragazzo per completare i suoi studi, vi rimase e visse poco; Modena gli ha restituito un ricordo che non sarà più cancellato. Come fratello e anche come tricaricese pensavo e penso che a Tricarico non dovrebbe essere ricordato con la burocratica intestazione di una via, ma per la simpatia che si era conquistata, l’affetto dei suoi amici, di chi gli ha voluto bene e lo ricorda con immenso affetto e commozione, come ha testimoniato sul mio blog Rabatana il suo grande amico Cesare Monaco col ricordo prima riportato. Finché verrà ricordato.

L’affetto dei suoi amici si è recentemente di nuovo dimostrato a tanti anni dalla sua morte. Non so dire la commozione che mi ha preso quando ho ricevuto la telefonata della carissima amica Antonietta Carbone, Direttrice del Museo del Palazzo Ducale, per informarmi che quando Cesare Monaco, in occasione della presentazione del suo bel libro Il fanciullo dell’estate, ha ricordato Franchino, si era levato un applauso al quale si unì tutto il pubblico presente.

Ho molto riflettuto, mi sono domandato se avrei fatto bene o male a far conoscere agli amici di Franchino che cosa è davvero il Planetario di Modena – non un semplice telescopio – e con quale impegno e passione Franchino ha contribuito alla sua progettazione e costruzione. Infine ho pensato che non si può lasciar passare il silenzio del sindaco di Tricarico sulla proposta di Peppino Passarelli. Non può un sindaco degno della fiducia accordatagli dalla sua comunità  e della sua funzione democratica e popolare non cercare di capire il perché di una tale proposta e farne  spallucce, senza cecare prima di farsi un’idea, positiva o negativa, bene o male. 

Faccio notare che ho già detto qualcosa che va oltre lo strumento ottico, va oltre il telescopio parlando di istituzione educativa e scientifica, di attività culturale e didattica. Aggiungo che Franchino vedeva nel planetario non solo lo strumento più idoneo e spettacolare per l’insegnamento dell’Astronomia, ma anche il luogo in cui avrebbero potuto trovare stimolo ed alimento le didattiche di tutte le discipline che all’Astronomia in vario modo sono correlate e allo scopo fondò il Centro Sperimentale per la Didattica dell’Astronomia (CeSDA), sul quale tornerò. Al centro del suo interesse, in sostanza, erano la scienza, la didattica e la sperimentazione. Sperimentazione in senso galileiano, cioè scienza basata sull’esperienza.

Riprendo il filo del discorso per spiegare perché ho inteso porre in evidenza che questo è il racconto di un “ragazzo di Tricarico”. Il Planetario sorge in una ridente zona verde; c’è un cancello all’ingresso le cui due ante sono appoggiate, una, alla torre, della quale sopra è riportata l’immagine e l’altra a un  muro, sul quale è attaccata una targa con la seguente scritta: Prof. Francesco Martino  – Tricarico (MT) 17. 07. 1939 – Modena 19.12.1989.

Contrariamente a quanto è scritto sulla targa, Franchino non è nato a Tricarico, ma a Palazzo San Gervasio. A Tricarico, quando la nostra famiglia vi si trasferì, gli mancavano  tre mesi al compimento del secondo anno. Tuttavia credeva e certificava di essere effettivamente nato a Tricarico, a Modena così sapevano e scrissero sulla targa del Planetario e io non ho mai segnalato il falso anagrafico. La nascita a Tricarico per lui non era un fatto, un caso non verificatosi, ma una sua scelta.

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Se si interroga la rete si può sapere moltissimo, tutto, del Planetario di Modena e del ruolo primario di Franchino  nella sua fondazione e costruzione.

Racconto questa storia particolare seguendo le storie tramandate da due docenti, scrittrici e giornaliste modenesi: Nunzia Manicardi  e Olimpia Nuzzi. Non racconterò tutta la storia del planetario, ma la parte romantica dell’avventura vissuta da Franchino.

