E’ fatto giorno: giugno 1954
E’ calda così la malva

PER PASQUA ALLA PROMESSA SPOSA

Il giorno, Isabella, maturerà.
Sentirai le raganelle suonare
il tempo nascosto tra le viole.
E se farai ch’io non sia solo
quando l’aria s’intinge di burrasca
e cantano la morte del Signore
solo gli angioli deturpati, allora
con tutta l’ansia che non ti so dire
potremo insieme vivere e morire.

(1947)

     A Spaccanapoli un mendicante suonava la fisarmonica. Cieco, le gambe amputate all’altezza del tronco, si muoveva seduto su una tavoletta munita di piccole ruote agli angoli tra il primo breve tratto di via San Biagio dei librai, piazza del Gesù Nuovo, e il proseguimento di San Biagio, che era un alternarsi di botteghe di librai, mescite di vino e pizzerie con forni a legna, alimentati con trucioli, e palazzi e chiese che, in un viluppo di miseria e nobiltà, che caratterizza il centro di Napoli, ricordano le nobili casate e raccontano la storia di Napoli. Non c’era traffico: non un’automobile, un motorino, una bicicletta; s’incontrava qualche carretto con cibo di strada: polpi cotti nel loro brodo impepato e piedi di porco. Il proseguimento di via San Biagio dei librai ora è intitolata a Benedetto Croce. Al n° 12, a pochi metri da piazza del Gesù, è il palazzo Filomarino della Rocca, di cui il filosofo acquistò il secondo piano, che adibì a sua dimora e, in un appartamento a questa adiacente, a sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici; e ora è anche sede della Fondazione e Biblioteca Benedetto Croce. Nei tre secoli precedenti il palazzo fu sede di un intreccio di storie di nobiltà napoletana dipanate nel giovanile saggio crociano, che ricorderò più avanti.

     Mi era molto caro quest’angolo di Napoli, che attraversavo ogni giorno per recarmi all’Università o alla mensa dell’Università dalla mia pensione nella vicina via San Domenico Soriano; ma mi rammentava anche un’antica delusione, un grande dolore al termine della mia infanzia. Avevo 11 anni e mi mandarono a Napoli, presso miei zii, per frequentare la prima media; fui iscritto all’Istituto Antonio Genovesi in piazza del Gesù Nuovo, il più rinomato e storico liceo-ginnasio di Napoli; per la sua collocazione il Genovesi è conosciuto come la Scuola del Gesù resa popolare da una famosa canzonetta di Aurelio Fierro. Quando mia zia mi ci portò e mi trovai immerso nella vertigine dell’imponente piazza del Gesù, circondata da storici palazzi nobiliari e dal monastero di Santa Chiara, che da il titolo e il motivo a una famosa canzonetta del dopoguerra, al centro il maestoso Obelisco dell’Immacolata di marmo bianco e grigio e, lateralmente, la chiesa del Gesù Nuovo, con la facciata in bugnato a punta di diamante e la «mia» Scuola, che aveva sede nel seicentesco Palazzo delle Congregazioni, in origine sede di sei congregazioni Oratorio, restai a bocca aperta e provai una felicità che mi ripagava delle lacrime versate per aver lasciato mia madre e il mio piccolo paese lucano, i miei compagni e i miei giochi. Fui assegnato alla sezione I della prima media, che, per insufficienza di aule nell’antico edificio, era situata, con altre due classi, nell’appartamento di un condominio nella vicina via Santa Maria di Costantinopoli. Quell’emarginazione mi provocò un dolore straziante, la vissi come una ingiustizia e un inquietante presagio, un’onta che mi avrebbe macchiato per tutta la vita. Imparai cos’è l’infelicità. Tutte le notti, in un pianto silenzioso, soffocavo la nostalgia di Tricarico, il mio paese, e la delusione per il mio Genovesi perduto. Che senso aveva più lo strappo doloroso delle mie radici?

     Via Santa Maria di Costantinopoli, da Port’Alba a via Foria, è considerata tra le più belle e monumentali vie di Napoli. Io scendevo alla fermata del tram di piazza Dante, mi avviavo verso Port’Alba e, ivi giunto, imboccando via Santa Maria di Costantinopoli per andare a scuola, non potevo frenare l’ammirazione per la bella vista che mi si parava davanti agli occhi. Entravo a recitare una preghiera nella chiesa di Santa Maria della Sapienza, con la facciata a loggiato, dove – lo appresi molti anni dopo – il vescovo di Tricarico mons. Delle Nocche fu ordinato sacerdote nel 1901, attraversavo poi la strada in tutta la sua lunghezza, fino al condominio dov’era la mia scuola, a fianco della galleria Principe di Napoli. Il condominio era brutto, salendo le scale gli occhi perdevano la luce che avevano acquisito e la tristezza mi pesava sul petto.

     Il mio insegnante di latino e greco, che aveva compiuto i suoi studi classici alla Scuola Normale di Pisa per tutti tre gli anni del corso di studi liceali ci aveva parlato con esuberante passione di Benedetto Croce e ora, passare davanti alla dimora del grande filosofo, vedere quello che immaginavo fosse il balcone della sua stanza da studio, in cui era certamente immerso, mi comunicava una qual certa emozione. Con un mio ex compagno di liceo avevamo appurato l’ora della passeggiata del filosofo con i soliti amici, tra cui un prete, rettore del collegio Bianchi dei padri Barnabiti, d’origine lucana, di Stigliano; e quella passeggiata divenne anche la nostra passeggiata a rispettosa distanza.

