Fu il primo novembre 2009. Due giorni dopo, il 3, il quotidiano L’Avvenire col titolo «È morta con padre Pio» racconta l’incontro con l’ultima persona che ha voluto conoscere in vita, un frate cappuccino. L’articolo è firmato Lucia Bellaspiga.

«   Se n’è andata da vera artista, con un colpo di scena. Convocando al suo capezzale – come quando chiamava gli amici nella sua casa sui Navigli e li riceveva a letto – l’ultima per­sona che ha voluto conoscere in vita, un frate cappuccino. Lo ha scelto oculatamente e ocu­latamente lo ha convocato. «Non ci eravamo mai incontrati – racconta adesso padre Gian­luigi Pasquale, frate a Venezia, docente di Teo­logia fondamentale alla Lateranense di Roma –, ma in agosto lei chiese di conoscermi, dopo aver letto i miei volumi su Padre Pio: aveva scrit­to un libro di poesie sul santo e voleva la mia prefazione. Io ero molto impegnato e dovetti ri­mandare l’invito, ma Alda Merini mi rispose sicura: ‘Lei verrà certamente da me’. Poi più nul­la fino al 28 ottobre…».

È quel giorno, infatti, che padre Pasquale rice­ve una chiamata da Giuliano Grittini, fotografo personale e amico della poetessa: «La Merini la vuole assolutamente vedere il primo novembre, giorno di Ognissanti». Un appuntamento pre­ciso, di fronte al quale il frate, spesso in viaggio tra Italia ed estero e poco incline a improvvisa­zioni, ‘sente’ di non potersi sottrarre: «Ho im­mediatamente fatto il biglietto elettronico del treno. Non mi riconoscevo neppure io». Quando arriva a Milano sono le 10 del mattino del primo novembre, l’ultimo giorno che Alda Merini trascorrerà su questa terra, ma lui non lo sa. In realtà non sa nemmeno che la poetes­sa sta male ed è ricoverata. «Credevo di anda­re a casa sua, invece Grillini mi porta all’ospe­dale San Paolo», racconta ancora profonda­mente commosso. Entrato nella camera della Merini, che appare serena, è colpito subito dal gran numero di oggetti religiosi che la circon­dano, dalle bruciature di sigaretta un po’ o­vunque, e dalla richiesta che la Merini fa all’in­fermiera: vuole lo smalto rosso sulle unghie. «Dentro di me ho sorriso e mi sono detto che quella grande donna era una vera esteta, anche nella malattia».

Il frate si presenta e la Merini, sotto la maschera dell’ossigeno, ripete due vol­te «Ah sì, Padre Pio, Padre Pio», poi fa cenno di restare sola con lui e riceve i sacramenti. Quello che la poetessa e il padre francescano si sono detti resterà per sempre tra loro.

«Dopo abbiamo recitato insieme l’Ave Maria e le ho fatto un segno di croce sulla fronte con il dito. Infine le ho dato un buffetto sulla guancia: so­lo allora ha fatto un grande sorriso, limpido, da fanciulla. Infine mi ha indicato il comodino, dove c’era la reliquia di Padre Pio che conser­vava fin dall’infanzia, gliel’ho messa sul palmo e lei ha chiuso dolcemente la mano… Pensavo che sarebbe vissuta ancora parecchio». È in treno sulla via per Venezia quando, alle 17, gli telefonano la notizia, Alda Merini è morta. «È allo­ra che ho capito – spiega turbato e contento –, col pretesto della prefazione al libro mi aveva ingiun­to di essere lì il primo novembre e non oltre. Sape­va quello che tutti noi ignoravamo. L’eredità che mi porterò sempre dentro sono quegli occhi verdi con cui mi ha parlato molto più che con le parole».

 

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