Nunzia Manicardi, giornalista, scrittrice, docente, 4 lauree, innumerevoli collaborazioni di rilievo, all’attivo trenta libri e oltre 1.200 articoli. Vincitrice del Premio AISA-Fano 2007 per il miglior libro italiano di storia dei motori, è fra i protagonisti dell’Annuario “Who’s Who in Italy 2009” e, dal 2005, Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Con Koinè Nuove Edizioni ha pubblicato: “Quel diabolico Ferrari”, “I figli di Togliatti” e “Casi da pazzi. Quando Giustizia, Psichiatria e Servizi Sociali incrociano la strada del cittadino italiano”.

Presso Il Fiorino di Modena ha pubblicato un libro di 180 pagine, Modena e l’Astronomia, con sottotitolo L’avventura del Planetario in una città che ha sempre amato le stelle, al quale ho ispirato la presentazione dell’avventura di Franchino.

È un libro, questo della professoressa Mainardi, con numerosi documenti, fotografie e testimonianze dirette, pubblicato con il patrocinio del Comune di Modena, della Provincia di Modena, del CeSDA Centro Sperimentale per la Didattica dell’Astronomia, del Civico Planetario “F. Martino” di Modena, dell’Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Modena

Un’avventura di idee, scrive la professoressa, sostenuta dai fatti e cementata da uno spirito di gruppo che non è mai venuto meno nel corso dei decenni e che ha permesso il raggiungimento di obiettivi altrimenti impensabili. Quella del Planetario di Modena è storia di persone ma anche storia di una collettività che si è arricchita attraverso il contributo dei suoi membri in un’adesione così stretta fra privato e pubblico che non trova forse riscontro in altre realtà italiane.

Quello che è da sottolineare del Nucleo fondatore e dirigente – ha sempre la professoressa Manicardi ad avere la parola – è la passione e la solidarietà che ricordano quelle delle famiglie contadine modenesi di una volta.

… Anche se il percorso di nascita e di crescita del planetario non è stato scevro di difficoltà, soprattutto in termini brocratici e anche se le foze a disposizione non sono  state quantitativamente rilevanti, il gruppo ha semère saputo la vorare in armonia e condivisione e questo anche quando le opinioni personali si rilevavano fortemente divergenti le une dalla altre.

Mi sento quindi di formulare una parziale lista di co-fondatori del Planetario:  Antonio Boccaletti, elettrocista, che a 88 anni nel 2017, continua a offrire i suoi servizi, Luciano Gibertoni, tecnico meccanico, presente fin dall’inizio, del quale conservo riconoscente e vivo ricordo, Umberto M. Lugli, primo direttore del planetario, poi direttore onorario e consulente e conferenziere, Giorgio Goldoni, docente, Giuseppe Gagliani Caputo, conferenziere, Mauro Di Savoia, fotoreporter, Ester Cantini, docente e conferenziera.  

Il libro ci riporta a due date cruciali: aprile 1990 – quattro mesi dopo la morte di Franchino –  e 1975, da quando a Modena esiste un Planetario inteso come attività didattica e sperimentale. Al 2017 – conclude la professoressa – sono 42 gli anni del Planetario di Modena, 27 quelli in cui prende il nome del suo fondatore su proposta degli enti prima citati, venendo così in evidenza che si tratta dello stesso Planetario.

Mi chiedo – e forse pecco per eccesso di amore fraterno – se Modena, la città che ha amato le stelle, non abbia vissuto a tuttora non viva l’avventura del Planetario per esclusivo merito di Franchino.

 Olimpia Nuzzi, dopo la laurea in Lettere Classiche, con tesi in Glottologia, ha insegnato negli istituti superiori di Modena. Collega di Franchino presso l’Istituto Corni, è stata anche giornalista radiotelevisiva in rubriche socio-culturali. Ha coltivato vasti interessi: dal rapporto lingua-dialetto, alla  storia locale; ha presentato la storia del Lavoro a Modena dal Medioevo ad oggi, facendo emergere perché Modena sia diventata la capitale dei motori e della meccanica. Ha preso in esame la storia di un quartiere che è stato sempre il cuore economico della città. Ha esaminato aspetti della Resistenza modenese in chiave socio-antropologica. Ha recuperato e ricostruito dalle foto momenti significativi della Modena dell’Ottocento, dimostrando l’importanza storica della iconografia nonantolana Per i 150 anni dell’Unità d’Italia, ha pubblicato Le Società Centenarie Modenesi (2011).