     Spaccanapoli si chiama così perché taglia in due buona parte della città, partendo dal rione della Pignasecca, ai piedi del Vomero, attraversando tutto il centro storico, tra cui la vecchia Toledo, piazza del Gesù, piazza San Domenico, San Gregorio Armeno e via Duomo e giungendo alle spalle di Castel Capuano, nei pressi della Stazione Centrale; e la nostra passeggiata percorreva Spaccanapoli quasi per intero, all’andata e al ritorno, a partire da palazzo Filomarino. Talvolta si incontrava Renato Caccioppoli, matematico napoletano, coi suoi occhi che avevano la profondità e la tristezza di un lago, e con l’eterno impermeabile stropicciato, che, con passo lento e strisciante, usciva da una mescita o vi entrava. Com’è sbagliato il personaggio di Caccioppoli nel film di Mario Martone Storia di un matematico napoletanocon occhi sbarrati di un pazzo, che, mulinando le braccia, solca Spaccanapoli come una furia.

     La notizia della morte di Benedetto Croce ci fu data mentre io e un mio amico cenavamo nella modesta trattoria da zia Carmela di piazza Dante e subito ci recammo a palazzo Filomarino; mezzo portone era chiuso, come uso nel Meridione per la morte di un inquilino, con affisso un biglietto listato a lutto con una striscia nera tracciata con l’inchiostro nell’angolo in alto di sinistra e la scritta con l’incerta mano del portiere: «Per la morte di don Benedetto».

     Mi era dunque familiare e caro e carico di memorie e rievocava emozioni quell’angolo di Napoli dove il mendicante cieco e senza gambe suonava la fisarmonica sperando in qualche obolo. Grazie al mio professore di latino e greco, avevo letto e riletto le «Storie e leggende napoletane» di Benedetto Croce, la cui prima edizione fu del 1919. La prima storia, una delle più belle di quegli scritti giovanili del grande filosofo, è per l’appunto intitolata Un angolo di Napoli, e narra le storie che quei luoghi rievocano e descrive le «vetuste fabbriche che l’una incontro all’altra sorgono all’incrocio della via di Trinità Maggiore con quelle di San Sebastiano e Santa Chiara» quando «levandomi dal tavolino, mi affaccio al balcone della mia stanza da studio». … terrarum mihi praeter omnes/ angulus ridet. HORATIUS». Il mendicante suonava la fisarmonica con intensa partecipazione, gli occhi chiusi, la faccia, una bella faccia bruna di chi vive sempre all’aria, prendeva l’aspetto di una mobile maschera grottesca, solcata da mille smorfie come in un abbandono orgasmico.

     Una mattina – doveva essere un giorno dell’ autunno del 1950 – passavo per San Biagio dei Librai con Rocco Scotellaro. Ci fermammo tra il gruppetto di persone che s’era formato ad ascoltare una suonata del mendicante cieco e senza gambe. Quando finì il pezzo, mentre gli consegnavamo un obolo, Rocco mi disse: – Ecco, l’angiolo deturpato -. Capii che Rocco alludeva alla poesia Per Pasqua alla promessa sposa» (e cantano la morte del Signore / solo gli angioli deturpati …) e fui sorpreso. Avevo sempre pensato che l’immagine degli «angioli deturpati», che, solo loro, cantano a Pasqua la morte del Signore fosse stata ispirata dagli angeli della chiesetta dello Spirito Santo della nostra Tricarico, deturpati a causa dell’intonaco scrostato.

Conoscevo quell’ «angiolo deturpato», cieco e senza gambe, che suonava la fisarmonica a Spaccanapoli e nei dintorni e ricordavo che aveva già ispirato a Rocco la poesia Invettiva alla solitudine. Quando la nostalgia si fa invettiva e quindi si placa ritornando alle immagini del Milo bianco e del cieco di piazza Miraglia che suona/ al fresco di mattina ai marciapiedi /vederlo che ci appare un Cristo vivo /disceso nell’inferno/il giorno che Gli strappano i veli nelle chiese.

     Il “cieco di piazza Miraglia” era il nostro suonatore di fisarmonica. Si chiamava Felice e abitava in via Ecce Homo ai Banchi Nuovi, tra via Monteoliveto e via Mezzocannone, in fondo alla costa che da Spaccanapoli scende verso il Rettifilo e il mare. Era stato una mascotte dei rivoltosi delle Quattro Giornate di Napoli, si trascinava su una tavola di legno con quattro piccole ruote e suonava la fisarmonica con intensa partecipazione, il volto si segnava di profonde rughe, che mostravano sofferenza o orgasmica immedesimazione alle note che traeva dalla fisarmonica. Tutto il giorno la suonava negli stessi posti del decumano maggiore e del decumano inferiore, a Spaccanapoli, nei pressi della Chiesa del Gesù, a piazza Miraglia davanti al Policlinico e prima di via dei Tribunali. Felice aveva, dunque, talmente colpito la sensibilità di Rocco da ispirargli le belle immagini di due poesie quasi coeve (Invettiva alla solitudinee Per Pasqua alla promessa sposa)

 

One Response to II. 4 Rileggendo al focolare Rocco Scotellaro – PER PASQUA ALLA PROMESSA SPOSA

  1. Angelo Colangelo ha detto:

    Caro Antonio, avevo già letto, e ora la rileggo con rinnovato interesse, questa tua splendida testimonianza. Essa peraltro ha il pregio di riportarmi indietro nel tempo, a cinquant’anni fa, quando anch’io percorrevo più o meno il tuo tragitto, partendo da Salita Sant’Antonio a Tarsia alla Pignasecca. E nei pressi dei Palazzo Filomarino incrociavo il caro indimenticato padre Cilento, che andava dall’Istituto Bianchi all’Università, o viceversa. Ti rinnovo gli auguri di una serena domenica.
    Angelo

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