È consulente storico culturale dell’associazione Amici del Corni e cura nelle loro news la rubrica Il Personaggio.  

“AMICI DEL CORNI” è nata nel 1999, è composta da ex-studenti e da ex-docenti degli istituti Corni, si fonda sul volontariato ed ha come obiettivo primario la giusta rivalorizzazione e il continuo sviluppo di quella importante cultura tecnico-professionale che per tutto il Novecento ha creato e amplificato le varie realtà della Modena industriale ed artigianale.

La professoressa Nuzzi scrive  – e io ne ho il ricordo – che fin dagli inizi degli anni Settanta Martino (docente al Corni dal 1969) aveva in mente di realizzare un centro di didattica dell’Astronomia, un Planetario (il CeSDA), cioè lo strumento più idoneo non solo per insegnare tale disciplina, ma anche per poter spiegare meglio tutte le scienze ad essa correlate. Ma egli all’epoca era a Modena un pioniere solitario, non c’erano mezzi e neanche la volontà di collaborare in un simile progetto.

Nella storia del Planetario di Modena, quindi, ai 42 anni (più quelli che se ne vengono aggiungendo col trascorrere del tempo) bisogna aggiungerne cinque precedenti. Cinque anni diversi e diversamente problematici, ma che di quella storia fanno ugualmente parte. Cinque anni in cui Franchino credeva a fondo nel suo progetto, anche se non trovava chi lo comprendesse, non trovava aiuti.
Mi ricordai, quando morì, di quello sfortunato inizio romantico della storia, mi ricordai di un piccolo planetario che mise sul terrazzo della sua casa. Mi faceva sorridere, pensavo che fosse matto.
Vegliavo accanto alla sua bara ancora scoperta, mi trovai solo e infilai nel taschino della sua giacca un saluto che scrissi su un biglietto da visita: «NO, Grillanè ,non tornerai a Tricarico ad acchiappare grilli. Hai buttato il sangue per vent’anni. Tu sei il Planetario di Modena».
Vent’anni, scrissi senza pensarci, senza fare conti, non quindici. Quattro mesi dopo al Planetario dettero il suo nome. Il Francesco Martino lo chiama la scrittrice Nunzia Manicardi.

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La professoressa Nuzzi, nel ricordare mio fratello nella rubrica degli Amici del Corni, riporta il ricordo dei suoi alunni di Quinta A di Energia Nucleare dell’TIS “F. Corni” in occasione del suo funerale. Lascio a lei la parola:

«   Quello che gli studenti, non solo del “Corni”, hanno testimoniato nel corso degli anni è un sentimento di profondo rispetto, gratitudine e ammirazione per un insegnante che metteva, è vero, una grande soggezione, ma affascinava per la profondità della sua cultura e per la passione con cui cercava di trasmettere le conoscenze ai giovani. Li impegnava in esercitazioni concrete: misuriamo la distanza terra-luna, misuriamo l’altezza dei monti lunari, calcoliamo la gittata balistica di un proiettile, sono solo piccoli esempi del suo modo di insegnare. Anche i bidelli ricordano la profonda attenzione con cui i ragazzi seguivano le sue lezioni, come “magnetizzati” dalle sue spiegazioni.

I colleghi e i collaboratori ricordano che Francesco Martino era un vulcano pronto a sprigionare nuove idee e a proporre iniziative didattiche che fossero coinvolgenti per gli studenti nella convinzione che … non è possibile insegnare scienza senza fare scienza … (come egli sosteneva) e che le idee del presente si possono comprendere meglio se si conosce anche lo sviluppo storico che le ha generate
Il tecnico del suo laboratorio, Luciano Gibertoni ricorda: “ Aveva continuamente bisogno di apparecchiature non reperibili in commercio e perciò bisognava costruirle, come ad esempio quelle che lui chiedeva per preparare le sue classi ai concorsi nazionali di Fisica (I giovani e la scienza) che il “Corni” immancabilmente vinceva ogni anno … .”

Nel 1975, partecipò ad un convegno presso l’ Osservatorio Astronomico di Capodimonte dell’Università di Napoli e a Napoli scoprì la sua stessa passione nel collega Mario Umberto Lugli, titolare della cattedra di Fisica Applicata nella sezione di Fisica Industriale al “Corni”, giunto a Modena da poco, dopo anni di insegnamento a Milano.

Martino aveva trovato un alleato per realizzare il suo progetto. Occorreva, però, trovare uno spazio. In un’ala dell’edificio “Corni”, una vecchia torre in disuso, piena di calcinacci e rottami vari, fu individuata come lo spazio di cui c’era bisogno. Il preside Ennio Ferrari mise i locali a disposizione e cominciò l’avventura che coinvolse in puro volontariato i due professori e il tecnico di laboratorio, Luciano Gibertoni, il quale ricorda come facessero con entusiasmo tutto quello che c’era da fare, trasformandosi di volta in volta in facchini, muratori, elettricisti, falegnami.

Franchino, docente anche all’Accademia Militare, riuscì ad avere una strumentazione ormai obsoleta per l’Accademia, ma utile a lui per provare a costruire un piccolo planetario. La soluzione adottata, cioè una cupola di polistirolo, non diede risultati soddisfacenti.

Nel 1977, finalmente viene realizzato il suo progetto. Ll’ITIS “Corni” acquista un planetario giapponese, nuovissimo ed alquanto economico, il Goto EX3 con una cupola di tre metri di diametro e la capienza di una classe alla volta. Costa un milione e mezzo, è il primo ad essere importato in Europa e viene comprato grazie al contributo di alcune banche.

Cominciano le lezioni al Planetario e non solo per gli studenti del “Corni”: le frequenze di alunni sono sempre più numerose e si arriva a tremila presenze per anno scolastico. Alle lezioni si aggiungono corsi di aggiornamento per docenti, conferenze, stesura di schede didattiche per gli alunni e per i docenti, stesura di articoli per il Giornale di Astronomia della Società Astronomica Italiana (SAIT) che ha sede ad Arcetri (Firenze) e di cui Franchino è socio e collaboratore
Il centro astronomico modenese è ormai abbastanza noto e a Franchino sono richieste lezioni anche in altre città, come ad esempio all’Università di Trento dal prof. Zanetti, presidente dell’AIF (Associazione Italia di Fisica). Franchino accetta e nel corso di aggiornamento per insegnanti di Fisica ottiene, come docente, di usare il planetario del Corni. Il successo delle lezioni è tale che l’Università di Trento prenota subito l’acquisto di un planetario.

Il Planetario del Corni comincia ad organizzare meeting di astronomia a cui partecipano ditte italiane e straniere, astronomi, studiosi, ragazzi di tutte le scuole con i loro insegnanti, anche delle scuole elementari. E si resta stupiti nel vedere che dei bambini, dopo le lezioni, mostrano di aver recepito bene il concetto di “grado” e con sestanti semplicissimi tra le mani sono capaci di rilevare l’altezza in gradi del sole a mezzodì o della cima di un albero o della Torre dell’Accademia, ecc., con margini di errori molto contenuti.

Il Comune di Modena, sollecitato da questa realtà scientifica di alto livello che esula dai confini provinciali, interviene e costruisce il nuovo planetario, lo Zeiss mod. ZKP2, con cupola di dieci metri e capienza di 80 posti: è privo di barriere architettoniche, dispone di una capiente aula magna per conferenze e corsi, una biblioteca, una saletta didattica, un gabinetto fotografico, un pendolo di Foucault alto circa 9 metri e un’aula per il piccolo GOTO EX3, pronto all’uso per chi voglia utilizzarlo autonomamente con la propria classe.

Nel 2008, anno internazionale dell’Astronomia, la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena ha permesso la realizzazione di un altro piccolo osservatorio sulla terrazza del Planetario per trasmettere in diretta, nella cupola, le immagini di oggetti celesti durante lo svolgimento di conferenze o di incontri didattici con le scuole.
Oggi, mediamente, al Planetario arrivano ogni anno circa 10 mila studenti, dalla scuola materna all’università, e un pubblico che sfiora le 3 mila persone. Il programma didattico, collegato a quelli delle varie scuole, prevede geografia astronomica, scienze naturali, fisica.

La gestione del Planetario è affidata al CeSDA (Centro sperimentale per la didattica dell’Astronomia) che conta una ventina di soci impegnati nelle varie attività didattiche e organizzative […]  »

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«Modena ha sempre amato le stelle, ma non sempre se lo ricorda». Per questo Nunzia Manicardi dichiara di aver voluto scrivere il suo libro che racconta la storia del Planetario, «un’istituzione cittadina che non ha una valenza solo locale, ma nazionale», e la genesi del Planetario, dall’idea alla vera e propria nascita sia nel significato di edificio che in quello di strumento d’osservazione del cielo. Infatti – è sempre la professoressa Manicardi che parla – il planetario di Modena rimane tutt’oggi insuperato perché rappresenta una ricchezza, sia dal punto di vista edilizio, che dei materiali che per la didattica che contiene. Qui è tutta la romantica avventura dello sfortunato ragazzo di Tricarico.

Dietro al planetario vi era l’intento di sfruttare l’astronomia per incentivare tutte le altre materie scientifiche a livello didattico. In altre parole. si cercava di invogliare gli studenti (che anche nel ’75 non erano molto interessati alla matematica) a fare calcoli utilizzando l’astronomia, perché con essa studiavano più volentieri. Elaborata l’idea l’attività è stata intensa e di altissimo livello e così è ancora oggi.

Come il Marco Polo delle Città Invisibili, che parte dal tassello di legno di una scacchiera per spiegare al Gran Kan quanto lavoro si nasconda dietro a quel gioco, la scrittrice modenese afferma di essere partita dal Planetario per raccontare la storia di tutta l’astronomia a Modena. Una storia antica e piena di eccellenze, come Geminiano Montanari, studioso del 1600 che disegnò la carta della Luna, osservandola dalla torre del castello di Panzano. «Era andato lì per disegnarla – prosegue l’autrice – in maniera realistica e non con le figure mitologiche, come invece si faceva allora. La carta della luna è stata la prima del suo genere a livello mondiale». Montanari non è stato l’unica eccellenza modenese: «Amici, Tacchini, Bianchi, Annibale Riccò… ne abbiamo avuti molti» conclude la Manicardi. «Questo testo – sottolinea la scrittrice – è il primo e unico dedicato a un planetario, o meglio: alla storia di un planetario. In questo modo il FrancescoMartino non rimane solo uno strumento di didattica, ma diventa cultura in senso più esteso. Tutt’oggi questo planetario è un unicum. Bisognerebbe che non ci meravigliassimo, perché a Modena abbiamo una cultura ricchissima di cui non sempre, purtroppo, siamo consapevoli».

All’uscita del libro la stampa locale mette in evidenza che Nunzia Manicardi ha dedicato un altro libro alla sua città e a una delle sue più belle e importanti realizzazioni: il Civico Planetario “Francesco Martino”, che ha valenza non solo locale ma nazionale. Un libro con numerosi documenti, fotografie e testimonianze dirette, con il patrocinio degli enti innanzi citati. Era ora, si sostiene, che un libro sul Planetario e sui suoi 42 anni di vita venisse dato alle stampe. Si tratta di un’eccellenza nazionale. Il Planetario di Modena è infatti uno dei più importanti, attivi e longevi Planetari italiani, caratterizzato da grande serietà e professionalità e con una storia astronomica locale che risale al 1600 e che annovera come modenesi alcuni dei più grandi astronomi e ottici di tutto il mondo e di tutti i tempi.  È un Planetario unico nel suo genere in Italia per ricchezza di spazi e di materiali. Ancora oggi rimane insuperato.

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Il Planetario è formato di apparecchi ottici e strumentazione tecnico-scientifica e di un edificio, affidato alla gestione del CeSDA. Questo è l’acronimo di numerosi Centri di studio di varie discipline: dal diritto amministrativo, alla ricerca e documentazione sulle droghe, ai disturbi dell’apprendimento, al diritto della assicurazioni ecc. In questo caso, come si già detto, l’acronimo si svolge in Centro sperimentale per la Didattica dell’Astronomia.

Il CeSDA fu visto non solo come lo strumento più idoneo e spettacolare per l’insegnamento dell’Astronomia, ma anche il luogo in cui avrebbero potuto trovare stimolo ed alimento le didattiche di tutte le discipline che all’Astronomia in vario modo sono correlate.

La professoressa Nuzzi sostiene che Franchino ebbe l’idea del CeSDA sin dall’inizio degli anni 70. Mi sento di confermare questa testimonianza, perché ricordo che egli me ne parlò. Si si poneva il problema essenziale per l’attività del Planetario di raccogliere la gestione in un qualche organismo; c’era un gruppo di persone interessate a vario titolo all’astronomia e gli suggerii che si costituissero in associazione.

Si legge sul libro della professoressa Manicardi, secondo quanto le era stato riferito, che il CeSDA fu fondato nel 1975 da due professori di fisica dell’Istituto Corni importando dal Giappone tramite gli USA un piccolo planetario. Questo punto va chiarito. Fondare il CeSDA significa dar vita a un soggetto di diritto e l’importazione di un piccolo planetario non è atto costitutivo di un soggetto di diritto; se il CeSDA l’ha acquistato significa che c’era già come soggetto di diritto, che era già stato fondato; resta da vedere come e in che forma. 

La professoressa Nuzzi, da parte sua, sostiene che Franchino ne aveva avuta l’idea sin dagli inizi degli anni 70.  Il 1975 resta comunque una data molto importante. Sfidando incredulità e smuovendo indifferenze, si riuscì a dimostrare che simili piccoli planetari risultano utilissimi per l’insegnamento e l’apprendimento della Geografia Astronomica. La collaborazione prestata a Franchino dal suo collega prof. Umberto M. Lugli fu fondamentale, ma la verità storica è che di Martino non resta solo il nome sulla parete del Planetario. Egli è il fondatore, non il co-fondatore del Planetario e del CeSDA.

Bisogna chiarire il concetto di associazione. Il codice civile distingue tra associazioni riconosciute come persone giuridiche e associazioni non riconosciute come persone giuridiche. Le prime sono associazioni che hanno chiesto ed ottenuto questo riconoscimento; le seconde sono quelle che non l’hanno chiesto o che, pur avendolo chiesto, non lo hanno ottenuto. Il CeSDA, quindi, va classificato in un primo tempo come associazione non riconosciuta come persona giuridica.
La diversa condizione giuridica nella quale l’associazione versa a seconda che sia riconosciuta o no è solo in parte coerente con il concetto logico di persona giuridica. Infatti la condizione giuridica delle associazioni non riconosciute è, per molti aspetti, parificata a quella della associazioni riconosciute come persone giuridiche; ed è constatazione oramai generale che anche alle prime competa, come alle seconde, la qualità di soggetto di diritto, che ad esse spetta anche senza il riconoscimento.
Il codice civile del ’42 e, nel ’48, la Costituzione sono state le fasi di una trasformazione della liberà di associazione pure proclamata dallo Statuto albertino, ma la libertà che questo proclamava non era vera libertà.  Lo era per ciò che atteneva alle iniziative economiche dei privati e, anzi, noncurante del formarsi di centri di potere economico, ma diffidente, al tempo stesso, nei confronti dei movimenti  organizzati d’opinione, rispettoso del loro possibile tradursi in centri privati di potere politico. Il codice civile, in coerenza, regola le associazioni non riconosciute alla stregua di altrettanti soggetti di diritto, il riconoscimento non è più condizione necessaria perché l’associazione possa agire come soggetto  di diritto a se stante, ma è, più limitatamente, condizione necessaria  affinché l’associazione – già di per sé capace di instaurare, quale autonomo soggetto di diritto, rapporti giuridici con i terzi – possa acquistare talune specifiche prerogative, come il beneficio di limitazione di responsabilità dei suoi amministratori e la possibilità di accettare l’altrui liberalità.

Di fatto è accaduto che, ignorando questo processo di crescita democratica e culturale, si è ritenuto che il CeSDA sia stato “costituito” con il suo riconoscimento, richiesto e ottenuto il 3 settembre 1990, quando Franchino era morto da circa 9 mesi, motivo per cui il suo nome non compare tra i soci.
È così accaduto che la storia del CeSDA (e, si può dire, del Planetario) sia stata fatta iniziare dal suo riconoscimento come persona giudica (ovvero, secondo altri, dall’inaugurazione del planetario); in ogni caso dopo la morte di Franchino. La fase precedente risulta annullata o, tutto al più, considerata semplicemente ufficiosa o di fatto; è una fase della durata di 15 anni, o 20, in base al ricordato saggio della professoressa Nuzzi, che finisce con la morte di Franchino. Secondo questa errata ricostruzione la vera storia del CeSDA e del Planetario inizia dopo la morte di Franchino; a lui resta come atto di pietà il nome sulla parete del Planetario.

Uno stravolgimento inaccettabile. In verità e in realtà una è la storia del Planetario, uno è il CeSDA, uno è il Fondatore, Francesco Martino. La professoressa Manicardi rende icasticamente la realtà quando nel 2017 scrive che a Modena da 42 anni esiste un planetario, e lo chiamerà il Francesco Martino.

Quanto si è detto sulle associazioni non riconosciute lascia intendere che esse nascono tramite un atto di autonomia, un contratto concluso tra i fondatori, detto atto costitutivo. Il suddetto atto non è soggetto ad alcun vincolo di forma. Pertanto, potrebbe essere redatto tramite una semplice scrittura privata o addirittura oralmente. Il CeSDA, quindi, non viene costituito il 3 settembre 1990, ma in forma non riconosciuta nel 1975 o in data anteriore, che allo stato delle ricerche non si conosce o potrebbe essere impossibile o difficile conoscere se l’atto costitutivo fu stipulato verbalmente. Il CeSDA non riconosciuto  come persona giuridica è esso stesso a chiedere poi, nel 1990, il riconoscimento come persona giuridica. Questa è la corretta ricostruzione della vicenda.

Franchino non compare nell’elenco dei soci del CeSDA e va in verità ricordato che nella premessa dell’atto costitutivo è scritto che « i Soci vogliono che sia citato a tutti gli effetti ed anche nel libro dell’Associazione, quale socio fondatore l’amico e collega Francesco Martino, il quale avrebbe senz’altro partecipato insieme a loro all’atto costitutivo se non fosse precedentemente scomparso.» Un apprezzabile atto di cortesia e di riconoscenza per il collega che non c’è più, ma non si dimentichi che il CeSDA l’aveva fondato Franchino venti o quindici anni prima e che questa è una storia non soggetta a soluzioni di continuità. Per ripeterla brutalmenente il CeSDA non ancora istituzionalizzato, come la storia è raccontata, non sono quattro amici al bar, ma un soggetto di diritto.

La proposta di realizzare a Modena un Planetario venne accolta con entusiasmo da parte del mondo della istruzione e della cultura e con interesse da parte dell’Amministrazione Comunale. Questa nel 1980 acquistò il proiettore ZKP2 della Zeiss e nel 1990 inaugurò il Planetario capace di accogliere sotto la sua cupola 76 spettatori, privo di barriere architettoniche; dispone di una capiente aula magna per conferenze, seminari e corsi, una biblioteca, un laboratorio solare, un’aula contenente il piccolo planetario acquistato dal Giappone, pronto all’uso per chi volesse utilizzarlo autonomamente con la propria classe, un gabinetto fotografico, un pendolo di Foucault alto 10 metri ed una torre osservatorio.

L’attività del CeSDA si è nel tempo articolata e sviluppata attraverso corsi di aggiornamento per docenti e di approfondimento per studenti, conferenze, pubblicazioni, organizzazione di congressi e partecipazione a commissioni didattiche.

Il CeSDA ha anche ideato i Meetings degli astrofili italiani, raccogliendo in particolare quei docenti che utilizzavano piccoli strumenti didattici di loro ideazione e costruzione. Nel tempo il CeSDA ha collaborato con Amministrazioni comunali, Associazioni culturali, Biblioteche civiche; ha organizzato corsi di durata biennale per conduttori di planetari, ha prodotto strumenti didattici, materiale informatico e pubblicazioni.

(Continua)

 

6 Responses to FRANCHINO: L’avventura di un ragazzo di Tricarico nella città che ama le stelle

  1. Giuseppe Passarelli ha detto:

    Tonino! Sono veramente commosso per avermi menzionato in questo ricordo di Franchino. Il mio pensiero, penso sia comune a tanti altri paesani che hanno conosciuto e apprezzato le suo qualità! Vorrei poter portare a termine questa mia idea, ma la burocrazia in Italia la fa da padrona! Questo tuo scritto lo inoltrerò senz’altro, ancora una volta a chi di dovere! Penso che il problema Covid si stia affievolendo, al Sindaco di Tricarico non dovrebbe mancare un po’ di tempo da dedicare al nome di FRANCO MARTINO! Un caro ed affettuoso abbraccio.
    Peppino.

  2. domenico langerano ha detto:

    Ciao Antonio, il tempo dedicato a leggere tutto il tuo scritto e le citazioni fatte meritano un ringraziamento da parte mia perché pur conoscendo da tempo alcuni aspetti della bellissima storia di tuo fratello Franchino non ne conoscevo quelli che tu chiami gli aspetti ‘romantici’, del cuore di tuo fratello e sottoscrivo la proposta della titolazione di una strada a quello che anch’io, di una generazione appena successiva, conoscevo, dal giudizio delle mie sorelle più grandi di me, come uno dei più bei ragazzi di Tricarico, una mia sorella, Rosetta, era una grande amica di tua sorella e qualche volta, dovendo badare a me, mi ha portato a casa tua, sotto la cattedrale.
    Franchino aveva ragioni da vendere circa il fascino che la visita a un planetario esercita sui ragazzi, io ne ho avuto controprova ogni qual volta ho potuto portare gli alunni dell’ITIS di Matera, dove ho insegnato Disegno tecnico, a vedere quello di Napoli aperto nella cosidetta città della scienza, ne uscivano entusiasti ed effettivamente con un nuovo rispetto per il valore della matematica e della fisica.
    Un abbraccio nel ringraziarti per queste bellissime pagine che mi hai consentito di leggere
    Mimmo

  3. Maria Paola Langerano ha detto:

    Ho frequentato il liceo-ginnasio Ugo Foscolo di Pavia e la visita al Planetario di Milano è stata una delle uscite didattiche più interessanti che ricordo. A mia volta, a Roma, con la mia collega di Scienze Matematiche, ho accompagnato i ragazzi al Planetario dell’EUR. In queste occasioni ho riconosciuto nei loro occhi la mia stessa emozione. Tuo fratello che il tuo scritto mi ha dato la possibilità di conoscere, è una di quelle persone che fanno di un docente un Maestro. Grazie, Antonio!

    • antonio martino ha detto:

      Grazie. Sto cercando di lasciare un ricrdo di mio fratello in un libro. Il suo impegno è stato per la Buona Scuola.
      Antonio

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